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L'antropologo Niola: «Festeggeremo la Pasqua bis»

Fra restrizioni, socialità e prospettive. La proposta di duplicare la ricorrenza. «Potremmo chiedere ai nostri straordinari pasticceri di preparare dolci più avanti con la promessa di acquistarli»

Nicola Arrigoni

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cfrancio@laprovinciacr.it

14 Aprile 2020 - 15:19

L'antropologo Niola: «Festeggeremo la Pasqua bis»

L’antropologo della contemporaneità Marino Niola

CREMONA (14 aprile 2020) - Il pane, l’ultima partita giocata prima dello stop del calcio — Valencia Atalanta —, Napoli e la prima Pasqua online della storia: cosa hanno in comune? A spiegarlo è Marino Niola, antropologo e docente di Antropologia dei simboli, Antropologia delle arti e della performance presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Dopo essere stato ospite di Lorella Cuccarini alla Vita in diretta su Rai Uno ha accolto l’invito a riflettere per i lettori del quotidiano La Provincia su quanto ci sta accadendo, a cominciare dalla centralità del cibo e dalla ritualità del cucinare davanti alla webcam del nostro smartphone. «La nostra ossessione per il food in tempi di normalità, oggi si traduce in un’opportunità di difesa — spiega —. Cucinare per noi italiani è una questione identitaria. E il piacere di farlo insieme, magari in un’occasione come le feste pasquali, è un modo anche per non essere soli».

Nei supermercati non si trovano più né farina, né lievito per fare pane e dolci. Come mai?
«Farina e lievito sono ingredienti base e in momenti in cui l’uomo percepisce il rischio per la sua stessa esistenza, torna istintivamente a ciò che lo sostenta, al pane, agli alimenti basici. In questi giorni, comunità del lievito madre si scambiano consigli in Internet e già nei termini lievito e madre c’è il senso della vita che resiste e continua».

Dolci e pane per sentirsi meno soli…
«Pensi alla preghiera del Padre Nostro, in cui chiediamo a Dio di darci il nostro pane quotidiano. Pensi all’ultima cena. Gesù convoca i suoi apostoli non in un briefing di lavoro, ma intorno a una tavola imbandita a festa in cui offre il suo corpo e il suo sangue, pane e vino. Il cibo è ciò che ci rende umani. L’uomo è l’unico animale che cucina i cibi e li trasforma».

Ma intanto la socialità è bloccata.
«Non direi bloccata, si esprime in maniera differente. Questa costrizione fra le pareti di casa sta trasformando i media in qualcosa di più di semplici sostituti della realtà, stanno diventando il prolungamento del nostro stare nel mondo. Prima della quarantena, quante volte sentivamo dire che i media impoverivano i nostri legami relazionali? Che erano un surrogato della socialità? Ora che la socialità e il contatto con i corpi sono sospesi, quelle community che prima venivano considerate artificiali sono diventate reali. Un autentico cortocircuito di senso».

Dunque ben vengano Internet, Meet, le videochiamate?
«Indubbiamente. Ma pensiamo se quello che sta accadendo fosse successo solo 30 o 40 anni fa… Saremmo stati isolati».

Anche per questo dall’invito del Ministero della Cultura e Beni artistici e del Turismo alle dirette streaming di artisti e cantanti il web si sta popolando di iniziative che non vogliono interrompere il piacere dello spettacolo dal vivo e della normalità.
«Proprio su questo tema specifico ho fatto una clip per il Teatro Stabile di Napoli. Il teatro senza corpo, e senza la presenza di pubblico sono qualcosa di strano, non è il teatro della fisicità e del contatto. Sono assolutamente certo che poi torneremo al nostro teatro abituale con ancor più la consapevolezza della sua unicità in termini di emozione, fisicità e partecipazione in presenza. Ma allarghiamo lo sguardo ai riti pasquali, al teatro della ritualità».

I riti della Pasqua…
«Questa sarà la prima Pasqua online, ovvero la ritualità si compirà nella trasmissione dei riti, non più semplicemente trasmessi, raccontati in video, ma agiti per il video. Pensiamo alla Via Crucis di venerdì in una piazza San Pietro deserta. I riti pasquali sono stati sempre trasmessi in tv, ma c’era il pubblico dei fedeli in piazza o in chiesa. In questa Pasqua 2020 il rito accadrà in chiesa ma il pubblico dei fedeli sarà altrove, collegato col computer, davanti alla tv o al suo tablet. La cosa cambia sostanzialmente».

In che senso?
«Originale e riproduzione coincidono, sono la stessa cosa. Qual è l’effetto? Forse il trasferimento dalla partecipazione corale della piazza a una fruizione del rito in sé, del mistero della Pasqua più intimo, individuale, per quanto rivolto e trasmesso a una platea quanto mai vasta».

Passando alla ritualità inventata di questi giorni. I balconi che all’inizio della pandemia sembravano l’avanguardia della socialità sono passati in secondo piano. L’invito dei social a flashmob dalle finestre si è presto esaurito?
«Il movimento dei balconi è stata una reazione emotiva alla necessità di stare in casa. Ma non credo che il fenomeno in sé si sia esaurito. Stanno per arrivare appuntamenti di festività laiche come il 25 Aprile e il Primo Maggio e suppongo che si tornerà a cantare e suonare dai balconi».

Uniti anche se divisi dal Coronavirus?
«Mai come ora ci sentiamo italiani, tutti uniti, sotto un’unica bandiera. Mi permetta una digressione calcistica. Sappiamo quanto il calcio sia importante per tutti. L’ultima partita che si è giocata è stata Valencia - Atalanta e quando l’Atalanta ha vinto, io da napoletano e tifoso del Napoli ho esultato per la squadra di Bergamo. E un napoletano non farebbe mai il tifo per l’Atalanta… Anche questo è un effetto di quello che stiamo vivendo».

Non arrendiamoci, a tal punto che lei ha fatto una proposta: festeggiamo la Pasqua bis…
«Ho lanciato l’idea dal palcoscenico de La Vita in diretta. I nostri artigiani hanno investito fior di quattrini in ingredienti preziosi e costosi per preparare i dolci di Pasqua. Perché alla fine di tutto non ci impegniamo ad andare nelle pasticcerie a festeggiare la Pasqua bis, chiedendo ai nostri artigiani di preparare le loro specialità per allora? Come spesso rimandiamo la festa del nostro compleanno, così possiamo fare per la Pasqua, tutti insieme, a sostegno del comparto degli artigiani italiani».

Come usciremo da questa situazione?
«Ne usciremo sicuramente migliorati, con competenze che non credevamo di avere. Basti pensare a come il nostro rapporto con i media sarà differente, l’esperienza che avremo maturato ci farà diversi, nuovi. Come con la fine della seconda guerra mondiale ci fu una forza di rinascita potente che portò al boom economico, così credo accadrà alla fine di tutto. Ci sarà una grande reazione per ricominciare. Tutti insieme».

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