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CREMONA

La storia di Felipe: «Incontrai il vescovo, credette in me, mi aiutò»

Boliviano racconta ai giudici: «Dopo il carcere, la Caritas mi diede una casa e trovai un lavoro».

Francesca Morandi

Email:

fmorandi@laprovinciacr.it

05 Aprile 2022 - 18:53

Felipe

Il tribunale di Cremona

CREMONA - «Da minorenne ho commesso tanti reati sotto l’effetto dell’alcol. Io adesso sono in carcere per scontare una pena definitiva a 7 mesi, credo per una rapina». Felipe è un giovane boliviano cresciuto a Milano. E da un penitenziario milanese oggi si è video collegato con l’aula penale non da imputato, ma da vittima di una rapina accaduta la sera del 20 maggio 2018. Quando in un bar del centro, un cubano lo ferì con una posacenere in vetro, gli portò via il telefonino. Nella custodia aveva molti soldi. Felipe mostra la cicatrice. «Io stavo per perdere un occhio, io ho ancora dei pezzi di vetro nell’occhio», dice.

IL RACCONTO DELL'AGGRESSIONE.

Il racconto dell'aggressione e di parte dalla sua storia di riscatto. «Quattro anni fa in carcere a Cremona stavo scontando una condanna. Avevo ottenuto due permessi premio». Durante uno di quei permessi «ho conosciuto il vescovo (monsignor Antonio Napolioni, ndr) che ha visto in me la possibilità di recupero. Uscito dal carcere, mi hanno accolto in un appartamento della Caritas con la promessa che mi sarei trovato un lavoro».

Felipe la promessa la mantenne. «Lavoravo presso una pasticceria-panetteria: un tirocinio. A Cremona io non conoscevo nessuno». Era tutto casa-lavoro, lavoro-casa. Finché un giorno «conobbi uno che lavorava vicino a me». E’ Falcon Hernandez, nome di battaglia ‘Cuba’, perché cubano. «Cuba mi ha invitato a una sera a bere al bar. Tra l’altro, quel giorno avevo ricevuto lo stipendio. È arrivato con altri ragazzi. Lui era già un po’ ubriaco. Ho offerto io i drink. All’epoca facevo uso di marijuana. Ho chiesto ai ragazzi dove potessi trovarla. ‘Contattiamo la persona’ mi dissero».

Dopo il giro di drink «Cuba era più ubriaco di prima. Lo ero un po’ anch’io. Lui ha visto che avevo i soldi nella custodia del telefonino». Felipe gli fece una battuta in spagnolo. Gli diede del «maricon». «Significa gay, ma glielo dissi in maniera scherzosa. Cuba è diventato aggressivo. Per me è stato il pretesto per rubarmi il telefonino con i soldi. Mi ha colpito in faccia con un bicchiere o un posacenere. Anche un altro mi ha colpito dei calci».

L’altro a processo è Salvatore «il siciliano». «I due scapparono. La polizia credo l’abbia chiamata quello del locale. Io perdevo molto sangue. Cercai di andare a casa per medicarmi, perché il giorno dopo dovevo andare a lavorare. Mi si avvicinò una pattuglia della polizia: ‘Dove vai’».

Medicato in ospedale, quattro giorni dopo Felipe si presentò in questura per la denuncia. «Mi accompagnò il cappellano del carcere».

La Squadra Mobile gli mostrò sei fotografie. Felipe riconobbe solo Cuba, allora. Le stesse foto oggi gliele ha mostrate il pm Giancarlo Mancusi, dal 2 febbraio scorso applicato a Cremona dalla Procura di Bergamo. Mancusi si è dovuto arrampicare su una sedia per mettere le fotografie davanti all’obiettivo della telecamera. Un pm «acrobata», Mancusi, natali a Salerno, la passione per il ciclismo «scoperta a Bergamo dove sono arrivato nel 2006». Toga che partecipa ai campionati forensi di ciclismo — quest’anno si terranno proprio a Bergamo - e che, la sua battuta simpatica dopo l’arrampicata in aula, «l’alpinismo lo scopro nella pianura padana».

Torniamo alla storia di Felipe. «Dopo la denuncia, mi chiusi in casa un mese per vergogna, perché ero stato aiutato. Quei due non li ho più visti. Dopo il mese chiuso in casa, sono voluto tornare nella città in cui sono cresciuto: Milano». 

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