L'ANALISI
21 Febbraio 2026 - 13:40
La copertina del libro e il Campus di Santa Monica
CREMONA - Le aule giudiziarie sono lo specchio del Paese. «Nelle testimonianze dei processi per maltrattamenti, abusi e violenze sessuali emergono tragedie che non si possono nemmeno immaginare. Donne costrette a non mangiare, obbligate a dormire nella cuccia del cane, vessate e umiliate in pubblico. Una fatica enorme anche solo ascoltarle queste violenze. Figuriamoci viverle in prima persona. Nei processi emerge sempre un dato costante e terribile: nel racconto degli uomini che hanno commesso il crimine, queste donne sono tutto tranne che delle persone». Sono ‘res’, cosa.
‘Mai più cosa vostra. Come spezzare le radici del patriarcato e della violenza maschile’: il libro scritto per Mondadori da Ilaria Ramoni, avvocata del Foro di Milano, consulente della Commissione parlamentare antimafia, e Fabio Roia, presidente del Tribunale di Milano. Mercoledì 25 alle 18 gli autori ne parleranno alla tavola rotonda nell’Aula magna del campus Santa Monica dell’Università Cattolica. La tavola rotonda sarà introdotta e moderata da Melania Rizzoli, medico e scrittrice. Con Ramoni e Roia dialogherà Luca Milani, professore ordinario di psicologia dello sviluppo. L’iniziativa, promossa dalle Facoltà di Economia e Giurisprudenza e di Psicologia insieme al Comitato per le Pari opportunità dell’Università Cattolica, è patrocinata dal Comune e da Regione Lombardia.
«Non è un libro sulla violenza di genere. È un libro contro il patriarcato e la subcultura patriarcale di cui il nostro Paese è ancora impregnato. Perché tutto parte da lì, a ogni latitudine».
Nell’indagine a due mani, Ramoni e Roia mettono in luce un parallelismo scomodo, ma necessario: quello tra la subcultura patriarcale e quella mafiosa. Due mondi che si reggono sulle stesse fondamenta. Fu forse Michela Murgia a fare, anni fa, questo accostamento tanto ardito quanto vero tra patriarcato e mafia: «Nascere maschi in un sistema patriarcale e maschilista è un po’ come essere figli di un boss. Non sai nemmeno cosa sia la mafia, ma da quel momento tutto quello che mangerai, berrai, vestirai verrà dall’attività mafiosa».
«La subcultura patriarcale e la subcultura patriarcale mafiosa sono molto più vicine di quanto si voglia ammettere». «Le analogie sono tantissime – ha detto Ramoni a ‘Donna moderna’ -. Omertà. Dipendenza economica, mancanza di autonomia psicologica ed emotiva. La violenza non sempre viene riconosciuta come tale, spesso viene negata, giustificata. E quando una donna rompe lo schema, «l’ordine si incrina e arriva la punizione. Come per chi sfida un marito mafioso, anche nel patriarcato la reazione può essere estrema. Il femminicidio è delitto di potere».
Femminicidi, stupri, aggressioni fisiche, minacce, insulti urla sono la punta dell’iceberg. Sono «la parte emersa, visibile». Poi, c’è quella «meno visibile con forme sottili di violenza: umiliazioni, ricatti emotivi, colpevolizzazioni, disprezzo e svalorizzazione». Infine, c’è «la parte più sommersa». Ed è quella «degli atteggiamenti che ci riguardano tutti perché appartengono a una subcultura, o meglio subcultura: pubblicità sessiste, linguaggio sessista controllo e annullamento della personalità».
Le leggi sono cambiate, ma, lo ha rimarcato Roia, «è rimasta la cultura». «Come nelle zone d’ombra che proteggono la mafia, anche nel sistema giudiziario resistono retaggi culturali duri a morire». Gli stereotipi entrano in aula. Il processo all’imputato può diventare il processo alla vittima. Come nel caso di una donna che denuncia uno stupro e si sente ancora chiedere :’Com’era vestita?’ E’ il ‘te la sei cercata’.
Nel 2022, un uomo è stato assolto Torino, perché la vittima «era alterata dall’alcol». Nel 2024, a Milano una avvocata ha domandato alla vittima: ‘Dopo ha visitato una sexy shop?’. Domanda dichiarata inammissibile dal giudice, ma, intanto, la donna ha sofferto un’altra violenza.
E’ la vittimizzazione secondaria. Stereotipi patriarcali si trovano nelle canzoni trap. Maschilismo e patriarcato si fondono sui social. «Un tempo c’erano i bagni pubblici con le scritte volgari accompagnate dai numeri di telefono, ora si usa il web».
«Serve una nuova cultura del rispetto, capace di insegnare alle giovani generazioni a riconoscere i segni del patriarcato silenzioso e a spegnerne sul nascere ogni rigurgito».
Il libro ‘non è soltanto un atto di accusa, ma «un invito a un cambiamento necessario. Superare l’eredità della sopraffazione per restituire alle donne piena autonomia e dignità. Un futuro in cui nessuna donna debba sentirsi dire ‘sei cosa mia’».
Rita Atria è la testimone di giustizia che si ribellò alla mafia. Si tolse la vita il 26 luglio del 1992, un mese e mezzo prima di compiere 18 anni, una settimana dopo la strage di via D’Amelio, dove morì Paolo Borsellino, al quale si legò come a un padre. Rita era sotto choc: si lanciò dal settimo piano di un palazzo a Roma. Prima di morire, scrisse una frase che fece riflettere l’Italia intera. La frase: «Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi, e il nostro modo sbagliato di comportarci».
Parafrasando le parole della giovane Rita - (Prima di combattere la mafia e il patriarcato che troviamo fuori di noi, sconfiggiamo la mafia e il patriarcato) Ramoni e Roia chiosano: «Se tutti fossimo veramente disposti a compiere questo scatto di civiltà ogni giorno, nella nostra quotidianità, nel nostro lavoro, nelle nostre professioni, nelle nostre famiglie, con i nostri amici, probabilmente mafia e patriarcato sarebbero destinati a morire. Insieme, potremmo riuscirci».
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