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Grana: «L’Italia impari dagli Usa. Lo Ius soli atto di civiltà»

Da Pizzighettone all’Università di Wyoming, l’intervento del docente con cittadinanza americana e italiana

20 Ottobre 2021 - 09:08

Grana: «L’Italia impari dagli Usa. Lo Ius soli atto di civiltà»

Dario Grana, a destra, col certificato di cittadinanza rilasciato dagli Usa

di DARIO GRANA*

Da undici anni, risiedo negli Stati Uniti e ho da poco acquisito la cittadinanza americana. Mi sono trasferito da Pizzighettone a Stanford, California, nel 2010 per completare il mio percorso di studi con un dottorato di ricerca in geofisica alla Stanford

Terminato il dottorato ho accettato una posizione da docente all’Università del Wyoming. Per questo tipo di lavoro, ho dovuto ottenere un visto ‘H1B’. Questi visti sono più complessi da ottenere, in quanto devono essere sponsorizzati dal datore di lavoro, che deve anche dimostrare che la posizione in questione richiede una preparazione specializzata

University. Per poter soggiornare negli Stati Uniti durante i tre anni di dottorato, ho usufruito di un visto ‘F1’, ovvero per studenti. Questo visto viene rilasciato dall’ambasciata americana presentando la lettera di accettazione dell’università ospitante ed evidenza di mezzi finanziari per vivere negli Stati Uniti, ovvero lo stipendio da assistente ricercatore nel caso del dottorato di ricerca. Terminato il dottorato ho accettato una posizione da docente all’Università del Wyoming. Per questo tipo di lavoro, ho dovuto ottenere un visto ‘H1B’. Questi visti sono più complessi da ottenere, in quanto devono essere sponsorizzati dal datore di lavoro, che deve anche dimostrare che la posizione in questione richiede una preparazione specializzata. Normalmente questo visto rappresenta una soluzione temporanea in attesa del permesso di soggiorno, ovvero la cosiddetta ‘Green Card’. La documentazione necessaria per la Green Card è ancora più complessa e l’intero iter burocratico è durato, nel mio caso, circa diciotto mesi. Infine, dopo cinque anni dal rilascio del permesso di soggiorno, è possibile fare domanda per la naturalizzazione, ovvero per ottenere la cittadinanza americana. E così, dopo undici anni dal mio arrivo negli Stati Uniti, tre dei quali come studente, due come lavoratore immigrato, e sei come lavoratore residente, ho finalmente ottenuto la cittadinanza. Italia e Stati Uniti consentono di mantenere entrambe le cittadinanze, pertanto possiedo ufficialmente la doppia cittadinanza. La mia scelta di avere la doppia cittadinanza è stata principalmente dettata da ragioni pratiche, per poter viaggiare liberamente tra i due paesi. Sono legato all’Italia per questioni familiari, ricordi, e tradizioni, e sono grato agli Stati Uniti per avermi dato la possibilità di realizzarmi nel mondo accademico. Non avrei potuto affermarmi come docente universitario senza l’eccellente istruzione gratuita ricevuta in Italia né senza il supporto del sistema universitario americano fortemente focalizzato sulla ricerca. Il mio percorso mi ha insegnato ad apprezzare gli aspetti positivi di entrambe i paesi, dal punto di vista sociale e culturale, ed anche ad analizzare con aspetto critico gli aspetti negativi e le contraddizioni. Negli Stati Uniti, ad esempio, non condivido la mancanza di un sistema sanitario e scolastico economicamente accessibile né il culto delle armi, ma apprezzo l’impegno sociale per promuovere diversità, accettazione ed inclusione, ed ho beneficiato di opportunità lavorative difficili da perseguire in altri paesi.


In generale, la doppia cittadinanza non fornisce tuttavia ulteriori vantaggi al resto della famiglia rispetto alla sola cittadinanza italiana con residenza negli Stati Uniti. Difatti, per i cittadini/e italiani/e che non hanno la doppia cittadinanza, figli/e nati/e negli Stati Uniti avrebbero comunque diritto alla cittadinanza italiana per via dello Ius sanguinis vigente in Italia e alla cittadinanza americana per via dello ‘ius soli’ vigente negli Stati Uniti. Paradossalmente però, per i cittadini/e americani/e residenti in Italia che non hanno la doppia cittadinanza, figli/e nati/e in

L’attuale legge italiana risalente al 1992 è particolarmente obsoleta in quanto non rispecchia la diversità etnica e culturale dell’attuale società

Italia non avrebbero diritto alla cittadinanza italiana, ma solo a quella americana. I cittadini stranieri nati in Italia acquisiscono infatti solo la nazionalità dei propri genitori. Secondo l’attuale legge italiana, figli/e di cittadini/e stranieri/e che nascono in Italia possono ottenere la cittadinanza italiana solo dopo aver risieduto ininterrottamente in Italia fino al compimento della maggiore età. Questo significa che ci sono moltissimi (si stima quasi un milione) minorenni che sono nati/e e cresciuti/e in Italia, che parlano la nostra lingua e che conoscono la nostra storia meglio di tante altre persone che si definiscono ‘italiani veri’, ma che non hanno diritto alla cittadinanza italiana fino alla maggiore età. Stiamo parlando di ragazzi/e che frequentano il nostro sistema scolastico e i cui genitori, in molti casi, possiedono regolare permesso di soggiorno. L’attuale legge italiana risalente al 1992 è particolarmente obsoleta in quanto non rispecchia la diversità etnica e culturale dell’attuale società. Nel 2015, una riforma sul tema dello Ius soli fu approvata alla Camera e poi di fatto dimenticata in Senato. La riforma prevedeva due opzioni: 1) la cittadinanza per figli/e nati/e in Italia da genitori stranieri (con cittadinanza di paesi che non appartengono all’Unione Europea) di cui almeno un genitore con regolare permesso di soggiorno ottenuto dopo cinque anni di residenza (Ius soli temperato); 2) la cittadinanza per minorenni dopo il completamento di un ciclo scolastico di cinque anni (Ius culturae). Non si trattava evidentemente di una legge Ius soli

È eticamente inaccettabile utilizzare le problematiche relative ai flussi migratori per affossare politicamente una riforma che non ha nulla a che vedere con l’immigrazione clandestina

come quella vigente negli Stati Uniti, ma rappresentava comunque un passo in avanti verso l’integrazione. Non c’è spazio sufficiente in questo articolo per elencare tutte le problematiche che la legge attuale, ovvero quella risalente al 1992, crea per ragazzi/e stranieri/e in Italia che sono parte integrante della società italiana, ma non hanno diritto alla cittadinanza semplicemente perché i loro genitori sono nati altrove (molto spesso in paesi meno fortunati del nostro). Ma è evidente che tali problematiche includano difficoltà per l’ottenimento ed il rinnovo dei permessi di soggiorno con annessi costi economici e lungaggini burocratiche, limitazioni all’accesso a opportunità lavorative e concorsi pubblici, e conseguenze morali a causa della derivante discriminazione e della mancanza di inclusione. Lo Ius soli non è solo una mera sfaccettatura burocratica di un sistema giuridico, ma è un mezzo necessario per garantire l’integrazione in una società che naturalmente ed inevitabilmente evolve verso la multiculturalità. È eticamente inaccettabile utilizzare le problematiche relative ai flussi migratori per affossare politicamente una riforma che non ha nulla a che vedere con l’immigrazione clandestina. L’inclusione è un dovere morale di una società dove la ‘maggioranza’ ha ottenuto i propri privilegi per una casuale discendenza geografica, senza alcun merito se non la fortuna di discendere dalla stessa maggioranza privilegiata. La diversità, in tutte le sue sfaccettature, è ricchezza culturale e sociale, e come tale rappresenta un valore da coltivare e promuovere all’interno della società. Lo Ius soli è un atto di civiltà.

*Professore Università di Wyoming

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