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Venezuela, dopo l'attacco c'è chi esulta e chi teme

Le voci dei cremonesi, d’origine o d’adozione, in seguito all’invasione Usa a Caracas

Gilberto Bazoli

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redazione@laprovinciacr.it

04 Gennaio 2026 - 05:25

Venezuela, dopo l'attacco c'è chi esulta e chi teme

Simone Lazzarini, Alexander Caballero e Alice Fanti. Dietro, militari disposti sul perimetro del palazzo presidenziale Miraflores a Caracas, in Venezuela

CREMONA - Simone Lazzarini, ex sergente della Marina militare da tempo impegnato sul fronte delicato della sicurezza, è abituato per il suo lavoro a svegliarsi all’alba. Lo ha fatto anche ieri non appena hanno cominciato a circolare le prime notizie del bombardamento americano sul Venezuela. Paese che Lazzarini conosce bene avendovi vissuto dal 2008 al 2013. «Mi sono subito messo in contatto con un amico, per me quasi un fratello, che mi ha mandato le foto del blitz accompagnato da un audio in cui dice che l’azione degli americani era un diversivo per spostare l’attenzione dal vero obiettivo: catturare, come poi è effettivamente avvenuto, Maduro con la moglie e portarli via. Quella che nel nostro gergo si chiama estrazione».

Il body guard, che non si sente per niente un Rambo, ha mantenuto solidi rapporti con il Venezuela. «La maggior parte della popolazione sperava in un cambiamento, la situazione era diventata insopportabile. Sono tornato in Venezuela, per una ventina di giorni, nel 2018. A Caracas c’è la cosiddetta ‘strada della fame’, la via dove si può trovare sempre da mangiare, i chioschi sono aperti a ogni ora. Bene, non ho potuto raggiungerli perché i bambini mi fermavano chiedendo di comprare loro un panino. Il Venezuela è ricchissimo, ha petrolio, gas naturale, rame in grande quantità eppure non si trovano medicinali, un’aspirina. Prima c’erano i cosiddetti ‘compradores’, persone che entravano nei negozi e potevano permettersi di acquistare ogni tipo di merce, al doppio, al triplo del prezzo. Con il chavismo e la sua retorica social-comunista tutto questo è sparito».

Lazzarini, con la compagna Elena e il figlio Thomas (che da qualche tempo hanno rilevato un bar in città), aveva progettato di mettere in piedi un’attività in riva all’Atlantico: affittare barche ai turisti. «Ma al potere c’era Hugo Chavez che ha nazionalizzato l’economia distruggendo anche il settore internazionale. Maduro non ha fatto altro che continuare in peggio la sua opera».

Se Lazzarini è un cremonese che ha vissuto in Venezuela, Alexander Caballero è un venezuelano che ha vissuto a Cremona e studiato, dal 1992 al '96, alla Scuola internazionale di liuteria per aprire subito dopo aver conseguito il diploma, con la moglie e collega, la sua bottega a Lucerna, dove abita. Da lui una premessa prudente: «Le notizie che si moltiplicano sul mio Paese devono essere confermate, avere il crisma dell’ufficialità». Ma il suo giudizio è già chiaro. «Sono molto contento che gli Usa, o chiunque sia stato, si siano dati una mossa. Da tempo si aspettava qualcosa perché la situazione in Venezuela è sempre più precaria. Il momento opportuno poteva essere in occasione della consegna del Premio Nobel a Maria Corina Machado, la gente sperava di festeggiare il Natale senza Maduro».

Si è dovuto aspettare pochi giorni, la vigilia dell’Epifania. «Confido che qualcosa possa cambiare, la gente se lo attende con ansia. C’è chi eccepisce sull’intervento americano dicendo che in Venezuela non era in corso un conflitto armato come, ad esempio, in Iraq. Ma la situazione in Venezuela ha causato più disgrazie che una guerra. Si è creata una mafia che si spartisce l’economia. Si parla di 8 milioni, ma in realtà sono 12, di miei connazionali fuggiti dalle loro case e ora in giro per il mondo in condizioni disperate. Sono tantissimi quelli tra loro che non riescono a parlare con i familiari, i figli». Il maestro liutaio ha il passaporto svizzero, ma non quello venezuelano. «Non mi viene rilasciato perché ho votato contro Maduro».

Una forma diffusa di ritorsione. «La stessa cosa è accaduto a tanti altri come me». L’ultima volta che Caballero è rientrato in patria è stato lo scorso febbraio. «Tra la frontiera con la Colombia e la mia città d’origine ci sono una cinquantina di chilometri e qualcosa come otto posti di blocco, a ognuno di essi bisogna pagare per poter passare». Anche lui è in costante contatto con i parenti rimasti nel Paese sudamericano. «Stanno bene, avevo detto loro di prepararsi a ogni eventualità comprando acqua e cibo. A quanto pare, circolano video in cui si vedono militari fermare le auto trascinando via conducenti e passeggeri. Il timore è che vengano utilizzati come ostaggi o uccisi».

È arrivato 16 anni fa da Caracas Yorsi Eduardo Bandez, da 14 macchinista del Ponchielli. «Si prevedeva che prima o poi sarebbe scattata l’operazione americana, era una questione di tempo. Il governo in carica non è legittimo perché Maduro ha perso le elezioni, ma non ha voluto in nessun modo lasciare. Purtroppo, probabilmente, ci andranno di mezzo dei civili, ma forse siamo alla fine della dittatura». Una dittatura «che ha impedito al cittadino di esprimere la propria opinione, che invece di migliorare la vita del popolo ha distribuito armi ovunque, che si sente in diritto di rimanere al potere a vita». Già alle 7 di ieri mattina il tecnico del Ponchielli si è sentito con i suoi cari. «Si sono riuniti, sono preoccupati e sperano che tutto questo possa risolversi in fretta».

Sono ore di trepidazione anche per Alice Fanti, cooperante cremonese, direttrice della storica ong bolognese Cefa-Il seme della solidarietà, con cui ha lavorato Alberto Trentini, il volontario italiano detenuto dal 15 novembre 2024 in una prigione di Caracas. Ed è a lui che Alice rivolge il suo pensiero. «Non abbiamo notizie di Alberto, ho appena sentito il suo avvocato, ma anche lei non sa nulla. C’è preoccupazione più che speranza, le carceri venezuelane sono nella mani di fedelissimi di Maduro. Bisogna aspettare». Quanto all’attacco ordinato da Trump, «l'Associazione delle ong italiane ha condannato l’intervento in uno Stato altro, è un precedente grave. Ci si augurava una risposta diversa, non è questa la soluzione».

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