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LA GUERRA DI PUTIN

Ucraina, in fuga dai bombardamenti. Ora la canonica è la loro casa

Trigolo spalanca le porte del cuore: nove profughe ucraine accolte dal don. Il sostegno del Comune

Luca Ugaglia

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redazione@laprovinciacr.it

16 Aprile 2022 - 05:25

Ucraina, in fuga dai bombardamenti. Ora la canonica è la loro casa

Le profughe ucraine ospitate da don Marino Dalè in canonica: la loro nuova casa dopo la fuga dall’orrore

TRIGOLO - «Abbiamo aperto la porta perché era nostro dovere farlo». Il prete si fa anche e soprattutto con i fatti, non solo con le prediche. E don Marino Dalè lo sa. La porta è quella della canonica di Trigolo, che da qualche settimana è diventata la nuova casa per nove sfollati ucraini in fuga dai bombardamenti. Sei donne e tre bambini, età media trent’anni. E da quando l’hanno varcata, il parroco ha fatto sventolare accanto al Tricolore la bandiera giallo blu. Il gruppo arriva da Donetsk e Charkiv, due tra le città più martoriate del Paese.

Il trasporto dei letti

«Quando – spiega il don — è iniziata anche a Cremona la campagna di accoglienza di questa povera gente, abbiamo pensato subito che potevamo utilizzare la casa parrocchiale di Trigolo che è vuota, perché io abito a Fiesco, l’altra parrocchia della quale ho la responsabilità; essendo una casa molto ampia era un peccato lasciarla vuota e così, in accordo con don Pier Codazzi della Caritas e l’aiuto della sua validissima assistente Fabiana, abbiamo cominciato le pratiche. All’inizio avevamo pensato di ospitare una ventina di persone perché proprio la capienza della casa ce lo consentiva, ma poi abbiamo ridotto il numero a nove anche perché poi dovremo affrontare i costi di mantenimento che sono elevati e sono tutti sulle nostre spalle perché non abbiamo alcuna sovvenzione».

L'allestimento

Non ci sono, almeno per ora, i contributi di Stato o Regione, ma non è mancata la mobilitazione dei fedeli, sia di Trigolo che di Fiesco: «Devo dire che le persone si sono dimostrate molto generose – continua il sacerdote —: in tanti hanno dato una mano a recuperare i letti a castello e a montarli, a procurare la biancheria, lenzuola e cuscini perché loro non hanno nulla, sono scesi dal pullman solo con i vestiti che avevano indosso e uno zainetto con dentro i documenti e qualche altro indumento. Oltre ad allestire l’accoglienza le famiglie si sono attivate su due fronti, procurando cibo, vestiti e giocatoli per i bambini e offerte in denaro». Continua il don: «Avevano in tasca anche qualche soldino che però qui nessuna banca cambia, stranamente. I mariti sono rimasti là perché per legge non possono lasciare il Paese e si tengono in contatto con i telefonini sui quali le mogli ricevono messaggi e fotografie, quindi si può immaginare con quale trepidazione vivono questi brutti momenti».

Gli alloggi


Anche il Comune ha fatto la sua parte, determinante: «C’è stata una grande solidarietà – continua don Dalè –: tutti hanno voluto dare qualcosa, ma la prima cosa che loro hanno chiesto è stata fare una doccia perché erano in viaggio da cinque giorni. Il Comune, attraverso la sindaca Mariella Marcarini e la sua vice Paola Biaggi, si è occupato delle pratiche burocratiche con la questura e per garantire tutta l’assistenza sanitaria del caso come le visite mediche, i tamponi, le vaccinazioni e garantire il pediatra ai piccoli». Non se la sentono di parlare queste donne, hanno bisogno di più tempo. Lo conferma lo stesso don Marino: «Sono ancora molto spaesati, hanno bisogno di tutto, soprattutto di recuperare tanta tranquillità psicologica e non è semplice perché sono venuti via in fretta e furia, lasciando tutto; noi di proposito non chiediamo nulla perché sappiamo che sono argomenti molto delicati, vedere la loro casa distrutta dai missili è tremendo e io ho chiesto di non indagare perché sono cose spiacevoli: quando uno scappa dalla sua terra ed è preoccupato per le sorti dei suoi parenti ha bisogno solo di conforto e calore. Abbiamo la fortuna di avere delle persone ucraine che fanno da tramite, sono donne sposate che vivono qui da anni e ci aiutano con la lingua».


I bambini sono stati i primi ad integrarsi anche se l’inserimento a scuola sarà piuttosto difficile: «Non conoscono l’alfabeto – ricorda don Marino — perché loro hanno quello cirillico, ma grazie anche alla tv hanno già imparato le prime nozioni e ci stiamo dando da fare per inserirli al Grest». Si lasciano fotografare, eppure i sorrisi tiratissimi tradiscono l’amarezza e la disperazione che si portano dentro. Ma l’innocenza della piccola che fa il gesto della vittoria è il segnale inequivocabile che si può ancora sperare.

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