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IL PUNTO

L'ultimo segnale ai partiti in crisi

Nelle grandi città affluenza alle urne mai così bassa: è rimasta sotto il 50%

Marco Bencivenga

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mbencivenga@laprovinciacr.it

05 Ottobre 2021 - 06:15

L'ultimo segnale ai partiti in crisi

Ha vinto il partito dell’astensione. Le Amministrative 2021 si sono chiuse con un risultato clamoroso, anche se tutt’altro che inatteso. A renderlo eclatante sono i picchi registrati nelle grandi città (Roma, Milano, Napoli, Torino), dove per la prima volta nella storia i cittadini che non hanno votato sono maggioranza assoluta. La media nazionale (alle urne solo il 54,6% degli aventi diritto, 7 punti in meno rispetto al 2016, quando oltretutto si votò in un solo giorno) è resa meno drammatica dalla tenuta dei piccoli Comuni, dove la partecipazione è stata più alta (59,4 il totale in provincia di Cremona), ma la fuga degli elettori resta un segnale allarmante per tutti i partiti, quelli che hanno vinto e quelli che hanno perso, indistintamente. I primi hanno poco da festeggiare, perché governeranno le città con la maggioranza della minoranza; i secondi dovranno riflettere sul loro posizionamento politico e sulla scelta dei candidati, evidentemente sbagliata.

Il ricorso ai «civici», gli aspiranti sindaco senza tessera di partito, ha pagato a Napoli, dove ha stravinto un accademico, l’ex rettore Gaetano Manfredi (non schierato, ma ufficialmente sostenuto dall’alleanza Pd- M5S), non invece a Milano, dove il pediatra Luca Bernardo, non è andato oltre il 32% contro il sindaco uscente Giuseppe Sala.

Succede quando l’avversario è forte (e Sala era fortissimo, anche per questo forse nessun big del centrodestra se l’è sentita di sfidarlo, sapendo di andare incontro a quasi certa sconfitta), ma succede soprattutto quando la scelta del candidato è figlia più dei veti incrociati che di una precisa strategia.

Non solo: Bernardo è stato lanciato nell’arena elettorale solo lo scorso luglio, mentre tutti sanno che una candidatura vincente ha bisogno di tempi molto più lunghi per essere programmata, costruita e sostenuta. Non farlo è un atto di presunzione, la superbia di chi crede che il simbolo di partito conta più della statura del candidato: un giochino che può riuscire nelle elezioni Politiche, dove il voto è una scelta di pancia o di bandiera, ma non funziona alle Amministrative, dove, insieme ai programmi, contano la credibilità, la riconoscibilità e la popolarità di ogni aspirante sindaco.

Il problema è che nell’epoca delle alleanze (nessun partito può più illudersi di vincere da solo) il tempo diventa un nemico, perché ciò che oggi è vero domani potrebbe non esserlo più. Basti pensare al centrodestra, che fino al 2018 viaggiava unito (con Silvio Berlusconi federatore, come ha perfidamente ricordato ieri Enrico Letta, dopo essersi assicurato il seggio in Parlamento alle suppletive di Siena), poi si è spaccato, con l’abbraccio della Lega al M5S nel primo Governo Conte, è sembrato ricompattarsi quando Conte si è alleato con il Pd e alla fine si è nuovamente diviso: Lega e Forza Italia da una parte, a sostegno di Mario Draghi (pur con tutte le incertezze e le contraddizioni di Matteo Salvini), Fratelli d’Italia dall’altra, con Giorgia Meloni orgogliosamente all’opposizione.

Al netto delle astensioni, il centrosinistra si è confermato a Milano, ha dominato a Napoli (se ai consensi di Manfredi si somma il 10% ottenuto dalla lista civica dell’ex governatore Antonio Bassolino, la maggioranza diventa schiacciante, oltre il 70%), si è confermato a Bologna (60 a 30 per Matteo Lepore), è in corsa a Roma (dopo aver rischiato il clamoroso sorpasso della cinque stelle Virginia Raggi, in vantaggio nei primi exit poll) e nel ballottaggio partirà favorito a Torino (42 a 39, con il M5S della sindaca uscente Chiara Appendino sotto la soglia del 10%).

E il centrodestra? Ha vinto con la maggioranza assoluta in Calabria (53,7 %), se la giocherà a Trieste (47 a 32) e si è aggiudicato il primo round di Roma con il meloniano Enrico Michetti che ha regalato a Fratelli d’Italia la corona di primo partito della capitale, ma al ballottaggio difficilmente riuscirà a incrementare i propri consensi (32,9%), salvo convincere a schierarsi dalla sua parte il centrista Carlo Calenda (capace di conquistare da solo il 17,5%).

Questo il quadro della situazione, a caldo. Nel complesso resta un dubbio: come sarebbe andata a finire se tutti gli aventi diritto fossero andati alle urne?

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