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L'INTERVISTA

Lina Bolzoni, novelle per rinascere

Nella potenza dell’oralità e della lettura la spiegazione a ciò che accade e a come ci comportiamo. In tempo di pandemia la critica e storica della letteratura, nonché accademica italiana, rilegge Decamerone e Promessi Sposi e pensa a Raffaello Sanzio

Nicola Arrigoni

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cfrancio@laprovinciacr.it

21 Aprile 2020 - 14:30

Lina Bolzoni, novelle per rinascere

Lina Bolzoni

CREMONA (21 aprile 2020) - «Nel Decameron la peste è descritta con un’efficacia che risuona oggi in maniera molto diretta e coinvolgente. Ma nell’apertura del Decameron c’è molto di più: oltre all’isolamento, la paura, c’è anche la forza del racconto». Così Lina Bolzoni, professore emerito di Letteratura italiana alla Scuola Normale Superiore di Pisa e alla New York University legge l’apertura del Decameron in tempo di pandemia, ma la sua lettura va oltre.

La descrizione che Boccaccio fa della peste oggi risuona in maniera abbastanza inquietante…
«Boccaccio descrive con una grande lucidità i meccanismi psicologici dell’epidemia, la paura del contagio, la necessità dell’isolamento, ma anche la fuga di una compagnia di giovani e nobili che lasciano Firenze per trovare rifugio in campagna, passando il tempo raccontando, ballando e facendo musica. Attività che assumono inevitabilmente un valore non solo di svago, ma anche simbolico».

La cosiddetta cornice che dà il via alle dieci giornate che raccolgono le cento novelle del Decameron?
«Non è solo una cornice. In tutto questo c’è la messinscena della oralità, il piacere del racconto ed anzi il valore salvifico della letteratura».

Quale è il senso del raccontare e perché lo mette in relazione con la salvezza?
«La giovane brigata ha la possibilità di ridare vita ad una società ordinata, uno sforzo quotidiano e che si riflette nell’ordine della narrazione. Tutto ciò è in contrasto con quanto accade fuori, quanto accade nel mondo in cui impazza la peste. È un po’ come nelle Mille e una notte».

Ovvero?
«Il raccontare allontana la morte, è uno strumento di vita e, nel caso del Decameron, è una sorta di ricostruzione di un ordine, un altro mondo possibile, un’utopia. Se la peste aveva annullato ogni relazione e struttura d’ordine sociale, la brigata di giovani fiorentini in esilio dal contagio mostra che una nuova società è possibile».

Tutto ciò come si realizza?
«Basti pensare che ogni giorno viene nominato una regina o un re e si stabilisce un tema della giornata, si dà un ordine al mondo di quella comunità in esilio. Ad andare in scena è una nuova società che ri-nasce grazie alla letteratura, al piacere di raccontare, alla musica, al canto, alla danza. Si fanno le prove per una rinascita, per un nuovo ordine possibile che metta fine al disordine, causato dalla peste».

Ma con il Decamerone noi siamo lettori, in realtà?
«Sì lettori a cui la scrittura restituisce l’oralità del racconto. In fondo anche noi siamo là con la brigata ad ascoltare le varie novelle, a partecipare alla ricostruzione di un mondo utopico in cui la bellezza ha un ruolo rigenerante, in cui la letteratura è gravida di salvezza. La grandezza di un libro è la potenza che ha di proiettarti in un altro mondo e in un altro tempo. In fondo è quello che accade con il Decameron».

Questa potenza dell’oralità e la voglia di raccogliersi intorno a racconti letti, ma anche di leggere caratterizza anche il nostro presente.
«Noi siamo la brigata di Boccaccio, ma ognuno di noi - nel suo rifugio domestico e con l’accesso alla rete - oggi compartecipa di una narrazione di grandi testi, ma anche di testimonianze che mettono in scena l’oralità. Oggi la rete riproduce la brigata del Decameron e le storie che l’uomo ha bisogno di sentirsi raccontare in tempi di pandemia da Coronavirus».

C’è anche un forte bisogno di leggere, leggere agli altri in rete, lo fanno gli attori in tutte le forme, ma anche di leggere per sé stessi…
«Dirò di più. Se c’è chi va a cercare i grandi racconti della peste da Edipo a Camus, per trovare una spiegazione a ciò che accade e a come ci comportiamo, c’è chi sta riscoprendo la poesia».

Perché?
«La poesia ci spinge verso i tempi lenti della riflessione. Per carità c’è chi cerca romanzi di evasione per evadere, chi invece legge le pagine manzoniane della peste».

In Manzoni la peste non sembra dare scampo a differenza di Boccaccio.
«Le pagine del Manzoni sono pagine grandissime in cui ad andare in scena sono la disperazione, la bassezza, il dolore, in fondo ad andare in scena è la fragilità umana. Dobbiamo tenere conto che siamo in due periodi storici differenti, il XIV secolo, da un lato e il XVII secolo mediato dallo spirito ottocentesco del Manzoni, dall’altro lato».

Si ha l’impressione che dalla peste del Manzoni non si possa uscire, mentre nel Decameron la fuga e l’alternativa sono offerte dall’opera stessa…
«Pur riconoscendo la grandezza delle pagine manzoniane, io amo molto il testo del Decameron perché mette al centro l’utopia di un altro mondo possibile e alla fine altro non è che una grande metafora della forza della cultura e della bellezza quali strumenti di rinascita».

E lei in questo momento che cosa sta leggendo?
«Ho ripreso in mano Ossi di seppia di Eugenio Montale e poi 4321 di Paul Auster. Per lavoro invece mi sono dedicata ai componimenti poetici dedicati a Raffaello Sanzio. La morte del grande pittore il 6 aprile 1520 a soli 37 anni, tanto improvvisa quanto scioccante, sconvolse il mondo dell’arte e della cultura. Nella celebrazione del genio di Raffaello il tema del timore che la natura stessa prova davanti alla sua grandezza è centrale, anche nell’epitaffio sulla sua tomba, ora attribuito a Bembo ora a Tebaldeo. Il Castiglione arriva a scrivere, rivolgendosi a Raffaello nel suo impegno a restituire la bellezza della grande Roma: hai suscitato l’invidia degli dei, e la morte si è offesa perché eri in grado di ridare l’anima a chi era morto da tempo. Insomma siamo al cospetto dell’arte che dà vita e salvezza, un’utopia sulla scia della brigata del Decamerone».

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