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CREMA: LA STORIA

Stabilini: «Energia nucleare? In Italia sarebbe la soluzione ideale»

L’ingegnere cremasco lavora in Svizzera: «Oggi le centrali hanno un livello altissimo di sicurezza, garantito dai sistemi passivi»

Dario Dolci

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redazione@laprovinciacr.it

02 Novembre 2021 - 05:40

Da Crema ai Cantoni svizzeri per «sorvegliare» il nucleare

Alberto Stabilini, l’ingegnere cremasco di 32 anni che lavora per l’agenzia governativa svizzera

CREMA - «È da folli non considerare l’energia nucleare». E dopo l’affermazione del ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, torna d’attualità il dibattito su una tecnologia alla quale l’Italia ha detto «no» col referendum del 1987. Il tema centrale è sempre quello della sicurezza e dell’argomento è un esperto Alberto Stabilini. È un ingegnere nucleare cremasco di 32 anni e vive in Svizzera, dove lavora all’Ispettorato federale per la sicurezza nucleare.

Ingegnere, valutato il rapporto costi e rischi da una parte e i benefici dall’altra, possiamo affermare che il nucleare conviene?
«La vera domanda è un’altra; vogliamo vivere senza energia? Una fonte di energia totalmente pulita non esiste e nemmeno

Oggi le centrali nucleari hanno un livello altissimo di sicurezza

una totalmente sicura. L’incidente può sempre capitare, ma l’esperienza riduce i rischi. Oggi le centrali nucleari hanno un livello altissimo di sicurezza, garantito dai sistemi passivi che non prevedono malfunzionamenti. In quanto ai costi, l’investimento iniziale è elevato, ma si possono fare piccoli reattori modulari, ampliabili nel tempo. L’Italia non ha petrolio, non ha gas, non ha carbone: il nucleare sarebbe l’ideale».

Nel mondo sono in funzione 440 centrali nucleari, in soli 32 Paesi. La metà dei reattori data di più di 30 anni e sarà disattivata. Si direbbe che questo tipo di energia sia ormai in retromarcia.
«Per qualche Paese è così. I reattori hanno una vita utile di 40-60 anni e si trovano nei Paesi industrializzati. La maggior parte è degli anni Ottanta e quindi sta per esaurirsi. Ma non c’è una marcia indietro. La Germania vorrebbe spegnerli, ma se lo facesse non avrebbe più energia sufficiente. Cina, India, Corea del Sud, Emirati Arabi stanno realizzando centrali. Gli arabi preferiscono produrre energia col nucleare e vendere il petrolio: chiediamoci il perché».

Quali sono i vantaggi del nucleare rispetto alle altre fonti di energia?
«Sia gli impianti a combustibili fossili sia quelli nucleari funzionano col medesimo principio: si brucia la materia prima per

Il vantaggio alla base del nucleare è l’enorme rilascio di energia quando la struttura del nucleo di un atomo viene modificata

scaldare e far evaporare dell’acqua. Quest’ultima trasformandosi in vapore alimenta una turbina, che genera elettricità. Il vantaggio alla base del nucleare è l’enorme rilascio di energia quando la struttura del nucleo di un atomo viene modificata, rispetto all’energia rilasciata dai normali processi chimici. Per dare un’idea, bruciare 5 grammi di combustibile nucleare in un reattore produce la stessa energia che bruciare 360 metri cubi di gas, o 400 chili di carbone. In ottica di cambiamento climatico, poi, il nucleare non produce anidride carbonica poiché non si genera alcuna combustione chimica. In linea di principio, gli unici prodotti in uscita dagli impianti sono le barre di combustibile esausto e vapore acqueo con il quale il calore in eccesso viene smaltito».

Cosa s’intende quando si parla di nucleare della quarta generazione?
«I reattori di quarta generazione offrono ulteriori benefici, oltre alla produzione di energia: desalinizzazione delle acque, scissione delle molecole d’acqua ad alta temperatura per produzione di ossigeno e idrogeno, oltre a costituire un metodo dominante per la produzione di radioisotopi impiegati nella medicina, nell’industria e in altri campi».

Quali altri campi?
«Basti pensare all’impiego delle radiazioni ionizzanti nei settori medicali della diagnostica (radiografie, Tc, Pet) e della radioterapia. Dopodiché c’è anche il settore industriale: sterilizzazione, conservazione dei cibi e ancora il settore farmaceutico, dove i radiotraccianti sono utilizzati per monitorare la propagazione di nuovi farmaci nell’organismo e infine il monitoraggio della radiazione ambientale».

Il rovescio della medaglia è rappresentato dai disastri nucleari di Chernobyl e Fukushima, i cui effetti ancora oggi paghiamo.
«È innegabile che Chernobyl e Fukushima siano stati due incidenti catastrofici nel settore del nucleare, le cui ripercussioni sono da tenere ben in considerazione, soprattutto il primo. Detto ciò, si deve anche prendere atto degli incidenti derivanti dalle altre tecnologie di approvvigionamento energetico. Questi ultimi, sebbene magari coinvolgano un minor numero di persone, sono assai più frequenti degli incidenti nucleari, se non altro per il numero di impianti installati nel mondo. Se si analizzano i dati, si può restare stupiti del fatto che, alla fine, le vittime del nucleare sono ben inferiori di quelle di carbone, petrolio o gas».

Esiste però un altro problema, quello delle scorie nucleari che restano radioattive per migliaia di anni.
«La comunità scientifica sta lavorando per ridurre sensibilmente la durata delle radiazioni e per vedere come trattare il combustibile esausto. L’uranio si può riutilizzare, mentre il trizio è utilizzato a livello industriale, ad esempio per produrre le lancette fluorescenti degli orologi».

Quindi, secondo lei, l’Italia avrebbe convenienza a tornare al nucleare?
«Rispondo, chiedendo se vale la pena essere dipendenti da altri Paesi relativamente all’approvvigionamento energetico, sia in forma di materia prima, gas dalla Russia, o energia elettrica dalla Francia? E chiedo anche, alla luce del cambiamento climatico, per quanto è ancora sostenibile l’uso di combustibili fossili?».

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