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Domenica 20 Ottobre 2019

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CREMONA. L'INTERVISTA

Federico Buffa: la forza del destino, forse

Giovedì 17 ottobre il giornalista che racconta la vita attraverso lo sport sarà al teatro Ponchielli. Il rigore che non c’era prova a rispondere a una domanda: «Cosa sarebbe successo se...»

Federico Buffa: la forza del destino, forse

Federico Buffa

CREMONA (10 ottobre 2019) - Protagonista di trasmissioni antologiche dedicate al mondo dello sport, in cui si fondono storia, cultura, società ma anche passione, sofferenza, sentimenti, in una parola sola la vita, Federico Buffa, milanese, classe 1959, giovedì 17 ottobre sarà al teatro Ponchielli (ore 21) con lo spettacolo Il rigore che non c’era, scritto a quattro mani con Marco Caronna. E, a una settimana dall’appuntamento, ne racconta i contenuti, parla dei suoi progetti e dei suoi punti di vista.

Federico Buffa, da dove nasce l’idea del ‘rigore che non c’era’?
«Il regista, la mente dell’opera, è Marco Caronna. È a lui che si deve l’idea. Ci poniamo una domanda: Cosa sarebbe successo se...».

È una questione che appartiene alla vita. Almeno una volta, la domanda se la sono posta tutti.
«Credo di sì. E la risposta non sempre è facile o scontata. Io, in scena, sono uno che non sa dove è finito. Gira e rigira. Ma alla fine qualcosa succede».

È la ricerca di se stessi?
«In effetti, prima o poi qualche domanda nasce dentro ciascuno di noi. Ognuno poi è libero di attribuire allo spettacolo la finalità alla quale più si sente vicino. Ma credo che vi si possano trovare diversi spunti di riflessione, oltre che di divertimento».

E per uno come Buffa? Qual è la sua risposta al ‘cosa sarebbe successo se’?
«Me lo sono chiesto varie volte. Alla fine mi dico sempre che so di essere un privilegiato, diciamo che è andata bene».

Linguaggio e conoscenza formano un binomio strettissimo per chi si rivolge al pubblico. E il senso delle cose per chi fa comunicazione? Qual è?
«La risposta non è mai semplice: lo fai per te stesso, per il pubblico che ti vede o ti legge, ma hai anche il dovere di provare ad alzare il livello. Mi fa piacere, ad esempio, scoprire che la Rai mandi in onda in prima serata programmi culturali come quello di Angela. È un passo avanti straordinario. Dopo di che, ognuno deve dare il meglio di sé, con i propri mezzi, il proprio modo di essere».

Nel suo programma su Sky, si parla di sport, personaggi e avvenimenti calandoli nel contesto storico e sociale che a volte prende addirittura il sopravvento.
«È un tentativo di parlare di sport e raccontare la vita. Ci sono traiettorie che a volte possono sembrare secondarie, eppure ci aiutano a capire molto e a rispondere a tanti perché».

Anche la forma, intesa come linguaggio, è una parte fondamentale dei suoi programmi. Moderno, ideale anche per i giovani: c’è analisi, sintesi storica e capacità di contestualizzare. In altre parole, saper farsi ascoltare.
«Spero sia sempre così. Mi piace raccontare, ma anche provare a far capire come e perché certe cose sono accadute o non sono accadute».

Diciamolo pure: c’è un messaggio culturale nei programmi di Buffa per certi versi dominante, in un periodo storico dove lo sport è attraversato anche da messaggi negativi, tipo momenti di razzismo e dintorni.
«Non voglio entrare in modalità ‘retorica’, ma dico che a scuola non si insegna sport e se non lo insegni, lasci che altri lo facciano. Qui neanche esiste un ministero dello sport vero e proprio».

Qual è il personaggio che più di ogni altro è stato bello raccontare?
«Alì, un onore. Lo sportivo principale del ‘900».

E quello che le manca?
«Garrincha, una storia struggente, per chi ha più di 60 anni un calciatore che era come una musica brasiliana».

Che cosa sta preparando?
«Per Natale andrà in onda Gigi Riva».

Un altro gigante.
«È difficile riuscire a contenere tutti gli aspetti di un uomo e di un atleta così in un programma. Parto allora dalla Sardegna degli anni ‘60, da ciò che accadeva in quella regione e di come un lombardo come Riva sia diventato un simbolo».

Perché gli spettatori cremonesi devono venire a vedere lo spettacolo?
«Primo, perché è anche divertente. Secondo, perché è un viaggio attraverso il passato che ci accompagna nel presente. Infine, devo dirlo: è un onore per me venire in un teatro affascinante come il Ponchielli».

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10 Ottobre 2019