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CREMONA. IL PROCESSO

Mamma si difende in aula: «Dalle mie figlie nessun rispetto»

La donna è accusata di maltrattamenti. Ha negato le «vessazioni e le umiliazioni» raccontate dalle ragazze. La sentenza il 3 marzo

Francesca Morandi

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fmorandi@laprovinciacr.it

21 Ottobre 2021 - 20:01

Mamma si difende

CREMONA - Quale mamma non sgrida i propri figli per il disordine che lasciano in giro? Quale mamma non si arrabbia se la figlia in discoteca tira tardi e all’alba non risponde ai suo messaggi o alle sue telefonate? Quale mamma non si preoccuperebbe? Scene di ordinaria vita familiare se non fosse che mamma Maria siede al banco degli imputati, accusata di aver maltrattato le due figlie.

Moglie separata e madre esasperata, a gennaio del 2018 Maria disse: «Basta! Me ne vado». Andò a vivere altrove, ritornò dopo un anno nella casa dove regnavano «caos e sporcizia». Ma durante la sua assenza, «continuavo a pagare il mutuo, le bollette, l’università ad una delle mie figlie, a portare la spesa».

Ha negato di averne insultata una, di aver lanciato una sedia contro l’altra. Ha negato le «vessazioni e le umiliazioni» raccontate dalle figlie «costrette a chiuderci in camera, a mettere tutta la nostra roba nella stanza, perché tutto ciò che era nostro e vedeva in giro per casa le dava fastidio».

Mamma Maria oggi si è difesa, le figlie in aula, parti civili. E ha rimesso a posto le tessere del suo puzzle, partendo da lontano. Dal 7 aprile del 2010, quando da un incidente uscì viva, ma grave: due mesi di ospedale. I segni li porta ancora, si aiuta con una stampella. «Mio marito non mi ha mai chiesto: ‘Come stai?’. Per tre anni e mezzo non abbiamo dormito insieme. Mano a mano negli anni, con la fisioterapia sono riuscita ad essere quello che sono, grazie a Dio ho imparato. Ai primi di gennaio del 2014 ho detto a mio marito: ‘Non me la sento di stare più dentro questo matrimonio’».

La separazione. «Mio marito non ha mai pagato la metà del mutuo della casa, non ha mai dato il mantenimento alle ragazze. Nel giugno 2014, la banca mi ha chiamato e ho scoperto che c’era un debito di 6 mila euro del mutuo. L’ho pagato io questo benedetto mutuo. Prima facevo la cuoca, poi dopo l’incidente sono stata riqualificata come cassiera: 600 euro al mese, 650 di mutuo al mese, le ragazze da mantenere, non è stato facile andare avanti». Una delle figlie ha trovato lavoro.

«L’accompagnavo io e andavo a riprenderla. Poi si è iscritta all’autoscuola, la portavo io. Nel 2016 ha preso la patente, le ho trovato sta benedetta macchina di seconda mano, ho pagato le rate dell’auto».

L’altra figlia «andava in discoteca, non rispettava gli orari, tornava alle 5,30 del mattino in uno stato pietoso: vomitava in bagno e andava a letto. Sono stati anni difficili. ‘Fate quello che volete, io non sono più serena, me ne vado’».

Durante la sua assenza, «pagavo io l’università a mia figlia, le ricariche del telefonino, le bollette. E ho continuato a portare la spesa. Avvisavo con i messaggi. ‘Sto passando, vi lascio la spesa’. Non sono mai capitata alle 6 del mattino come dicono loro. Ho sempre mandato un sms».

Il ritorno a casa. «Era in totale abbandono, c’era uno sporco enorme. In cucina non c’era un piano libero: bottiglie di vino dappertutto, il lavandino intasato, il lavello del bagno staccato dal muro». Con le figlie, stipulò un contratto: dovevano tenere in ordine le parti comuni, pagare i detersivi. «L’ho fatto per responsabilizzarle». Il 3 marzo la sentenza.

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