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CASALBUTTANO. LA STORIA

Il tipografo amico degli ebrei

Dopo il ‘43 Piero Ravelli nascose e mise in salvo sei greci ricercati. Non volle niente per sé, ma chiese lavoro per i suoi compaesani

Mariagrazia Teschi

Email:

fguerreschi@laprovinciacr.it

02 Febbraio 2019 - 15:01

Il tipografo amico degli ebrei

I profughi ebrei

CASALBUTTANO - Fecero la loro comparsa quasi improvvisamente, passando dal ricovero di carri e carrozze con un esiguo numero di bagagli appresso e chiesero alloggio. Sapevano di poter contare sul proprietario e con lui si confidarono. «Siamo ebrei greci ricercati e in fuga, ci può aiutare?». Piero Ravelli che con la famiglia gestiva dal 1937 l’albergo con alloggio ‘Giardini’ affacciato sulla piazza del paese li accolse in casa sua. Non chiese come fossero arrivati a lui, con quali documenti viaggiassero, da dove venissero. Ai curiosi spiegava che erano sfollati di guerra in attesa del rientro in patria, l’attività di ristorazione e alloggio giustificava la necessità del loro mantenimento pur in regime di razionamento. Poco a poco i nuovi ospiti si confusero con gli avventori abituali, la loro presenza mimetizzata dallo scorrere ordinario della quotidianità.

PIERO RAVELLI
Secondogenito dei tre figli di Davide e Anna Camozzi, nasce nel 1907 in una famiglia povera di Casalbuttano. Dopo la licenza elementare lavora come garzone apprendista senza paga presso la locale tipografia Generali (poi Fioni) dove apprende i rudimenti della rilegatura e stampa. Dai genitori viene avviato al servizio domestico della nobile famiglia del conte Jacini ed è durante i soggiorni nella loro dimora milanese che si diploma alla scuola professionale serale trovando lavoro al Corriere della Sera come addetto alla composizione. Nel 1937 torna a Casalbuttano per assumere la gestione dell’albergo con alloggio ‘Giardini’ che porta avanti prima con l’aiuto dei genitori e dei fratelli poi con la moglie per un trentennio. Muore nel 1998.

LA VICENDA
Arriva il tempo delle leggi razziali, della guerra, dell’occupazione tedesca. Arrivano all’albergo Giardini i sei ebrei ricercati e in fuga. Trascorrono mesi di relativa tranquillità fino a quando ai Giardini si presenta un drappello di SS tedesche accompagnate dalla milizia fascista — si seppe in seguito — su segnalazione di un delatore. Ogni accesso viene bloccato, l’intero complesso è sottoposto a perquisizione. Mentre i componenti della famiglia vengono interrogati, Piero ha il tempo di nascondere i sei ebrei nel sottotetto della sua abitazione, un rifugio forse allestito per tempo in previsione di un controllo. La perquisizione dei locali, gli interrogatori di Piero, dei familiari e degli avventori non trovarono riscontro: «Quelli che cercate sono già partiti da alcuni giorni», spiega Piero. Tedeschi e fascisti tolgono il disturbo andandosene a mani vuote, ma appare a tutti evidente che da quel momento la famiglia di Piero, l'albergo e la clientela sarebbero stati sottoposti a indagini, appostamenti e controlli continui. Si rese necessario trovare una soluzione immediata per far partire i ricercati e porli in salvo.

IN FUGA VERSO LA SVIZZERA
Tornò utile a Piero la conoscenza del territorio attorno a Como maturata in gioventù quando — nelle giornate libere dal servizio presso la famiglia Jacini che sul lago aveva una residenza estiva — faceva escursioni sui monti circostanti. Nella notte, con mezzi di fortuna, guida e comitiva abbandonano albergo e paese direzione Svizzera. A tappe forzate il gruppetto di fuggiaschi percorse i sentieri usati per i traffici di frontiera fino al confine. L’impresa ha successo e Piero lascia oltreconfine i fuggitivi sani e salvi. La guerra finisce e lascia il posto all’avvio della lenta rinascita. Tempi difficili. L’albergo ristorante e bar Giardini sopravvisse garantendo una dignitosa esistenza alla famiglia di Piero che intanto era diventato due volte papà.

L'EPILOGO
Metà degli anno ‘50: un giorno due ancora insolite e rare automobili si fermano nella piazza principale del paese antistante l’albergo. Ne scendono sei uomini, i sei profughi ebrei che tornavano a trovare le persone che avevano salvato loro la vita mettendo a repentaglio la propria: «Non potrò mai compensare quello che hai fatto per noi, ma dimmi cosa posso fare per te e per la tua famiglia per sdebitarmi», domanda Alexander Apostolakis, portavoce del gruppetto e ricchissimo armatore a Piero, che ritrovavano ancora al suo posto dietro il banco del rinnovato bar Ravelli . «Per me nulla — rispose — qui sono tempi di crisi, dai una mano ai miei compaesani». E così fu. Apostolakis apre la fabbrica denominata ‘La Lana del Pastore’ insediata nello stabile dismesso dell’ex filanda Sala ed attiva nella produzione di lane per maglieria. Dopo il promettente inizio, l’azienda affronta anni poco esaltanti, l’iniziativa imprenditoriale perde slancio fino alla definitiva chiusura con il nome di Tintoria Industriale Confezione Filati (TICOFA). Piero seguì la tribolata vicenda senza mai interferire, con l’unico rimpianto del triste epilogo toccato al suo gesto di generosità. Di questa iniziativa imprenditoriale resta la labile memoria di pochi, ma nulla è rimasto a testimonianza dell’atto di coraggio, sacrificio e generosità, verso l’umanità perseguitata e verso i concittadini in difficoltà, di un uomo buono. A tutti noi resta l’onere della memoria.

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