L'ANALISI
20 Marzo 2026 - 20:17
Bossi e Comaroli
CREMONA - Per i giornali era il ‘Senatùr’, per i leghisti il ‘Capo’ (ancora prima del ‘Capitano’ Salvini), per chi lo conosceva, ‘l’Umberto’. Così, con l’articolo determinativo. L’Umberto per antonomasia che superava perfino l’Umberto D. di De Sica. Il fondatore della Lega Nord se ne va a 84 anni, lasciando orfano il più antico partito presente in Parlamento. I funerali, ça va sans dire, saranno a Pontida, domenica 22 marzo 2026 alle 12, nel monastero di San Giacomo.
Le frizioni che negli ultimi anni avevano allontanato Bossi dal nuovo corso leghista svaniscono in un soffio. Anche Salvini ricorda il Capo come maestro di libertà. E a Cremona il lutto dei leghisti è unanime. «Ciao Umberto. E grazie». Le parole sono quelle del deputato Silvana Comaroli. «È stato uno statista — dichiara l’onorevole —. Abbiamo perso un grande uomo e un politico di razza, dotato di una grandissima visione nel lungo periodo. Gli saremo sempre grati: finché il fisico ha retto, ha difeso artigiani e piccoli imprenditori, ha difeso la famiglia e sollevato la questione settentrionale. Ha dato un’idea nuova alla politica». Contestatissimo per oltre trent’anni, Bossi ha però sempre vantato il rispetto di (quasi) tutto l’arco parlamentare. Da Meloni a Bersani, fino al presidente Mattarella: tutta la politica piange e ricorda Bossi. Lo conferma Comaroli: «I colleghi di altri partiti in Parlamento lo hanno sempre stimato e rispettato per la sua passione e la sua dedizione».

«È una brutta giornata — afferma il segretario provinciale della Lega, Simone Bossi —: perdiamo un riferimento. È stato lui a farmi innamorare della politica, da ragazzo. Ero affascinato dal suo genio ribelle, visionario e determinato, da quel vocione che urlava ‘Padania libera!’. Per me, rimarrà sempre il Capo».
Nei ricordi dei militanti storici tornano le parole Nord, Padania, federalismo e autodeterminazione. Battaglie storiche del Carroccio che trovarono momento apicale nella celebre dichiarazione di indipendenza della ‘Repubblica padana’, pronunciata dal Senatùr nel mega raduno di Venezia del 20 settembre di trent’anni fa. La Lega, reduce dall’esperienza di governo con Berlusconi, aveva in quel momento dichiarato guerra a ‘Roma ladrona’ per perseguire il progetto politico indipendentista. Più volte ministro. Poi l’ictus e il progressivo (ma mai definitivo) ritiro dalla scena.
Il legame con Cremona è profondo. Simone Bossi ricorda «serate bellissime a Soncino, dove era di casa. Partecipava alle feste della Lega: mangiava una bistecca e beveva Coca Cola, fumava il sigaro e formulava le sue predizioni sulla politica nazionale. Non ne sbagliava una». I militanti storici sanno poi che, oltre alle occasioni ufficiali, Bossi era solito passare dalla sezione provinciale a ‘tirare le orecchie’ quando serviva.
Un lascito politico che ha segnato la storia del Paese, appena uscito dalle macerie della Seconda Repubblica appena abbattuta. Per il consigliere regionale del Carroccio, Riccardo Vitari, «con le sue idee e la sua energia dirompente ha saputo portare al centro dell’agenda politica romana i temi del Settentrione e le rivendicazioni dei popoli padani, con la loro aspirazione all’autonomia e alla creazione di una società più equa e rispettosa delle tradizioni e delle radici storiche e culturali».
I militanti della prima ora c’erano nel 1996 al comizio sotto la Bertazzola. C’erano anche al viaggio in motonave sul Po da Torino a Venezia. Jane Alquati tiene incorniciata una foto in cui lo abbraccia. «Seppe dare voce — ricorda commossa la capogruppo Lega a Cremona — ai bisogni del nostro territorio interpretando le necessità di imprese e lavoratori. Al suo genio comunicativo era dedicata la mia tesi in Scienze politiche. Ha cambiato la mia vita».
Bossi di molti, Bossi fece innamorare della politica tanti giovani che non avrebbero mai pensato di intraprendere quella strada. «Senza di lui — dice il sindaco di Casalmaggiore, Filippo Bongiovanni — molti di noi non sarebbero stati politici e amministratori. Ha aperto gli occhi al Nord sulla questione settentrionale. Ci guiderà da lassù insieme a Roberto Maroni».
Anche Maroni, ‘Bobo’, non c’è più. Proprio gli amministratori piangono un modello di politica pragmatica ma sempre ancorata ai propri valori. Daniele Bressan, vicesindaco di Offanengo, ne è convinto: «Era autentico, a tratti ruvido, ma acceso in molti di noi una passione che poi si è trasformata in impegno. Nel mio caso, dalla militanza alla responsabilità amministrativa. La stagione politica aperta da Bossi incide quotidianamente su chi amministra il territorio».
Poco conta l’età: chi milita in Lega è cresciuto col mito di Bossi. Anche Filippo Raglio, coordinatore dei Giovani della Lega di Cremona e consigliere provinciale di Vescovato, ricorda un Bossi conosciuto solo per sentito dire, per amore di storia. «Anche per chi è entrato nella Lega di Salvini, come me, è stata travolgente l’eredità bossiana che il partito ha mantenuto soprattutto nella grandezza e nel coraggio del sogno politico fatto di libertà e identità. Tutti noi giovani leghisti — dice Raglio — siamo rimasti innamorati della sua rivoluzione dello Stato in senso federale e poi della lotta al potere oppressivo di Bruxelles, tutte eredità bossiane. L’hanno chiamata ‘politica urlata’ ma noi l’abbiamo preferita all’accondiscendenza che ha impaludato il nostro Paese».
Anche Andrea Bergamaschini, leader dei giovani di Crema, capogruppo in Consiglio comunale a Crema, sottolinea la portata storica del suo messaggio politico: «È l’unico uomo politico che verrà nominato e ricordato sui libri di storia italiana nei prossimi secoli. Il suo nome resterà inciso nella storia del nostro Paese. È stato coscienza di popolo».
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