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Un filo di seta lungo 13mila chilometri

Matteo Stella in bici da Pechino a Venezia passando per Montodine, paese della fidanzata

Riccardo Maruti

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rmaruti@laprovinciacr.it

07 Marzo 2026 - 05:15

Un filo di seta lungo 13mila chilometri

MONTODINE - Tredicimila chilometri sui pedali, cinque mesi di viaggio, uno zig-zag sulla mappa da Pechino fino a Venezia. In mezzo, mezzo mondo: deserti, montagne, frontiere dimenticate e incontri impossibili da dimenticare. Il viaggio è quello di Matteo Stella, guida di mountain bike e trekking che vive in Valle d’Aosta. Lungo la strada, una tappa non poteva mancare: Montodine, alla confluenza tra Adda e Serio, il paese della fidanzata Naomi.

«Perché partire proprio dalla Cina? Tutto nasce da una storia che avevo letto sulla seta – racconta —. Per secoli nessuno sapeva davvero come arrivasse a Roma. Era un mistero. La seta faceva un giro talmente lungo che se ne perdevano le tracce». Eppure quel filo sottile univa già mondi lontanissimi. «A Pompei c’è un mosaico con donne che danzano avvolte in veli di seta. Virgilio scriveva che forse veniva da una lanugine che cresceva sugli alberi, altri pensavano a una pecora dell’Anatolia. Una cosa è certa: quella rotta metteva in connessione molto più di quanto immaginiamo oggi».

«Altro che semplice commercio: su quella strada è passato di tutto: merci, certo, ma anche filosofie, saperi e religioni. Il cuore di questo mondo era Samarcanda, la capitale dell’impero di Tamerlano. Io me la sono sempre immaginata come una grande università a cielo aperto. Per questo Samarcanda è stata una sosta obbligata».

Il viaggio ha portato Matteo attraverso Cina, Mongolia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan e Afghanistan, prima del rientro in Italia passando da Turchia, Grecia e Albania. In Afghanistan uno dei capitoli più sorprendenti. «Ero nel deserto, tirava un vento fortissimo e non avevo un posto dove dormire. Ho visto una palazzina a due piani in mezzo al nulla e ho provato a chiedere ospitalità. Era un check point talebano». Sorride, ripensandoci. «Erano una decina. Molto cordiali, anche sorridenti. Va detto: i talebani trattano donne e bambini in modo indecente, ma io, uomo straniero, sono stato trattato bene. Mi hanno offerto da bere e da mangiare».

vcv

«Poi la scena surreale. A un certo punto il capo ha ricevuto una telefonata: ‘L’intelligence ti sta venendo a prendere’. Sono arrivati davvero. Volevano solo presentarsi e portarmi in un posto sicuro. Alla fine mi hanno accompagnato in un albergo dove ho dormito… per terra».

Le difficoltà non sono mancate. «Il momento più duro è stato sui monti Altai, in Mongolia. Una delle zone più remote del pianeta. Ho pedalato per settimane senza incontrare nessuno, attraversando montagne dove non esiste nemmeno una strada». Lì il viaggio è diventato quasi una sfida con la natura. «Ho trovato neve, vento gelido dalla Siberia, meno trenta gradi. Anche l’esercito non è riuscito a darmi indicazioni su come attraversare quella catena».

In mezzo a tutto questo c’è anche l’amore. «Naomi l’ho rivista all’aeroporto di Bishkek. Ci siamo abbracciati per dieci minuti. Poi abbiamo pianto tutti e due, prima che io ripartissi per l’Afghanistan».

Il ritorno in Italia è stato un altro viaggio dentro il viaggio. «Ho percorso la Via Francigena. Sono profondamente cattolico e lungo quella strada ho riscoperto la bellezza dell’Italia e dell’ospitalità verso i pellegrini. È una tradizione che stiamo perdendo».

«Ripartire subito? Per ora no. Adesso voglio distillare quello che ho imparato. Le grandi avventure servono a questo: portare qualcosa nella vita di tutti i giorni».

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