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Dalle telecamere al deepfake, come l’AI ridisegna la guerra

Israele-Iran: il conflitto non passa più solo dai radar. Passa dai semafori, dalle app religiose, dai feed social e dalle TV in streaming

Gianluigi  Cavallo

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redazione@laprovinciacr.it

29 Marzo 2026 - 11:03

Dalle telecamere al deepfake, come l’AI ridisegna la guerra

La guerra non passa più soltanto dai radar. Passa dai semafori, dalle app religiose, dai feed social e dalle TV in streaming. Il punto non è che l’intelligenza artificiale abbia inventato un nuovo conflitto. Il punto è che ha reso più veloce, più scalabile e più confusa ogni fase del conflitto: vedere, colpire, raccontare. Se vogliamo capire che cosa sta succedendo tra Israele e Iran, dobbiamo allora guardare meno alla fantascienza e più allo stack tecnologico della guerra contemporanea.

Primo livello: intelligence e targeting

Secondo un’inchiesta dell’Associated Press pubblicata il 23 marzo 2026, Israele avrebbe sfruttato la vasta rete di telecamere urbane installata da Teheran per controllare proteste e dissenso, trasformandola in un sensore distribuito per l’identificazione di obiettivi. Il passaggio chiave, qui, è l’AI. AP spiega che gli avanzamenti nell’analisi video permettono ormai di setacciare grandi volumi di filmati in tempo quasi reale, riconoscendo persone, veicoli e pattern che fino a pochi anni fa avrebbero richiesto settimane di lavoro umano. In pratica, l’intelligence non guarda più soltanto i dati: interroga i dati.

Il paradosso politico è quasi perfetto. La stessa infrastruttura usata dall’Iran per consolidare il controllo interno - comprese le telecamere impiegate per far rispettare l’obbligo del velo tramite riconoscimento facciale - diventa un vantaggio operativo per il nemico. AP ricorda anche che i sistemi iraniani erano stati compromessi più volte dal 2021 e che il Paese, anche a causa delle sanzioni, si appoggia spesso a hardware cinese e software non aggiornati. Tradotto in linguaggio tech: una smart city autoritaria può trasformarsi in una gigantesca superficie d’attacco.

Secondo livello: il codice

Reuters ha raccontato che il 1° marzo, in parallelo agli attacchi cinetici, una “wave of cyber-enabled operations” ha colpito l’ecosistema digitale iraniano. Tra i casi citati c’è BadeSaba, una popolare app religiosa con oltre 5 milioni di download, compromessa per mostrare messaggi che invitavano forze armate e cittadini a disarmare e unirsi alla popolazione. Reuters riferisce anche di forti cali della connettività internet in Iran e cita analisti di CrowdStrike e Anomali che segnalano, rispettivamente, ricognizione e DDoS da attori allineati a Teheran e attacchi wiper contro obiettivi israeliani.

Qui c’è una lezione importante: il cyber non arriva dopo la guerra, come un’eco digitale dei bombardamenti. Arriva insieme. Serve a ridurre la capacità di risposta, a sabotare il coordinamento, a colpire la fiducia negli strumenti usati da cittadini, militari e istituzioni. È il lato software della superiorità operativa: non solo spegnere qualcosa, ma far sì che nel momento decisivo nessuno sappia più se un sistema stia funzionando davvero, se una schermata sia autentica, se un canale sia affidabile.

Reuters aggiunge poi un dettaglio che spiega bene la persistenza del fronte digitale. Il gruppo Handala Hack Team, che il Dipartimento di Giustizia statunitense ha collegato al ministero dell’Intelligence iraniano e a operazioni psicologiche, è tornato online quasi subito dopo il sequestro di quattro domini da parte di FBI e DOJ. Lo stesso gruppo aveva rivendicato un attacco distruttivo contro l’azienda americana Stryker. Nello stesso clima, sempre Reuters ha riferito che la Grecia ha inviato un advisory ad alta priorità a shipping, banche, telecom, sanità ed energia, invitando a controllare indicatori di compromissione collegati anche a infrastrutture connesse all’Iran. La guerra cyber, insomma, non resta dentro il perimetro del fronte: segue cavi, supply chain, logistica e reti civili.

Terzo livello: disinformazione e guerra psicologica

The Guardian descrive un’Iran passata in modalità all-out information war: account e reti che in passato spingevano narrazioni diversissime - dall’indipendenza scozzese alle fratture politiche in Regno Unito e Stati Uniti - sono stati riprogrammati per un messaggio unico, con video AI-generated, meme, contenuti pseudo-autentici e propaganda mirata su X, Instagram e Bluesky. Alcuni fake, scrive il giornale britannico, mostravano danni inesistenti a Tel Aviv, una USS Abraham Lincoln colpita e soldati israeliani in lacrime per la paura.

L’obiettivo non è solo convincere. È saturare. Se riempi il feed di contenuti plausibili, obblighi il pubblico a spendere più energia per verificare che per capire. E qui il valore dell’AI non sta solo nella qualità del fake, ma nella scala industriale della produzione: più lingue, più formati, più volumi, più velocità. Microsoft aveva già osservato nel febbraio 2024 che l’Iran aveva interrotto servizi TV in streaming con una finta anchor AI-generated, definendolo il primo caso rilevato in cui l’AI era una componente chiave del messaggio. Nello stesso report, l’azienda segnalava che le cyber-enabled influence operations iraniane erano passate da circa una ogni due mesi nel 2021 a 11 nel solo ottobre 2023. E OpenAI, nel maggio 2024, ha dichiarato di aver bloccato un’operazione iraniana, IUVM, che usava i suoi modelli per generare e tradurre articoli, titoli e tag per siti collegati a una rete di influenza.

È in questo contesto che vanno lette le accuse arrivate da Washington e riportate da Reuters il 16 marzo: Donald Trump ha detto che Teheran usa l’AI come “disinformation weapon” per gonfiare i propri successi militari e il sostegno interno. Ma il dettaglio più interessante, per un lettore tech, è la prudenza della stessa Reuters: l’agenzia ha verificato alcune immagini, non ha trovato riscontri per altre e ha ricordato che molte accuse non erano accompagnate da prove. È una lezione metodologica fondamentale. Nelle guerre digitali, la verità non coincide né con la viralità né con la smentita istantanea. Coincide con il lavoro di verifica.

La formula finale è brutale nella sua semplicità. Prima la guerra cercava bersagli. Oggi cerca anche sensori, sistemi e storyline. Le telecamere diventano piattaforme di intelligence, le app vettori psicologici, i feed campo di battaglia. E l’AI funziona da moltiplicatore in tutti e tre i casi: accelera l’analisi, industrializza l’influenza, abbassa il costo della manipolazione. Per questo la domanda non è più se l’intelligenza artificiale entrerà nella guerra. Ci è già dentro. La domanda, semmai, è quanta parte della nostra infrastruttura civile - videocamere, piattaforme, servizi, account - sia già stata arruolata senza che ce ne siamo accorti.

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