L'ANALISI
IL FORUM IN REDAZIONE
20 Marzo 2026 - 05:20
CREMONA - Lo sdoppiamento del Csm e l’aggiunta dell’Alta corte disciplinare; l’introduzione del sorteggio e il rimescolamento delle proporzioni tra magistrati e membri laici. A pochi giorni dall’apertura dei seggi, la redazione del quotidiano La Provincia ha ospitato un forum per far luce sugli aspetti tecnici della riforma su cui anche i cremonesi saranno chiamati a votare il 22 e il 23 marzo. A confrontarsi in un dibattito sui dettagli più tecnici sono stati gli esperti del settore, schierati a favore e contro la riforma Nordio: per il fronte del Sì, l’avvocato Micol Parati e l’avvocato Alessio Romanelli. Dalla parte del No, invece, il punto di vista dei magistrati Alessio Dinoi e Federica Cerio. A fare gli onori di casa è stato il direttore de La Provincia, Paolo Gualandris.
Il dibattito al cuore della riforma si impernia sul tema del giusto processo (art. 111 della Costituzione). Quali saranno i risvolti su questo fronte, in caso di vittoria del Sì?
Cerio: «Nel processo accusatorio, al pm viene affidato il ruolo di accusa e di raccolta delle prove a carico e a discarico dell’indagato. L’obiettivo è quello di accertare la verità. Sostenere che il giudice, oggi, non possa essere considerato ‘terzo’ soltanto per un rapporto di colleganza con il pm è una mistificazione della realtà. Peraltro, particolarmente offensiva: significherebbe che fino ad oggi i giudici hanno amministrato molto male la giustizia. Io, nella mia esperienza, non ho avuto la sensazione che il giudice si ‘appiattisse’ sul pm nelle sue decisioni, diversamente da come vorrebbero i sostenitori del Sì».
Romanelli: «Un giudice è ‘imparziale’ quando non ha interesse in causa. Per esserlo davvero, deve essere indifferente all’esito del processo. Inoltre, un giudice è ‘terzo’ solo se equidistante dalle parti coinvolte. Una condizione che può realizzarsi solamente grazie alla separazione delle carriere. La riforma punta ad evitare che carriera del giudice e quella del Pm abbiano punti di interferenza, sia per quello che riguarda il Consiglio superiore della magistratura, sia in materia di responsabilità disciplinare. Ecco perché l’articolo 111 è il nodo della questione».
Dinoi: «Il giusto processo non si realizza mettendo mano alla Costituzione. Mi sembra che l’articolo 111 funzioni, ma se l’intenzione fosse quella di applicarlo ancora meglio, sarebbe preferibile intervenire sul codice di procedura penale, cosa che peraltro accade piuttosto di frequente. Detto questo, il giudice è già imparziale e terzo anche senza la riforma. Lo dimostra uno studio di Eurispes e Unione delle Camere penali: secondo i dati, le sentenze esprimono una condanna nel 40% dei casi, e un’assoluzione in poco meno del 30%. Se il giudice fosse prono alle richieste del Pm, mi aspetterei un 70-30%, un 60-40%. Cosa che non accade».
Parati: «Questa non è una riforma contro la magistratura, e nessuno la sta accusando. Tuttavia, il condizionamento del giudice, nel senso umano e non doloso del termine, è una realtà. Soprattutto nelle prime fasi del procedimento, quando il pm ha più potere, perché è lui a svolgere le indagini, fare la richiesta al Gip delle misure cautelari, delle intercettazioni e di proroga delle intercettazioni. È una fase delicata, in cui il giudice dovrebbe essere molto critico rispetto alle richieste del Pm, che è a tutti gli effetti una parte del processo».
Nel corso di questa campagna referendaria entrambi i fronti hanno accusato gli avversari di mistificazione e fake news. Qualche esempio?
Dinoi: «Una delle più frequenti riguarda il concetto di ingiusta detenzione, che non è affatto sinonimo di ‘errore giudiziario’. Spesso viene presentato come un fenomeno che la riforma mirerebbe a contenere. L’ingiusta detenzione è un’indennità che viene data a una persona che è stata in carcere o ai domiciliari e poi è stata assolta in via definitiva. Con l’errore giudiziario, invece, siamo di fronte ad un caso diverso, in cui il processo si è chiuso con una condanna definitiva, sottoposta poi a revisione; in alcuni casi si arriva ad una pronuncia di assoluzione. Ma sono episodi rarissimi, a differenza di quanto la propaganda ha cercato di far credere al cittadino».
Romanelli: «La madre di tutte le fake news è che con questa riforma si vada a stravolgere la Costituzione. Di fatto vengono modificati solamente due articoli: il 104 e il 105. Sottolineo, peraltro, che l’articolo 104 continua a difendere il ruolo della magistratura come ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere, a differenza di quanto è stato fatto credere ai cittadini. È assurdo, dunque, pensare che la riforma sia un primo passo verso una deriva antidemocratica: l’autonomia e l’indipendenza della magistratura non vengono assolutamente alterate o toccate».
Cerio: «Due le mistificazioni più gravi passate alla cronaca dei giorni scorsi. La prima: il presidente del consiglio, Giorgia Meloni, ha detto che se non passa la riforma, ‘ci saranno gli stupratori a piede libero’. Uscita infelice, falsa, e utile solo a far presa sul cittadino. La seconda: è stato detto dal professor Fabrizio Criscuolo che le correnti in questo momento hanno il potere di decidere o influenzare le tracce del concorso di magistratura, il più difficile esistente nel nostro campo. Affermazione che è stata poi smentita dal presidente di quella Commissione».
Parati: «Lascia perplessi l’aura di incertezza con cui è stato dipinto il futuro della giustizia in caso di vittoria da parte del Sì. La realtà è ben diversa: siamo chiamati ad esprimerci su un quesito chiaro e trasparente. Se mai un Governo, in futuro, volesse sottoporre il Pm al controllo della politica (cosa che da più voci viene ripetuta), dovrà intervenire con una modifica costituzionale: non basterà fare un blitz all’insaputa di tutti. Per quanto riguarda l’ingiusta detenzione, faccio presente come non tutte le persone che la sperimentano riescano ad ottenere gli indennizzi che spettano loro, a causa di varie clausole e paletti. Proprio questo è lo spazio in cui la riforma può intervenire».
La riforma prevede l’istituzione di due Csm, uno per i giudici e uno per i Pm. Il sorteggio secco dei componenti togati servirà a eliminare le correnti?
Romanelli: «Nate inizialmente con uno scopo virtuoso, le correnti sono diventate strumenti di gestione del potere. Oggi il Csm si occupa delle assunzioni, delle promozioni, delle valutazioni, delle nomine dei capi degli Uffici, del presidente del Tribunale e del procuratore della Repubblica: posti di grandissimo rilievo che possono influenzare la vita del Paese. Queste nomine, come risaputo, vengono gestite come un fatto di corrente. Proprio in questo senso, il sorteggio di una parte dei membri dei Csm è forse una delle novità più importanti introdotte dalla riforma, proprio perché li libera da questo peso».
Dinoi: «Con i due Csm la figura del Pm rimarrà isolata: sarà solo un accusatore, perché se non viene formato insieme al giudice, sarà allevato solamente con un imprinting investigativo. Al Pm non costerà nulla limitarsi all’accusa, e verrà vanificato il principio secondo cui è compito del Pm cercare anche elementi a favore dell’indagato. Inoltre, il Csm serve a garantire questa autonomia e indipendenza della magistratura dalle ‘aggressioni’ esterne del potere esecutivo. Considerarlo come un mero ‘nominificio’, significa banalizzare la portata di questo organo. Se vince il Sì, i membri laici verranno eletti dal Parlamento a maggioranza semplice, quindi dalla maggioranza di Governo. In altri termini, saranno estratti da un ‘paniere’ che conterrà solo persone che andranno bene al Governo. Si realizzerà una situazione in cui una minoranza compatta (i laici) potrà influenzare una maggioranza scollegata (i togati)».
Parati: «Non si comprende come un Pm, con un Csm autonomo, debba, per dir così, ‘cambiare pelle’, diventando un ‘superpoliziotto’ che non segue più i principi costituzionali o il codice di procedura. Se vincerà il Sì, il Pm andrà avanti a fare quello che sta tuttora facendo; solo che, invece di avere un Csm insieme ai giudici (con il potere di decidere della sua carriera e di quella dei giudici) si avrà invece un Csm — sempre presieduto dal presidente della Repubblica, la massima espressione di tutela della Costituzione e dei diritti — con i rappresentanti della rispettiva categoria».
Cerio: «Se il sorteggio ha l’obiettivo di eliminare le correnti, bisogna però ammettere che non è lo strumento più funzionale. Si tratta, anzi, di un sistema aleatorio. Sarebbe preferibile inserire criteri stringenti per cercare di limitare al massimo la discrezionalità e le possibilità di clientelismo».
La riforma prevede l’introduzione di un’Alta corte disciplinare, adducendo come motivazione il fatto che i magistrati, quando sbagliano, devono «pagare come tutti gli altri». Come valutare questa posizione?
Cerio: «Si tratta di una banalizzazione. Innanzitutto, i magistrati, come tutti i cittadini, rispondono dei propri eventuali reati e illeciti civili. Va precisato, inoltre, che non si tratta di errori che vengono commessi all’interno di un procedimento. Un esempio su tutti, riportato dalla cronaca recente, è quello della famiglia del bosco. La narrazione del ‘magistrato che non paga mai’ è fuorviante. Teniamo conto che l’errore di valutazione è umano, ed è possibile commetterne uno perché in una certa fase delle indagini mancano alcuni elementi».
Romanelli: «Il discorso è delicato, perché la funzione esercitata dai giudici e dai pm è estremamente importante. Dobbiamo puntare ad un sistema che, da un lato, garantisca degli uni e degli altri, sempre con l’obiettivo che il giudice possa essere considerato a tutti gli effetti terzo e imparziale. Allo stesso modo, però, è anche giusto che a fronte di un errore molto rilevante, ci sia una conseguente sanzione. Se sbagliano, che paghino! Sorgono dubbi anche sui numeri relativi alle valutazioni professionali dei magistrati, suddivise in ‘negativa’, ‘abbastanza positiva’ e ‘positiva’: la valutazione ‘positiva’ supera sempre il 99%, a volte il 99,5%. Significa che va tutto benissimo. Per evitare che questi numeri vengano percepiti come un trattamento di favore e, quindi, incidano sulla fiducia del cittadino nella magistratura, ci deve essere un sistema che garantisca che le cose vegano fatte nel modo più trasparente e obiettivo possibile. Ricordiamoci che la fiducia nell’istituzione è il fondamento per la giustizia stessa».
Dinoi: «I magistrati sono l’unica categoria sottoposta ogni quattro anni a valutazioni di professionalità. Sull’Alta corte disciplinare, prima i Pm e i giudici vengono spacchettati in due Csm, poi, nell’Alta corte ritornano insieme. Peraltro, i magistrati saranno sorteggiati solo tra quelli della Cassazione, ripristinando una concezione verticistica della magistratura. Come saranno composti i collegi, non lo sappiamo: si demanda alla legge ordinaria. I laici saranno scelti dalla politica, il magistrato sarà condizionato nella sua autonomia e indipendenza. Il giudice farà giustizia difensiva: deciderà non secondo legge, ma per il più forte. Questo sarà un virus instillato nella magistratura se passerà la riforma. I numeri: su 199 sentenze disciplinari, nel 41% dei casi si parla di condanne, nel 47% di assoluzioni e nell’11,56% di non doversi procedere. Ciò dimostra che non è vero che i magistrati non pagano. Si tenga presente, inoltre, che anche il ministro della Giustizia avrebbe facoltà di attivare l’azione disciplinare, se ci sono tutti questi magistrati incompetenti. Eppure, non lo fa quasi mai».
A conclusione di questo forum, vi chiediamo un vostro appello al voto.
Cerio: «L’ unico appello che voglio rivolgere al cittadino è quello a votare dopo essersi informato adeguatamente. Detto questo, invito ciascuno a riflettere sul fatto che i costi per la costruzione di questo apparato potevano essere destinati ad altri scopi più pratici e urgenti, con interventi sull’edilizia giudiziaria o con l’ assunzione di un nuovo personale».
Dinoi: «Ritengo necessario votare No, perché questa riforma non migliora in alcun modo l’efficienza della giustizia, che è quello che più interessa ai cittadini. Il giorno dopo l’eventuale vittoria del Sì, i processi non dureranno un giorno di meno rispetto a prima».
Parati: «Ritengo opportuno votare Sì, perché in questo modo si darebbe finalmente voce all’articolo 111 della Costituzione. Avremmo un giudice più giusto, più oggettivo, più libero, più indipendente. Con un giudice più forte costruiamo una giustizia migliore».
Romanelli: «Voterò Sì convintamente, perché credo che questa riforma sia un’occasione concreta e irripetibile per migliorare la nostra Costituzione. Si tratta di una forma di tutela del cittadino di fronte alla legge, a cui sarà garantito un processo più giusto; ma anche del sistema stesso della giustizia e dei soggetti che la compongono, perché potranno contare su una fiducia sempre maggiore da parte dei cittadini nei confronti delle scelte che faranno».
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