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LE STORIE DI GIGIO

Leonardo Michelotti, due Olimpiadi nel destino di un nuotatore lontano dai riflettori

Dalla specialità del delfino ai primati nazionali, una carriera costruita tra grandi palcoscenici internazionali e sacrifici quotidiani. Un percorso umano prima ancora che sportivo, segnato da esperienze indelebili e da un legame profondo con Cremona

Gilberto Bazoli

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redazione@laprovinciacr.it

12 Gennaio 2026 - 05:20

Leonardo Michelotti, due Olimpiadi nel destino di un nuotatore lontano dai riflettori

CREMONA - Sulla scrivania nell’ufficio del negozio di casalinghi una fotografia, quasi la accarezza: lui a Hong Kong con Alberto Castagnetti, il suo allenatore e di Federica Pellegrini. Sono molti gli sportivi cremonesi che nelle diverse discipline hanno partecipato alle Olimpiadi, ma uno solo il nuotatore che ce l’ha fatta. Quel campione, forse un po’ dimenticato e che preferisce stare lontano dai riflettori, è Leonardo Michelotti, 60 anni. E i suoi Giochi sono addirittura due: Seul e Barcellona.

michelotti

«Esserci stato è già una vittoria». La piscina è diventata la sua vita quasi per caso, come capita a tanti bambini. «Ero alto ma magrino, gracile. ‘Nuotare ti farà bene’, mi ripetevano». Detto fatto: «Mi hanno buttato in acqua senza neppure l’asciugamano e il phone, come invece fanno oggi i genitori. Mi piaceva».

miche

Un giorno lo ha notato Giorgio Maranesi, il suo primo preparatore. «Mi ha portato alla Bissolati e lì ho disputato le mie prime gare: avevo 12 anni. Sono nato come liberista, poi, strada facendo, dai 16 ai 17 anni ho cominciato come farfallista, era in quella specialità che ottenevo i risultati migliori. E così, pur non lasciando lo stile libero, ho continuato con il delfino».

Sono seguiti i due anni alle Fiamme Gialle di Roma. «Ho capito che c’era un altro mondo, a partire dalle modalità di allenamento». Quindi, la vera svolta: viene chiamato dalla Leonessa, la società bresciana che annoverava tra le sue fila un monumento come Giorgio Lamberti, nel 1989 recordman mondiale nei 200 stile libero. Con loro altri fuoriclasse del calibro di Marco Colombo, Fabrizio Rampazzo e l’italo-australiano Roberto Gleria. «Alla Leonessa, una delle squadre più gloriose e all’avanguardia, sono rimasto per quattro anni. Eravamo sempre in piscina o in palestra, mattina e sera. Allora gli allenamenti erano molto più duri di oggi; nel periodo invernale non vicino alle competizioni, scattava ‘la settimana dell’inferno’: 20 chilometri al giorno in vasca, dieci il mattino e 10 la sera. Mediamente si facevano 7 chilometri e mezzo la prima parte della giornata e altrettanti la seconda. E qualche ora dopo eri ancora lì. Il mio passaggio, il mio approccio alla farfalla è stato semplice, senza forzature, mi veniva bene». Così bene da stabilire, sulla distanza dei 100 metri, per due volte il primato nazionale, a San Donato Milanese e Pesaro. «Non ho mai provato i 200 perché è necessario un altro tipo di preparazione».

Su queste basi la convocazione per le Olimpiadi in Corea (1988) era scontata. «La Nazionale, lo staff, atleti tutti super forti... mi sentivo un po’ spaesato. È comunque stata un’esperienza bellissima, che mi ha regalato sensazioni vive ancora adesso. Mi ha colpito l’avanzato livello tecnologico di quel Paese, la modernità futurista del pavimento della piscina al chiuso che si alzava per il nuoto mentre si abbassava per la pallanuoto e il sincronizzato». A Seul ha corso i 100 metri farfalla e la 4x100 mista mancando le finali. «Ho la registrazione della mia falsa partenza nei 100, cosa allora possibile: ci avevo tentato. Erano gli anni d’oro di Matt Biondi che però è stato sconfitto da Anthony Nesty. Io deluso? No, in alcun modo. L’obiettivo erano le Olimpiadi, un sogno che non mi era passato nemmeno lontanamente per la testa da ragazzino anche se forse, con il senno di poi, non ci si dovrebbe mai accontentare».

Nel 1991, i Mondiali di Perth, in Australia, con l’ingresso, stavolta, nella finale della staffetta composta anche da Giorgio Lamberti, Stefano Battistelli e Gianni Minervini. «Quel pomeriggio, invece, ho provato un pizzico di rammarico perché ci siamo classificati quinti mancando di un’inezia il terzo posto, tra i terzi e i quinti c’erano pochissimi decimi di secondo, forse centesimi. Sì, non salire sul podio mi ha bruciato. Abbiamo sbagliato un po’ i cambi, non te lo puoi permettere quando ti misuri con i migliori. Nella corsia a fianco della mia avevo, mi pare, l’americano che sollevava onde così alte da farmi bere l’impossibile».

Un anno dopo i Giochi si spostano in Europa, Barcellona. «Ero rientrato alla Bissolati. Niente finale nei 100 metri né nella staffetta mista. In generale, non è stata un’edizione memorabile per la Nazionale di nuoto, se si eccettua il bronzo di Luca Sacchi nei 400 misti. In compenso è stata una Olimpiade indimenticabile dal punto di vista umano, ero quasi un veterano in una squadra ben amalgamata, stavamo bene insieme. Eravamo tutti amici». A Barcellona ci è tornato, con Cecilia, la sua compagna, nel 2022 in occasione del 30° anniversario dei Giochi in Catalogna. «Sono andato in cerca del Villaggio olimpico, diventato nel frattempo un vero e proprio quartiere, e la mensa, trasformata in un supermercato o qualcosa del genere. Invece non sono riuscito a trovare la mia palazzina mentre ho fatto qualche metro nella piscina dove avevo nuotato: l’acqua era fredda, gelata. Non ho la lacrima facile, ma quel giorno mi sono emozionato».

Ha smesso a 27 anni, subito dopo Barcellona. «Non ero giovanissimo ma nemmeno stanco, avrei potuto andare avanti tranquillamente per un paio d’anni. Però quando prendo una decisione, è quella. Avevo già portato a termine il ciclo olimpico, non mi andava di insistere, era arrivato il momento giusto senza forzare la situazione, anche perché allenarsi è impegnativo». È rimasto in contatto con Lamberti. «Ci siamo scambiati gli auguri a Natale. È una persona squisita, sincera, molto professionale, con lui si parla volentieri, abbiamo condiviso la stessa stanza. È serio, non un ‘casinista’ come il sottoscritto: lo sono, sia chiaro, fuori dall’acqua, non dentro, ho sempre seguito le indicazioni di tutti gli allenatori che ho avuto».

Anche se è appassionato soprattutto di motociclismo, in piscina, oltre che in palestra e in bici, Michelotti continua a recarsi regolarmente. «Due-tre volte la settimana coprendo i miei 3000-4000 metri, stile libero, non farfalla: rispetto ai miei tempi è cambiata tantissimo con quelle fantastiche partenze e quelle virate in subacquea». Il protagonista di Seul e Barcellona, dei Campionati nazionali, dei Giochi del Mediterraneo e di mille altre manifestazioni in Italia o all’estero torna tra i piatti e i vassoi, i bicchieri e le posate dietro le vetrate di via Giuseppina. «Penso di aver fatto qualcosa di bello, qualcosa che rimane nel tempo per me, il nuoto e, spero, per Cremona, la mia città». Anche senza medaglie olimpiche al collo.

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