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Domenica 17 Novembre 2019

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CREMONA

Federico Buffa e Il rigore che non c'era, un successo

Sul palco del Ponchielli il giornalista sportivo ha sfogliato l’enciclopedia illustrata dei grandi campioni. Da Pelè a Garrincha, da Mondonico a Vialli quando le cose potevano (o sono andate) diversamente

Federico Buffa e Il rigore che non c'era, un successo

CREMONA (18 ottobre 2019) - Dal centro del palco predica bellezza come un Andrea Pirlo che disegna traiettorie immaginifiche in mezzo al campo. Imbocca il suo pubblico con cronache curiose e formidabili come un John Stockton che dispensa assist a Karl Malone. Si muove avanti e indietro lungo l’orizzonte del tempo come un Roger Federer che fluttua sotto rete. Federico Buffa - il giornalista rabdomante dell’aneddotica sportiva - sfoglia idealmente l’enciclopedia illustrata del grande sport popolata di personaggi «coltivati dalla letteratura del gioco», in una galleria di attualissimi primi piani in HD e vecchie polaroid ormai sbiadite. La narrazione omnidirezionale dell’avvocato, come lo chiamano i suoi fan, ruota attorno a un suono immaginario: il fischio di un fantomatico arbitro, che echeggia come un rintocco fatale. Perché Il rigore che non c’era - come recita il titolo dello spettacolo portato in scena ieri sera al Ponchielli davanti ad una folla in adorazione - è la chiave passepartout con cui Buffa spalanca porte che si affacciano sulle storie straordinarie di eroi misconosciuti e sportivi mainstream. Per primo il mitico Pelè, che segnò il suo millesimo (e leggendario) gol grazie ad un penalty inesistente. «Calciò malino, di destro» dice Buffa, incastrando tra le parole una delle sue proverbiali pause cariche di pathos, che scivola sul delicato sottofondo del pianoforte di Alessandro Nidi. Nel racconto spuntano l’incespicante recordman degli autogol Comunardo Nicolai e la leggenda verdeoro Garrincha, che «giocava davvero sulla fascia, come un artista sulla fune». Accanto all’avvocato ci sono la cantante Jvonne Giò e Marco Caronna nei panni di uno speaker radiofonico che imbecca l’onnisciente giornalista con una raffica di domande. Sul fondale è proiettata la riproduzione di Sergent Peppers dei Beatles. E non solo perché la musica si intrufola a ripetizione nel racconto di Buffa, grande appassionato dell’arte delle sette notte, ma anche perché i protagonisti delle storie snocciolate come sonetti di sport sono, ognuno a proprio modo, un po’ pop star è un po’ rocker dall’aria maledetta. A quest’ultima categoria appartiene senza dubbio El Loco Houseman, che arrivò a giocare una partita contro il River Plate «ubriaco a tal punto che negli spogliatoi provò a sfilarsi i pantaloni dalla testa» e poi, dopo aver «zombeggiato in campo» per quasi tutta la partita, segnò comunque la decisiva rete del pareggio. Lo cercò anche il Manchester United, per affidargli il posto nientemeno che di George Best: «Ma chi sostituisce un alcolizzato con uno messo peggio?» scherza Buffa. Sullo sfondo appare una foto in bianco e nero di Emiliano Mondonico: «E chi se lo dimentica, soprattutto in questa città?». Un giovane Mondo è in posa, infilato in una maglia a larghe strisce grigiorosse troppo stretta persino per il suo fisico esile: «Quanti gol ha segnato al Piacenza e come li ha festeggiati? Ricordate quando ha fatto esordire Stradivialli? E quella volta che prese in mano la panchina, contro l’Ajax, per protestare contro i torti arbitrali? Per ultima ha allenato la squadra degli ex alcolisti nella sua Rivolta. Il suo resto del mondo». E dalla platea scatta un lungo applauso. Lo storyteller porta la sua liturgia narrativa - tra poesia e preghiera - su un palco vissuto alla stregua di un rettangolo di gioco: abbozza ritornelli di canzoni da stadio, imita accenti di mezzo mondo, folleggia tra un racconto e l’altro. E spiega che lo sport «può portare speranza dove nient’altro arriva» impastando i colori delle storie sulla tela della Storia. Così rimbalza da Nelson Mandela e Martin Luther King a Muhammad Alì e Sonny Liston, da Jimi Hendrix e Kendrick Lamar a Cristiano Ronaldo e Leo Messi. Con un interrogativo che striscia sotterraneo lungo l’intera narrazione: come sarebbero andate le cose senza quei rigori che non c’erano, imprevisti disseminati lungo il sentiero del destino? Impossibile dirlo. E probabilmente inutile. Perché neppure l’avvento della Var potrà mai cancellare quella verità - sportiva ed esistenziale - che Vujadin Boskov ha fissato nella più celebre delle sue massime: «Rigore è quando arbitro fischia».

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18 Ottobre 2019