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IN SCENA AL COMUNALE

«Un fratello maggiore che vedeva lontano»

Gioele Dix domani sera sul palco a Casalmaggiore con ‘Ma per fortuna che c’era il Gaber’

Nicola Arrigoni

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narrigoni@laprovinciacr.it

08 Gennaio 2026 - 05:15

«Un fratello maggiore che vedeva lontano»

CASALMAGGIORE - Indimenticabile Giorgio Gaber quando, chiamato a gran voce dal pubblico, usciva in accappatoio per ringraziare. Accadeva al Ponchielli alla fine di E pensare che c’era il pensiero. E che dire di quando, dopo richieste insistenti, concedeva con ironia Lo shampoo, mettendo in evidenza la sua verve comica, il fisico dinoccolato, un’espressività autoriale unica.

Immagini di un artista che ha saputo stamparsi nella memoria di chi lo ha visto e apprezzato e che a 23 anni dalla morte ancora ci parla ed è motivo di curiosità, di lettura, omaggio e analisi.

A confrontarsi col teatro canzone di Gaber è Gioele Dix, in scena venerdì 9 gennaio 2026 alle 21 al Comunale, con Ma per fortuna che c’era il Gaber, affiancato da Silvano Belfiore (pianoforte) e Savino Cesario (chitarra).

Da che esigenza nasce il suo spettacolo, oltre all’anniversario della scomparsa di Giorgio Gaber?
«Il titolo 'Ma per fortuna che c’era il Gaber' è una citazione, arriva da un motivetto del primo Gaber: Ma per fortuna che c’è il Riccardo, una canzoncina che ricordo benissimo da bambino, quando Gaber era ancora quello precedente alla svolta poetico-politico-teatrale. Quel Gaber leggero, popolare, che però già conteneva tutto. Per omaggiare quel Gaber alla fine dello spettacolo, infatti, facciamo un bis con una specie di medley di quei brani: Torpedo blu, Lo shampoo, La ballata del Cerutti, Il Riccardo, Barbera e champagne. Perché il pubblico è rimasto profondamente legato a quel repertorio».

Lei ha già reso omaggio a Gaber in passato. Cosa rende questo progetto diverso dagli altri?
«Ho fatto un primo omaggio nel 2004, subito dopo la sua morte, e poi una tournée estiva nel 2010. Questa volta però c’è stato un passaggio decisivo: circa tre anni fa la Fondazione Gaber mi ha proposto di mettere mano agli archivi di Gaber e Sandro Luporini. E lì ho scoperto moltissimo materiale inedito: monologhi mai entrati in uno spettacolo, testi non musicati, persino il testo di una canzone bellissima che Gaber non ha mai inciso. Ci sono anche canzoni eseguite dal vivo ma mai finite su disco. Ne è nato un percorso che non è fatto solo di inediti, ma in cui gli inediti costituiscono l’ossatura dello spettacolo».

Che tipo di Gaber emerge da questo lavoro?
«Un Gaber che molti credono di conoscere, ma che in realtà continua a sorprendere. Dopo 23 anni c’è un pubblico che magari lo conosce per sentito dire, o per i dischi, ma non lo ha mai visto dal vivo. E questo fa una differenza enorme, perché Gaber era un animale teatrale straordinario: il modo in cui abitava il palcoscenico, il corpo, la relazione fisica con il pubblico, era impagabile. E poi lo spettacolo offre una chiave nuova anche a chi Gaber lo conosce benissimo: ci sono delle vere sorprese.»

Gaber però era inscindibile da sé stesso, era autore e interprete di sé stesso. Cosa succede quando viene ‘interpretato’ da un altro attore?
«Credo che Gaber sia da annoverare fra quei grandi che diventano dei classici, come nella letteratura o nel teatro. Le loro opere non appartengono più solo a loro, ma alla memoria collettiva. Penso a quello che mi disse Claudio Baglioni che ad un certo momento non voleva più cantare 'Questo piccolo grande amore', ne cercava versioni e interpretazioni nuove, fino a che un ragazzo alla fine di un concerto gli disse: quella canzone non è più tua, ma appartiene a noi. Ovvero 'Questo piccolo grande amore' appartiene alla memoria collettiva. Sono convinto che Gaber sia un pezzo della nostra memoria collettiva. Detto questo, Gaber era anche profondamente legato alla sua persona, al suo corpo, alla sua voce. Ma io mi sento adatto a portarlo in scena perché Gaber, per me, non è solo un modello: è stato un elemento di crescita. È stato una specie di fratello maggiore. Negli anni Settanta lui aveva trent’anni, io venti: vedeva un po’ più lontano di me, ma condividevamo tantissime domande».

Quanto ha inciso Gaber sulla sua formazione artistica?
«Moltissimo. Prima come spettatore fanatico: andavo a vedere tutti i suoi spettacoli, li imparavo a memoria. Poi, quando ho iniziato a pensarmi come attore, il suo modo di stare in scena è diventato un riferimento ancora più forte. Il modo di raccontare il proprio punto di vista, di farne materia teatrale, di mettersi totalmente in gioco. È stata forse quella l’influenza più grande».

Lo spettacolo diventa allora anche autobiografico?
«In un certo senso sì. È costruito così: io vi parlo di Gaber attraverso di me, e allo stesso tempo parlo di me attraverso Gaber. Con il tempo mi capita sempre più spesso che qualcuno venga a dirmi: ‘Ti devo molto’. E io resto spiazzato. Ma poi capisci che, senza volerlo, quello che fai può servire a qualcuno: far pensare, far respirare, far sentire meno soli. Ed è una cosa enorme».

Il teatro resta il luogo privilegiato per questo tipo di lavoro?
«Assolutamente sì. Il teatro è una scelta consapevole del pubblico, non un’imposizione. È un patto che ti obbliga a cercare sempre motivazioni vere, a non fare nulla tanto per fare. È una lezione che ho imparato anche da Gaber: il rigore. Era una persona ironica, curiosa, amante dell’enigmistica, del calcio, della musica, ma sul palcoscenico era rigorosissimo. Si faceva domande, dichiarava le proprie contraddizioni, aveva un’onestà intellettuale rarissima».

Oggi tutti sembrano dire quello che pensano: secondo lei, è davvero una conquista?
«Apparentemente sì. Ma siccome c’è anche tanta gente che pensa sciocchezze, a volte preferirei che qualcuno fosse un po’ più bugiardo. Gaber, ad esempio, aveva il coraggio di dire quello che pensava, ma soprattutto si assumeva la responsabilità di pensarlo davvero».

C’è ancora chi le chiede i suoi personaggi più popolari?
«Certo. L’Automobilista me lo chiedono sempre, e io lo faccio volentieri: è una mia creatura, ne sono orgoglioso. Ovviamente tutto dipende dal contesto: nello spettacolo su Gaber non avrebbe senso, in altri casi invece sì».

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