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IL CASO

«Vado a uccidere la mamma e la nonna», un incubo familiare lungo 9 anni

Accusa di maltrattamenti in famiglia per il padre di una bimba, costituita parte civile assieme alla madre contro il genitore. Il 22 dicembre prossimo i testimoni in aula

Francesca Morandi

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fmorandi@laprovinciacr.it

26 Maggio 2022 - 20:39

«Vado a uccidere la mamma e la nonna», un incubo familiare lungo 9 anni

CREMONA - «...per avere maltrattato la propria figlia minore, manifestando abitualmente in presenza della bambina, di soli 7 anni di età, con toni accesi e violenti, il forte astio nei confronti dell’ex compagna, madre della bimba, dicendo alla minore che la mamma era ‘cretina’ , ‘stronza’, ‘cafona’ ecc...». Dicendole che la notte di Santa Lucia, la notte magica per tutti i bambini, papà sarebbe uscito di casa per «andare ad uccidere la mamma e la nonna materna, sbattendo i pugni sul tavolo, urlando e dandole schiaffi sulla testa senza motivo. Cremona, nella seconda metà del 2018».


È riassunta in sei righe di capo di imputazione, l’accusa di maltrattamenti in famiglia contestata dalla Procura al padre di una bimba che si è costituita parte civile proprio contro il suo papà. Lo ha fatto attraverso la mamma (esercita la potestà genitoriale). Anche la madre si è costituita parte civile contro l’ex, nonostante l’avvocato di lui oggi abbia provato ad estrometterla dal processo. Ci aveva già provato davanti al gup. Oggi ha incassato il secondo ‘no’ dal giudice, nell’aula penale dove mamma e papà si sono ignorati. Quanta sofferenza dietro le sei righe di capo di imputazione, se sarà provato il reato. Storia che si trascina dal 2013 e che in questi nove anni ha dato da lavorare ai giudici civilisti, ai pm, al Tribunale per i minori di Brescia. Il padre si difenderà, racconterà la sua verità. La racconteranno anche la mamma e la bimba (in audizione protetta). Saranno sentite le maestre, le assistenti sociali. Si comincerà il 22 dicembre prossimo.


Una storia iniziata bene tra due ragazzi di provincia: lui un rampollo appassionato di sport. Sport non per tutte le tasche: cash e champagne. Si cimenta sin da giovane con l’obiettivo di salire, un giorno, sul podio. Lei ragazza brillante, dai solidi principi, le radici ben piantate nei valori della famiglia. Nel 2010 si innamorano, vanno a convivere. La favola ha inizio. Nel pancione di lei prende vita una creatura, ma già in gravidanza ci sono i primi campanelli di allarme. Nel 2011 la nascita della bimba, due anni dopo la separazione consensuale. «Serenamente», i genitori raggiungono un accordo ratificato dal Tribunale: affido esclusivo della piccola alla mamma, l’impegno del padre a versare gli alimenti per mantenere la bimba. «Consensuale», «serenamente»: bolle di sapone, almeno leggendo le carte (una montagna) che raccontano uno «stalking giudiziario».

È la narrazione di un «calvario» che si «intensifica» dopo la separazione. Il padre sembra non volerla più accettare: sms, telefonate, lui che controlla gli spostamenti di lei; lei che ha paura per sé e per la bimba, ma reagisce. Bussa alle autorità competenti. Nel 2014, il questore emette un ammonimento per stalking. Ma «la guerra psicologica» non gli basta più. Lui sposta il mirino sui soldi, trascinando lei in un vortice di cause. A giugno 2014, chiede al giudice la modifica delle condizioni, economiche e di affido, di separazione. Ad agosto, il Tribunale rispedisce al mittente le richieste: le sue dichiarazioni dei redditi cozzano con il suo stile di vita molto agiato. Alla madre resta l’affido esclusivo della bimba. Il padre può vedere la figlia in assenza della mamma e ciò per evitare che il contatto tra i genitori inneschi scintille. La madre rispetta le decisioni del Tribunale (le ha sempre rispettate). Ed anche se la bimba ci va malvolentieri da papà, lei ce la mette tutta per «agevolare il rapporto».

Nel 2016, il padre ci riprova in Tribunale. La sua battaglia la porta in Corte d’Appello che, a gennaio 2017, stabilisce l’affido condiviso, ma la bimba deve stare con la mamma. E i servizi sociali devono monitorare. Nel 2019, il pm dei minori chiede che vengano sospesi gli incontri tra padre e figlia. La decisione del Tribunale è di «iniziare un percorso di incontri protetti». Accompagnata dalla mamma, la piccola vede il padre. Non funziona. «La bambina piange, si copre volto e corpo con la giacca».

Febbraio 2020: il padre pone fine agli incontri, fa il terzo ricorso per modificare le condizioni di mantenimento e di affido della figlia. Taglia gli alimenti, versa solo il 30 % di quanto previsto dal Tribunale: l’ex è in credito per 30 mila euro, ad oggi. Ufficialmente nullatenente, difeso con il gratuito patrocinio, i legali di lei scoprono che quote di società e immobili li ha ceduti ai familiari: contenziosi su contenziosi. Il padre è già a processo per violazione degli obblighi di assistenza familiare (udienza a novembre). La mamma, ridotta a 43 chili, intanto trova lavoro (oggi è una donna forte). Tra il 2017 e il 2018 la situazione precipita: il padre avrebbe sfogato la sua aggressività verso madre e figlia. Notte di Santa Lucia: «Vado ad uccidere la mamma e la nonna». Altro che favola: maltrattamenti in famiglia, dice il pm.

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