L'ANALISI
24 Febbraio 2026 - 18:38
CREMONA - Per tutti era semplicemente ‘Lancio’. Amava Husserl e la fenomenologia del Novecento: l’arte, la musica, la bellezza erano sue compagne. Ed è ora profondo il silenzio lasciato dal professor Albino Lanciani, docente di filosofia e scienze umane al liceo Anguissola, scomparso ieri mattina: era molto conosciuto in città, ma anche all’estero, dove era stato ricercatore e docente universitario.
In Svizzera, ‘Lancio’ era stato docente universitario, collaborando anche con colleghi francesi e italiani alla stesura di testi filosofico-matematici. Matematico e chimico di formazione, si era poi ‘convertito’ alla filosofia e all’insegnamento, senza mai smettere di incuriosirsi per il nuovo. Fino alla sua morte, un anno dopo la pensione.
Una vita vorticosa, che sopravvive nei ricordi indelebili di chi ha condiviso con lui la quotidianità. Al suo ricordo e alla sua famiglia si stringono i colleghi dell’Anguissola, che lo ricordano in una lettera commossa: «Ci ha sorpreso fin dal suo arrivo — scrivono — con il suo nome (‘chiamatemi Lancio, solo mia mamma mi chiamava Albino!’), quasi un programma di anticonformismo. E anticonformista lo era davvero, un ‘eccentrico’, nel panorama variegato dell’insegnamento, nel senso più alto e nobile del termine: unico e diverso dagli altri».
Un uomo capace di percorrere «ogni forma dell’autentica amicizia, quella che sostiene, fa crescere, rafforza e migliora chi ha la fortuna di conoscerla». Amico degli alunni (era ‘Lancio’ anche per loro), «aveva il dono di un’umanità grande, autentica, quella che non si lascia mai invischiare nel ruolo, e riesce a vedere, dietro le silhouettes ingessate della coppia ‘professore ed alunno’, un incontro tra persone».
I colleghi lo ricordano come un uomo capace di «parlare ai ragazzi come un amico più grande, capace di accompagnarli senza forzarne i tempi di crescita, permettendo a ciascuno di loro di restare se stesso, senza maschera, sapendosi accettato anche così».
Amico e non solo: «oltre alle conversazioni argute, spiritose, colte, nelle ore buche trascorse in compagnia, ci ha regalato fulminanti scambi di battute memorabili e confronti disciplinari illuminanti. Ha saputo essere, in quel suo modo vero, semplice, diretto, un maestro nel piacere di condividere ciò che rende la vita più lieta».
Ma anche «un fratello maggiore, un vice padre: di quelli che ascoltano senza giudicare, che ti fanno compagnia in silenzio, perché non c’è nulla di più che si possa dire, ma che riescono ugualmente, saldi come rocce, a placare inquietudini, stemperare amarezze, dare consolazione».
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