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VICOBELLIGNANO/BRUGNOLO

Addio a Cesare, operaio nelle miniere del Belgio

Agricoltore e pescatore, nel 1956 Azzini lasciò Vicobellignano per la zona di Charleroi

Davide Bazzani

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redazione@laprovinciacr.it

17 Maggio 2022 - 09:50

Addio a Cesare, operaio nelle miniere del Belgio

Cesare Azzini aveva 91 anni

VICOBELLIGNANO/BRUGNOLO - Oggi pomeriggio a Brugnolo, frazione di Rivarolo del Re, sarà dato l’estremo saluto a Cesare Azzini, 91 anni, uno degli ultimi minatori casalesi del Belgio rimasti. Furono in tutto una trentina, che a partire dal 1946 emigrarono in Belgio da Casalmaggiore per lavorare nell’oscurità delle miniere di carbone. L’emigrazione casalasca — alla quale nel 2004 l’amministrazione guidata dal sindaco Luciano Toscani intitolò via Minatori del Belgio — si concentrò nelle regioni di Charleroi, Liegi e Limburgo.

AGRICOLTORE E PESCATORE

Azzini nacque il 1 aprile 1931 a Vicobellignano e, come lui stesso ha raccontato tanti anni fa per la preziosa ricerca realizzata dall’ex assessore alla Cultura Ettore Gialdi e Ivan Manfredini (nipote di Luigi Manfredini, che per 12 anni lavorò a Charleroi), aveva lavorato un po’ nei campi e fatto il pescatore, ma un giorno, a Cremona, vide un manifesto fuori dall’ufficio di collocamento «che parlava della possibilità di lavorare in Belgio nelle miniere di carbone. Una prima volta, era novembre del 1955, venni scartato perché alla visita medica a Milano mi trovarono un’ernia ombelicale».

Lavoratori italiani nella «pancia» di una miniera in Belgio

LA PARTENZA NEL 1956

Azzini si fece operare «e, due settimane dopo l’intervento, a gennaio del 1956, partii per il Belgio. Fui fatto scendere all’ultima fermata del treno nella città di Eisden. Fece il manovale. «Come prima impressione pensavo di peggio: la galleria era abbastanza vasta, c’erano quattro binari, e illuminata. Mi sembrava una città sotterranea. C’era molto caldo, in certi punti si arrivava ai 40 gradi di temperatura. Arrivavo con l’ascensore a 700 metri di profondità, poi dovevo percorrere 10-11 chilometri su di un trenino elettrico o a nafta per arrivare ad un altro ascensore con il quale risalivo a 380 metri».

Cesare Azzini con la moglie Afra Vezzoni

L’INFORTUNIO

«Mi infortunai subito il primo giorno: il bac, una specie di nastro trasportatore di ferro, fu messo in moto senza accendere prima la lampada rossa che costituiva il preavviso, proprio mentre stavo passando. Mi ruppe la gamba in tre punti. A luglio, con la gamba ancora ingessata rientrai in Italia per la nascita di mia figlia». Azzini tornò poi in Belgio a lavorare in miniera, prima «in taglia» poi come caposquadra di un gruppo costituito da un polacco, un tedesco e tre italiani: «Lavoravamo sempre a 380 metri di profondità in un punto molto pericoloso perché situato immediatamente sotto una grande falda sotterranea. Alla fine del 1966 cominciai ad avere problemi alla schiena fino a che mi bloccai». Azzini, il 13 dicembre 1956, fu raggiunto in Belgio dalla moglie Afra Vezzoni con il figlio di due anni e l’ultima nata di sei mesi. Nel 1959 nacque la terza figlia. Afra nel 1962 iniziò a lavorare in Olanda, a Maastricht, in una fabbrica di ceramiche. Ci restò cinque anni, fino al rientro in Italia. Azzini dopo la miniera lavorò in una fabbrica di concimi a Rivarolo del Re per poi riprendere a fare l’agricoltore. Lascia i figli Ubaldo, Rosaria e Edi.

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