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PIZZIGHETTONE

Di Fonzo, l'agente segreto che combatté il nazifascismo

Era di servizio all'ex reclusorio militare del borgo e fu trucidato a Bolzano: i figli nel luogo in cui hanno trascorso l’infanzia

Elisa Calamari

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12 Ottobre 2021 - 05:50

Di Fonzo, l'agente segreto che combatté il nazifascismo

PIZZIGHETTONE - A più di 70 anni dall’uccisione di Domenico Di Fonzo, sergente maggiore dell’ex reclusorio militare trucidato dai tedeschi il 12 settembre 1944, i suoi figli Tiziana, Alessandro e Mariuccia Di Fonzo sono tornati nel luogo in cui hanno trascorso l’infanzia. Per ricostruire la storia di un eroe senza medaglia, che prese servizio alla caserma Piave nel 1939. Accolti da Gianfranco Gambarelli, storico del Gruppo volontari mura, i famigliari hanno ripercorso con grande emozione la vita di quel papà che hanno perso rispettivamente all’età di sei, cinque e tre anni.

LA REPUBBLICA SOCIALE E LA MISSIONE CONTRO I TEDESCHI

Il racconto è partito dall’8 settembre 1943, quando con la firma dell’armistizio l’Italia venne invasa dalle truppe tedesche: a Pizzighettone il colonnello Bologni dette ordine di non aprire i catenacci delle prigioni, dove i militari detenuti avevano iniziato ad agitarsi, la pena per chi non avesse ubbidito sarebbe stata la fucilazione immediata e il 18 settembre Bologni consegnò ai tedeschi più di 400 reclusi che furono poi portati in Germania. Domenico Di Fonzo e le altre guardie poterono ritornare alle proprie famiglie, ma con la proclamazione della Repubblica sociale furono richiamati in servizio. Alcuni di loro, compreso Di Fonzo, non si presentarono: ad ottobre si allontanò con lo scopo di raggiungere gli alleati nel Sud Italia per combattere i tedeschi, non disse niente alla moglie per paura di ritorsioni verso la famiglia.

SPIA PER GLI USA

Gli americani lo inserirono in un corpo di agenti segreti al servizio dell’Office of strategic services, agenzia militare di spionaggio statunitense. Durante una missione fu catturato e incarcerato a Verona. Il 29 giugno 1944 scrisse alla moglie Angela, che riuscì ad ottenere un breve colloquio con il marito: ne uscì sconvolta, avendolo trovato in pessime condizioni e con il viso tumefatto dalle percosse ricevute. Da quel momento, non seppe più nulla di lui. Di Fonzo venne trasferito nel lager di Bolzano, insieme ad altri 22 agenti catturati in tempi e luoghi diversi. Furono infine portati in una stalla della caserma Mignone e uccisi con colpi di pistola alla testa.



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