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Olimpiadi, il rientro dei sanitari cremonesi: «La determinazione degli atleti, una lezione di vita»

Otto professionisti di ASST e AREU impegnati nell’assistenza sanitaria ai Giochi olimpici invernali tornano con il patrimonio di un’esperienza intensa, capace di coniugare competenza professionale e valore umano

La Provincia Redazione

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28 Febbraio 2026 - 12:17

Olimpiadi, il rientro dei sanitari cremonesi: «La determinazione degli atleti, una lezione di vita»

A sinistra, Carlotta Pacioni. Accanto, Clara Ferrari insieme a Marta Fabrizi, medico del pronto soccorso di Bologna

CREMONA - Si è conclusa con il rientro degli atleti l’esperienza dei professionisti sanitari dell’ASST di Cremona e dell’Agenzia Regionale Emergenza Urgenza della Lombardia (AREU) impegnati nella rete di assistenza sanitaria delle Olimpiadi Invernali Milano Cortina, terminate lo scorso 22 febbraio.

A rappresentare il territorio cremonese sono stati il medico di emergenza-urgenza Carlotta Pacioni; le infermiere del pronto soccorso di Cremona Elisa Dordoni e Clara Ferrari; e gli operatori di AREU Cristina Pilati, Elisabetta Carletti e Simone Ruggeri (infermieri), insieme a Simone Cè e Andras Gennari, tecnici e autisti soccorritori.

Un’esperienza professionale e umana intensa, vissuta in un contesto altamente specializzato e caratterizzato da un’organizzazione sanitaria complessa e capillare. «Si respirava un’energia speciale», racconta Ferrari. «Ogni dettaglio era pianificato: ospedali di riferimento, medical station, mezzi di soccorso avanzati, elicotteri pronti a intervenire in ogni momento». Dietro il grande evento sportivo, una macchina organizzativa chiamata a garantire continuità assistenziale, tempestività e sicurezza, anche in condizioni operative complesse. «La concentrazione doveva rimanere sempre massima».

SENTIRSI UTILI CON «LA NEVE NEGLI OCCHI»

L’esperienza olimpica ha lasciato un segno anche sul piano personale e professionale. «Torno a casa con negli occhi la neve di Livigno e con una consapevolezza nuova», conclude Ferrari. «La determinazione degli atleti, la loro capacità di cadere e rialzarsi, è una lezione che porto con me e che rafforza il mio impegno quotidiano nel lavoro in pronto soccorso». Un sentimento condiviso anche da Pilati: «Si crea un forte spirito di squadra e di condivisione. È un’esperienza che arricchisce e che lascia il desiderio di continuare a dare il proprio contributo ogni giorno».

ESPERIENZA INTERNAZIONALE

«L’esperienza è stata arricchita dal confronto con professionisti provenienti da contesti molto diversi. La presenza di colleghi internazionali, tra cui odontoiatri spagnoli esperti in ambito sportivo, ha rappresentato un’importante occasione di scambio professionale» spiega Dordoni.

Sulla stessa linea Pacioni: «Ho lavorato a stretto contatto con gli atleti, confrontandomi ogni giorno con i medici delle federazioni di tutto il mondo. La partecipazione alle Paralimpiadi non era prevista inizialmente, ma ho accettato subito. È un’opportunità rara nel percorso di un sanitario».

«La fiducia ricevuta e il lavoro condiviso hanno permesso di costruire il servizio medico di Santa Giulia» – sottolinea Gennari. Medici, infermieri, tecnici e soccorritori hanno operato in modo integrato, con un approccio pragmatico e orientato al risultato. «Ognuno ha messo a disposizione le proprie competenze. Quando c’era bisogno, non contava il ruolo ma l’obiettivo comune: garantire un’assistenza efficace e tempestiva».


IL VALORE DELLO SPORT

«Le premiazioni sono il ricordo più intenso – racconta Cè –. L’emozione degli atleti e il rispetto reciproco sul podio erano evidenti. Anche sugli spalti si respirava lo stesso clima: partecipazione e rispetto, al di là del risultato». «Nonostante i ritmi serrati, rifarei questa esperienza senza esitazione – aggiunge Carletti –. Prima di rientrare l’emozione è stata forte, condivisa da tutti. Un segno concreto di quanto questa esperienza abbia inciso sul piano professionale e umano».

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