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EMERGENZA SANITARIA

Virus, immagini e la forza dell’arte

Stefano Causa spiega l’iconografia delle epidemie nella pittura. «Da Tiepolo alla infermiera esausta, un’unica storia di dolore»

Nicola Arrigoni

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28 Aprile 2020 - 15:58

Virus, immagini  e la forza dell’arte

CREMONA (28 aprile 2020) - Il rapporto fra arte ed epidemie è molto stretto, l’arte come veicolo di racconto: «Non vorrei sembrare cinico: ma con qualche aggiustamento si può raccontare la storia dell’arte situandosi dall’osservatorio delle carestie, delle stragi o dei disastri della guerra – spiega Stefano Causa (nella foto), docente di storia dell’arte moderna e contemporanea presso l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli —. Dinanzi al Trionfo della morte ci si muove sul registro della cronaca e della poesia, del referto documentario e dell’allegoria. La peste c’è ma non si vede: a metà del ‘600 il napoletano Micco Spadaro dipinge i cadaveri abbandonati per la città. La peste c’è e si vede: sul finire dell’800 Arnold Boecklin in una strada vuota come le avrebbe dipinte il De Chirico metafisico, la immagina sotto forma di grande mietitrice. Uno scheletro su un drago che ricorda più di tutto un cavaliere Nazgul del Signore degli Anelli».

C’è un aspetto di carattere rappresentativo da un lato e dall’altro funzionale. Come si differenziano i due aspetti?
«In realtà, i due aspetti non si differenziano affatto. Anzi: le immagini sono tanto più ficcanti quanto più riescono a contemperare l’esigenza documentaria con la componente iconica. Quando, finita la tempesta, sceglieremo un canone di immagini da tramandare facile che la scelta cadrà sull’infermiera addormentata per la fatica dell’ospedale di Cremona o sui camion che trasportavano le bare a Bergamo. Altri potranno rivendicare l’impatto di una Piazza San Pietro riempita dalle sole parole del Papa. Sono immagini che, per usare un’espressione retorica, parlano da sole. L’attentato alle torri gemelle ha avuto una copertura iconografia più che congrua, ma nella nostra memoria rimane solo l’istante dell’aereo che sta per schiantarsi».

Nella preghiera solitaria in piazza San Pietro Papa Francesco ha voluto la Madonna Salus Populi Romani e il Crocifisso di San Marcello. Che valore assume in questo caso l’opera d’arte?
«Sono dei simboli strapotenti. Lo è la Madonna, una delle prime icone mariane. E, in questo caso, e a maggiore ragione il Crocifisso, non fosse altro perché salvò la città dalla peste».

Quale tipo di rappresentazione viene data delle epidemie dagli artisti?
«La peste è un osservatorio privilegiato sul realismo nella cultura occidentale. E’ pretesto per scene di folla e, naturalmente, sfida gli artisti a restituire, in maniera quasi prescientifica, l’evoluzione dei morbi e delle patologie. Ulcere, piaghe sanguinanti, cani e altre bestie che si aggirano nelle strade tra i corpi in decomposizione sono uno spettacolo di per sé. D’altronde l’epidemia, oltre che una straordinaria occasione di scrutinio del reale, consente di analizzare la natura differente dei comportamenti umani».

Che aspetti vengono messi in evidenza nei racconti pittorici? Viene da pensare ai quadri devozionali della peste del 1630 con San Carlo a fare da intermediario, per non tacere della rappresentazione della peste di Arnold Boecklin.
«I quadroni milanesi di San Carlo sono stati l’agenda figurativa di Manzoni per le pagine sulla peste – e su questo tema di ripresa neo seicentesca hanno cominciato a lavorare i migliori storici dell’arte italiana fine dagli anni 1950. Il Trionfo della morte attraversa la storia dell’arte moderna. Dall’affresco quattrocentesco di Palazzo Sclafani a Palermo fino a Guernica dove, nel 1937, nel cavallone centrale, Picasso mostra di essersi ricordato di quel precedente siciliano, da qualcuno riferito anche al Pisanello. In realtà il dipinto più ficcante sul contagio, La peste di Roma, spetta a un francese, Jules Elie Delaunay e risale al 1869. Sono quei quadri che, fino all’apertura del Museo d’Orsay, dove oggi si trova, venivano definiti pompier. Come dire robaccia di cattivo gusto. Si tratta, in realtà, di un quadro molto cinematografico. Gran parte delle produzioni di Hollywood sul tema dei morbi (si pensi a Ben – Hur) hanno saccheggiato la pittura dell’epoca di Napoleone III che, non a caso, fu ricercata in America per decenni mentre veniva disprezzata in Europa. Poi, naturalmente, c’è il dipinto che ho citato prima di Boecklin, oggi al Museo di Basilea e che è già un horror ante litteram».

Quali sono le costanti nelle rappresentazioni della peste o delle epidemie e perché sono ricorrenti?
«I cadaveri e i moribondi per strada e i monatti coperti da rudimentali mascherine che li portano via. I più bei quadri del ‘6oo dedicati alla peste sono organizzati su un doppio registro: in alto la porzione miracolistica, in basso il fatto di cronaca con alcune costanti pietistiche, che devono servire a scatenare la compassione nel riguardante. Sono quadri che procedono per repentini sbalzi di volume. Alcuni di questi, come il grande ex voto di Luca Giordano per la chiesa di Santa Maria del Pianto, oggi al Museo di Capodimonte, sono tra i capolavori del Barocco europeo. Il dettaglio del bambino che continua a succhiare dal seno della madre morta diventerà una sorta di tipo formale normalizzato almeno fino alla grande pala settecentesca del Tiepolo del duomo di Este con Santa Tecla che libera la città dalla pestilenza».

Quale artista o quale opera ha rappresentato a suo parere ha con più forza rappresentato il dramma dell’epidemia e perché?
«Se dovessi scegliere uno, e un solo quadro, direi il Largo del Mercato con le vittime della peste di Spadaro, oggi conservato nel Museo di San Martino a Napoli. il dipinto raffigura i morti per strada con un ‘sentimento drammatico della vita collettiva’ che si stenterebbe a trovare in altri maestri del tempo. Qui hai l’impressione che anche i muri trasudino miasmi e umori. Ogni pennellata di questo quadro, eseguito dopo la peste del 1656, sembra impregnata del virus. E mentre per altri due secoli i maestri, anche forestieri, scenderanno a Napoli per esaltarne le bellezze naturali Spadaro è stato tra i primi a inoltrarsi nei quartieri per raccontarne non il lungomare ma, semmai, il lungo male».

Quanto il figurativo è messo in crisi dal dolore diffuso e dalla malattia?
«Il dolore e la malattia sono degli acutizzatori anche delle corde degli artisti, veri o sedicenti tali».

La pandemia del Coronavirus può assurgere a soggetto d’arte?
«Come qualunque cosa, anche una pandemia può assurgere a soggetto di interesse artistico sempre ammesso che esistano dei talenti tali da restituirne, come uno specchio ultorio, i vari aspetti. Ora noi conosciamo le grandi epidemie dell’Europa premoderna attraverso testimonianze documentarie e creative ovviamente filtrate. Ma la storia iconografica del Covid 19 è un flusso di immagini che è impossibile se non inutile ordinare in una narrazione coerente. Dai ricoveri in ospedale alle auto che entravano e uscivano dal cimitero di Bergamo, alle infermiere crollate per la fatica sul posto di lavoro: nessun evento precedente era stato altrettanto coperto (e parzialmente censurato). La novità, in questi mesi, è semmai l’incessante reinvenzione ironica sui social del procedere di questa epidemia: anche per sdrammatizzare o esorcizzare. Quando riprenderemo a dare tesi di laurea in scienza della comunicazione sul modo in cui si è raccontata l’emergenza, dovremo ricordarci dei filmati e delle immagini sul cellulare. Sarà una contro iconografia non autorizzata del Coronavirus. Per quanto, mi duole dirlo, quasi mai memorabile. D’altronde il surplus di immagini finisce per indebolire o annichilire la forza di un evento. Anche di un evento qualsiasi, legato alla storia personale. Alla fine non vediamo più per troppo vedere».

Qual è il linguaggio contemporaneo che meglio, crede, manterrà ricordo, documentazione di ciò che sta accadendo?
«Il digitale, quale altro? Quel linguaggio le cui potenzialità i non addetti, cioè la stragrande maggioranza della gente, va scoprendo solo ora senza rendersi conto dei rischi. In questi mesi di domicilio coatto avremmo potuto immaginare di colmare diversamente le giornate; ma alla fine siamo tutti precipitati in una spirale di narcisismo, verbale e visuale, che non ha precedenti nella cultura occidentale. Si tratta di quasi tutta roba destinata a fare empimento ma non sostanza. D’altronde se anche ci fosse uno che ci aiutasse a fare un poco di chiarezza (o anche solo un poco di silenzio), verrebbe sommerso dalla lava di informazioni e immagini. Affonderebbe come tutti».

Quando e se arriva una giusta distanza per raccontare un’epidemia come quella che stiamo vivendo?
«Sarebbe facile rispondere con la più celebre delle trovate che Mogol regalò a Battisti: lo scopriremo solo vivendo. Anche se ormai sarebbe più sensato rettificare: lo scopriremo solo se vivremo. Ma una storia iconografica del Covid 19 – divisa tra dolore, generosità e irresponsabilità - mi auguro sinceramente che la scriveranno, chiudendosi in casa, ma volontariamente, i nostri figli».

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