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70 ANNI FA LA GRANDE PIENA

La furia del Padre Po nel giorno di Omobono

Il 13 novembre 1951 il colmo in città: l’acqua si insinua nelle golene e lambisce Porta Po

Fulvio Stumpo

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redazione@laprovinciacr.it

12 Novembre 2021 - 06:00

La furia del Padre Po nel giorno di Omobono

CREMONA - «Osservazioni idrometriche in tempo di piena dei fiumi Adda-Po dal 1937 al 1952», così recita la stampigliatura sulla copertina del registro del Genio Civile (poi Magistrato per il Po e oggi Aipo). Alla pagina 242 con un tratto di lapis rosso è sottolineato un numero: 5,94, vale a dire il colmo di piena del 1951 a Cremona. All’epoca non c’erano i computer, Giacomo Pattini, funzionario dell’Aipo e custode della memoria cartacea (senza disdegnare le nuove tecnologie) mostra il registro come una reliquia. «Dalle annotazioni si evince che il Po si era gonfiato in modo repentino, sorprendendo tutti, anche se poi la reazione degli organi competenti e della popolazione è stata immediata» spiega Pattini. Quel tratto di lapis rosso riporta il racconto a quel 13 novembre del 1951, proprio al giorno di sant’Omobono, ma in quel giorno di 70 anni fa non era il caso di far festa: città, paesi, campagne, campi e cascine erano state invase dal Po, la Pianura Padana si era trasformata in un immenso lago. Il Po se ne era stato buono per quasi tre anni, l’ultima piena si era verificata nel 1949, una piena consistente, ma non di particolare violenza, almeno al nord, che addirittura ospita i bambini, poveri venuti dal sud, a causa delle inondazioni, che invece hanno colpito duro il Meridione. In quei piovosi mesi di autunno del ‘51 nessuno ci pensava più. Il Paese pian piano sta cercando di guarire dalla ferite della guerra, Cremona si sta sviluppando senza un’adeguata pianificazione urbanistica (l’incarico per stilare un piano regolatore è affidato all’architetto Luigi Dodi solo nel 1952) dalla campagna si spostano in città migliaia di famiglie e soprattutto giovani, che cercano alloggi adeguati, dopo gli anni duri della guerra.


IL FIUME CRESCE

Nei cantieri si lavora, e si lavora duro anche sotto la pioggia, si osserva il Po. Sì, sta crescendo, ma non preoccupa. È solo verso la fine di ottobre che si inizia a guardarlo con qualche preoccupazione, scattano i primi allarmi, in città il fiume è salito di 40 centimetri sullo zero idrometrico, le golene sono lambite dall’acqua, alcune strade sono allagate, si registra qualche disagio, ma è nella Bassa che comincia a creare problemi: a Stagno Lombardo, a San Daniele a Motta Baluffi (per questo paese vengono stanziati sette milioni per rifare le fogne). La pienetta dura pochi giorni, il 30 ottobre il maltempo si sposta ancora al sud provocando alluvioni, crollo di case e vittime: in Calabria i senza tetto sono 1500, in Sardegna 450, in Sicilia 300, si contano 110 morti e 15 mila case fuori uso. Le piogge torrenziali si spostano di nuovo al nord, dal 9 novembre è un diluvio dal Piemonte al Veneto, Milano è allagata, la Liguria è in ginocchio, a Torino il fiume romba alle Murazze, si contano 16 morti nel Comasco, a Casale Monferrato il Po passa a più due metri e 50, un livello che non promette nulla di buono per la Bassa. A Cremona il fiume cresce di 12 centimetri all’ora, non preoccupa, ma inizia a prendere forza. A Piacenza rompe gli ormeggi di due barconi a motore che scendono sul fiume senza nessun governo: sbandano, si girano su se stesse, sbattono contro le rive e i tronchi che scendono rotolando sulle acque, arrivano fino Cremona, dove le aspettano i militari del Genio Pontieri, che le recuperano con una spettacolare operazione: i soldati cremonesi abbordano le imbarcazioni piacentine, salgono sui ponti, riescono ad accendere i motori e prendono il timone delle barche. Le pilotano in risalita, su un fiume ribollente e le riportano a Piacenza.


LA PIOGGIA NON DÀ TREGUA

Il Po sale, ora le golene sono colme, ancora non scatta l’allarme, anche se il capo del Genio Civile, l’ingegnere Giovanni Giunta, ordina il rafforzamento degli argini, non solo del Po. Preoccupano infatti, e forse in un primo tempo ancora di più, il Serio e l’Adda. Il primo soprattutto fa danni ingenti, causando la morte anche di centinaia di maiali e migliaia di polli. Tra il 9 e il 10, una domenica, la pioggia non cessa un istante, gli affluenti del Po scaricano una portata d’acqua impressionante. Si mobilità anche il Comune e il sindaco, l’avvocato Ottorino Rizzi (eletto appena a maggio, dopo una lunga crisi politica, morirà l’anno dopo) riunisce i comitati di sicurezza. Il fiume registra un livello di più quattro metri e 55 centimetri. In città si comincia ad avere paura, un fiume gorgogliante scende da nord, taglia la grande ansa piacentina di fronte a Monticelli e forma un nuovo ramo, il Po Nuovo appunto, invade le società canottieri, la Bissolati e la Baldesio, nella prima crolla la palazzina del custode e cede parte del pavimento, inoltre tutte le barche da regata vengono portate via dalla corrente; nella seconda alcuni muri portanti si incrinano, ma i danni maggiori si hanno negli hangar dove vengono custoditi barche e attrezzi per lo sport. Gli argini di frontiera vengono sbriciolati dalla corrente, il Po si insinua tra le golene e arriva alle Colonie Padane sommergendole completamente, risale la vecchia via del Sale, lo si vede turbinare da Porta Po e da Porta Mosa. Alla pioggia si aggiunge un vento teso e forte che spira da sud, o dalla Bassa come si dice sul Po, che si scontra con la corrente e alza delle onde mai viste sul fiume. Dalle cascine vengono messi in salvo gli animali, i trattori, e se possibile anche i mobili più trasportabili, con i vigili del fuoco sempre a fianco di chi ha bisogno, così come gli uomini del Genio Civile. Le linee ferroviarie sono in tilt, l’Adda invade i binari tra Pizzighettone e Cremona, si registrano ritardi di ore e ore e si consiglia di non mettersi in viaggio, se non per gravissimi motivi.

Su "La Provincia" in edicola il 12 novembre la versione integrale della prima puntata: Fulvio Stumpo, giornalista e storico, ricostruisce quei giorni tragici che hanno segnato la città e l’intera provincia.

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