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LE STORIE DI GIGIO

Un concerto di bellezza e dolcezza nel reparto di cure palliative

A 86 anni, una paziente delle Ancelle della Carità riceve un omaggio speciale: musicisti eseguono brani rinascimentali inglesi in un salotto trasformato in teatro. Un momento intimo che unisce arte, emozione e sollievo per chi affronta la malattia

Gilberto Bazoli

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redazione@laprovinciacr.it

09 Febbraio 2026 - 05:25

Un concerto di bellezza e dolcezza nel reparto di cure palliative

Da sinistra Vittoria Cernuto e Carlo Cresci. Poi, Grazia Iaria, Giulia Filippini e Marina Madoglio

CREMONA - C’è più trambusto del solito oggi alle Ancelle della Carità. Nel reparto di cure palliative, 12 posti letto di degenza e uno di day hospital, è ricoverata da qualche settimana una donna non più giovanissima che ha attraversato la vita con eleganza, grazia e riservatezza (anche in questa occasione ha chiesto l’anonimato). E con una composta dignità che non ha perso nemmeno in questo periodo difficile. Una delle sue più grandi passioni è stata ed è la musica classica. Non si contano i concerti che ha ascoltato, gli ultimi, indimenticabili, all’Auditorium del Museo del Violino. In suo omaggio ne è stato organizzato uno in un ‘teatro’ particolare come il salotto a pochi metri dalla sua camera di via Aselli. È la prima volta che questo luogo ha fatto da palcoscenico per un momento struggente che ha irradiato la dolcezza di melodie capaci di rendere più sopportabile la tristezza per la malattia.

La proposta è stata avanzata da una ex studentessa fuori sede della facoltà di Musicologia di Cremona, diventata nel frattempo ricercatrice e insegnante di Conservatorio. Arrivata da lontano in città, quella signora e il marito le aprirono le porte di casa. Pochi giorni fa Claudia, questo il nome della ventenne di allora, ha parlato del progetto in note con la sua saggia amica (a cui non ha mai smesso di dare del lei), che ne ha discusso con i medici, i quali hanno acconsentito senza problemi. Inizialmente previsto in camera, l’inusuale spettacolo è stato spostato per ragioni di spazio all’esterno.

Carlo Cresci e Aurora Cernuto, 28 e 21 anni, milanesi entrambi ed entrambi iscritti a Musicologia, hanno messo a disposizione il loro talento prestando volentieri il primo il suo liuto, la seconda la sua voce. Sul tavolo all’ingresso della stanza dove il duo sta provando, una cesta colma di biglietti di stima verso il personale della clinica lasciati dai familiari dei degenti. C’è la lettera di Raffaella e Gina: «Esistono gli angeli del cielo, ma qui abbiamo trovato gli angeli di terra. Grazie a tutti voi per le cure e le coccole, non solo a chi sta male ma anche ai familiari». Accanto al cesto, una targa: «Affidarsi con fiducia a chi si deve occupare dei nostri cari rende tutto meno doloroso».

dedica

I divanetti e le poltrone del soggiorno non possono bastare per tutti gli spettatori, per lo più amici e conoscenti; bisogna aggiungere alcune sedie anche nel corridoio. Tra il pubblico madre Carla, la superiora della comunità: «Favoriamo iniziative simili che aiutano i nostri pazienti a sentirsi accolti».

Una volta una violinista si è esibita nella stanza dell’amico poi mancato. Marito e moglie, malata cronica, hanno rinnovato dopo 50 anni la promessa di matrimonio. Sono state celebrate nozze civili alla presenza del sindaco. Un pomeriggio verrà ricordato per un battesimo nella cappella seguito dal rinfresco a cui ha partecipato il nonno, anche lui in gravi condizioni, del bambino. Mai però prima d’ora, a quanto pare, la musica aveva trasformato, in punta di piedi, questo angolo con una Madonnina, un mare verde di piante e la vista sul Torrazzo. L’ideatrice del concerto è emozionata mentre lo introduce. «Qualcuno ha detto che la bellezza salverà il mondo, qualcun altro ha aggiunto che saranno bellezza, poesia e musica a farlo. Se è vero che la bellezza salva, allora era giusto dedicare questo momento a colei che, da 86 anni, quella bellezza, interiore ed esteriore, incarna. Verremo accompagnati per una ventina di minuti altrove, nell’Inghilterra di fine Cinquecento, ai tempi della regina Elisabetta. Chiudiamo gli occhi, indossiamo idealmente l’abito più bello e immaginiamo di entrare alla corte di Elisabetta, non nella grande sala da ballo, ma in una stanza riservata dove si suona per pochi intimi, alla luce di qualche candela, lontano dal rumore».

Il testimone passa al liutista e alla cantante, che eseguono brani di compositori rinascimentali inglesi; quattro di John Dowland, compresa la famosa canzone ‘Flow my tears’, «quasi un monologo interiore, una preghiera laica», la definisce Claudia; uno di Daniel Bacheler; uno di un autore anonimo. «Il genere di Dowland è molto melodico, ha trasformato in note le poesie scritte da lui stesso o da nobili dell’epoca mentre Bacheler ha prediletto la musica popolare del suo secolo arricchendola con variazioni, abbellimenti o diminuzioni», spiega, tra un applauso e l’altro, Cresci. Per aggiungere, deposto il liuto: «Sentivo la responsabilità di dare il meglio di me stesso per un momento così intenso. Abbiamo avuto solo tre giorni di tempo per prepararci, ma ci siamo impegnati al massimo». «Quello presentato è un repertorio destinato a un contesto molto ristretto. Abbiamo cercato di trasmettere qualcosa di più a queste persone», gli fa eco la sua partner. I loro sorrisi sembrano dire: ci siamo riusciti. Dal reparto arriva lo squillo di un campanello azionato da un paziente che ha bisogno; un sanitario si stacca e accorre.

Tra il pubblico ci sono anche la moglie di un malato delle cure palliative e il figlio di un altro. In piedi, l’infermiera professionale Grazia Iaria, da 22 anni in via Aselli. Non è in servizio, ma non ha voluto mancare. «Un concerto insolito? Proprio perché insolito e coraggioso, è stato giusto organizzarlo. Cerchiamo di esaudire ogni desiderio di chi sta male, di contribuire a una buona qualità di vita. Se potessi dare a queste persone la luna, lo farei. Non hanno potuto venire perché sono allettate ma, se fosse stato possibile, avrei portato qui qualcuna di loro».

È invece di turno Giulia Filippini, operatrice sanitaria. «È stata una mezz’ora spettacolare, incantevole. Queste cose fanno benissimo ai malati. Ho due nipoti, Elisa e Mattia, 15 e 13 anni, che suonano il pianoforte e il flauto traverso: li registro e li faccio sentire ai degenti, che impazziscono di gioia».

Intanto, l’elegante protagonista di questo pomeriggio diverso dagli altri viene accompagnata in camera. «Sono stanca ma emozionata perché ho ricordato quando i ragazzi di Palazzo Raimondi venivano a casa mia riempiendola di allegria e la musica meravigliosa che non mi ha mai lasciato sola in tutti questi anni». La domenica dopo comincerà con la solita dose di pastiglie e punture, ma in questo sabato speciale probabilmente la medicina più efficace è stata un’altra.

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