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CREMONA E' CONNESSA

TEDx fa centro, idee per crescere e nuovi orizzonti

L'evento al Ponchielli coglie gli obiettivi. In città si è accesa la luce

Riccardo Maruti

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rmaruti@laprovinciacr.it

12 Settembre 2021 - 08:00

TEDx fa centro, idee per crescere e nuovi orizzonti

CREMONA - Pensare al di fuori della propria comfort zone per imparare ad immaginare il futuro senza aver paura di dedicare tempo ed energie ai sogni. Gli speaker del primo TEDx Cremona hanno portato sul palco del teatro Ponchielli quelle «ideas worth spreading» — idee che vale la pena di diffondere — capaci di innescare la riflessione, allargare i confini del dialogo, ispirare il cambiamento. Gli ospiti invitati dal superteam del TEDx guidato dall’organizer Andrea Mattioli, con la conduzione di Andrea Marchesi, voce cremonese di Radio Deejay, hanno offerto i propri punti di vista su temi disparati ispirati al tema «ogni cosa è connessa» di fronte ad una platea gremita, per quanto concesso dalle disposizioni anti-Covid. Con l’auspicio che all’edizione numero due (da mettere in calendario al più presto, alla luce del successo) si possa tornare a contendere lo spigolo migliore del bracciolo al vicino di poltrona.

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ANDREA GEREMICCA
«Questa volta non abbiamo più tempo. Dobbiamo rallentare»: sono le parole con cui Andrea Geremicca ha chiuso il suo talk, tra gli applausi. Per spiegare che i ritmi forsennati dell’innovazione mettono a repentaglio la sostenibilità ambientale, sociale ed economica il docente della Luiss e della Lumsa era partito dall’immagine di Walter, suo figlio, in sella a un triciclo: «Quelle tre ruote gli faranno conoscere il concetto di velocità, che inevitabilmente porta con sé dei rischi», nonostante il triciclo sia senza dubbio «un mezzo sostenibile, poiché stabile nel tempo». Metafora da papà per dire che «il nostro cervello si preoccupa efficacemente dei problemi del presente, ma non altrettanto di quelli che riguardano il futuro». Ed è proprio per questo che gli allarmi sulla crisi climatica sono stati pressoché ignorati per lungo tempo: «Erano troppo distanti, ma ora sono sotto i nostri occhi. Essere sostenibili significa essere capaci di durare nel tempo, perciò dobbiamo essere sicuri che l’economia non si disinteressi della società che, a sua volta, non deve trascurare l’ambiente». La strada verso la sostenibilità passa necessariamente attraverso l’innovazione, attualmente bloccata da tre fattori: la «paura del nuovo», la «somiglianza che, nel lungo periodo, determina il pensiero unico» e la «disconnessione, che ci obbliga a rendere le nostre reti più grandi e generose». Ed è qui che sul maxi schermo del Ponchielli riappare Walter che sfreccia sul suo triciclo: «La velocità è spesso considerata un pregio, ma in realtà non ha nulla a che vedere con la capacità di durare nel tempo. Abbiamo sempre cercato soluzioni veloci, ma questa volta abbiamo velocemente bisogno di una soluzione lenta».

PAOLA LIBERACE
Il proverbiale «prevenire è meglio che curare» ha offerto il movente allo speech di Paola Liberace. «Nel mondo del lavoro lo skill mismatch, ovvero lo squilibrio fra competenze e attese del mercato del lavoro, rende necessaria la terapia dei corsi di formazione, anche se bisognerebbe intervenire fin dagli anni dell’istruzione obbligatoria per fare prevenzione», ha affermato la blogger de Il Sole 24 Ore. Reskilling e upskilling si dimostrano, dunque, cure efficaci? «In realtà esiste un altro significato di cura che si concretizza nell’atteggiamento dell’esserci. Come maestro e allievo si guardano negli occhi per capirsi, così chi fa formazione deve avere in mente come le persone sono, prima di come dovrebbero essere. Una formazione troppo orientata all’obiettivo non mette al centro l’essere umano. Io vorrei ripartire dalla cura, accompagnare le persone in quello che vogliono realizzare, coltivare l’umanità presente per costruire l’umanità futura».

CHIARA DELLA LIBERA
Sul fondale, un’immagine affollata di oggetti: «Avrete avuto la sensazione di non essere riusciti a coglierli tutti — ha esordito Chiara Della Libera, ricercatrice in Fisiologia all’Università di Verona —. Il nostro cervello può elaborare una quantità limitata di input: è l’attenzione il meccanismo che ci permette di fare ordine e di stabilire una connessione fra il nostro mondo interno e l’ambiente esterno». Perché gli occhi si fissano solo su determinati elementi? In altre parole: quali sono i principi che regolano l’attenzione? «Essenziali sono la familiarità di ognuno con il contesto e il valore attribuito agli oggetti — ha spiegato Della Libera —. Vediamo le cose non per come sono, ma per come siamo, perché le abitudini hanno un peso importante nell’esplorazione dell’ambiente». Ed è proprio sullo studio di queste dinamiche che si basano le moderne strategie di marketing applicate sul web: «La selezione che spetterebbe a noi arriva, in realtà, già confezionata. In questo modo i nostri schemi vengono rafforzati, rendendoci capaci di estrarre più velocemente le informazioni che ci servono. Ma tutto ciò vale anche per i comportamenti che vorremmo evitare. Uscire da questi automatismi non è semplice. Una buona strategia passa attraverso la capacità del cervello di adattarsi all’apprendimento e di creare nuovi automatismi. Il potere di arricchire la nostra conoscenza e di fare nuove esperienze è nelle nostre mani».

LORELLA CARIMALI
A che cosa serve la matematica? «In un novembre milanese di 34 anni fa, nel bel mezzo di una lezione, uno studente mi ha posto la domanda fatale — ha raccontato Lorella Carimali, docente finalista al Nobel per l’insegnamento nel 2018 —. Io gli ho risposto che serve ad essere liberi e a diventare persone migliori. Perché la matematica è un ponte in grado di descrivere mondi possibili. Uno degli elementi fondamentali della matematica, infatti, è la creatività: in un teorema ci si concentra sulla dimostrazione, non sull’ispirazione di chi si è posto quella domanda». Insomma: per Carimali un matematico è un vero e proprio artista: «I matematici immaginano congetture e poi provano a dimostrarle. E, quando ci riescono, producono capolavori». Non solo: «La matematica ci allena all’empatia perché ci insegna a non fermarci all’abito, ma a comprendere chi ci sta davanti. E ci porta la luce della verità sorretta dalle evidenze». Un riferimento alle chiavi interpretative offerte dalla «scienza dei numeri» nel quadro dell’emergenza pandemica: «Per uscire da questa situazione proviamo a superare i limiti con la fantasia. Immaginiamo un’idea nuova e dimostriamola tutti insieme».


YVAN SAGNET

La promulgazione della legge sul caporalato è merito anche e soprattutto dei suoi sforzi: Yvan Sagnet, presidente dell’associazione No Cap, è stato l’ispiratore dello sciopero dei braccianti africani a Nardò del 2011. Ecco la sua «storia di connessioni culturali e professionali», raccontata sul palco di TEDx Cremona: «Sono nato in Camerun, ma mi sono innamorato dell’Italia in occasione dei Mondiali del 1990: cantavo ‘Notti magiche’ e tifavo per Schillaci e Baggio. Nel 2008 sono riuscito a realizzare il mio sogno, iniziando gli studi universitari a Torino. Nel 2011, però, dopo aver perso la borsa di studio, ho dovuto cercarmi un lavoro per mantenermi. E sono finito nel giro della raccolta dei pomodori in Puglia. Li ho scoperto uno dei lati oscuri di questo Paese, vivendo sulla mia pelle il fenomeno del caporalato, che calpesta la dignità delle persone. Lavoravamo 16 ore al giorno e venivamo pagati 3 euro e mezzo per ogni cassone da tre quintali che riuscivamo a riempire. In più eravamo costretti a pagare i caporali per il trasporto dalla baraccopoli ai campi e persino per mangiare un panino e bere una bottiglietta d’acqua. Abbiamo scioperato in mille. Da allora la mia battaglia contro la piaga dello sfruttamento non si è mai interrotta. Mi sono chiesto: se ci sono i caporali, chi sono i generali? I veri responsabili si nascondono nelle nostre città e lavorano per le multinazionali della Gdo che impongono i prezzi dei prodotti. Vi lancio il mio appello: ogni volta che entriamo in un supermercato, interroghiamoci sui diritti dei braccianti e dei produttori, spesso additati ingiustamente. Per contrastare le agromafie serve più consapevolezza».

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ERNESTO DAMIANI
Con inopinata leggerezza ognuno, attraverso i propri dispositivi connessi, rende disponibili dati personali altamente sensibili. Informazioni dettagliate sulle proprie azioni e inclinazioni date in pasto senza remore agli squali del web. «Ogni società digitale ha una politica di gestione dei dati: consultiamola con attenzione ed evitiamo di cliccare sul tasto ‘accetta’ automaticamente»: è il consiglio fornito da Ernesto Damiani, ingegnere e docente universitario alla Statale di Milano, tra i massimi esperti mondiali di cybersecurity. Lo specialista si è posto in prima persona la questione morale legata allo sfruttamento delle informazioni private disseminate attraverso i device mobili: «Subito dopo lo scoppio della pandemia, siamo stati interpellati per elaborare un modello in grado di stimare l’impatto del contagio — ha detto —. Siamo partiti dai dati di posizione, cioè dalle tracce digitali lasciate dai telefonini, e li abbiamo incrociati con le mappe per analizzare quali luoghi venivano frequentati dalle persone e per quanto tempo». A questo punto, il dilemma etico: «Abbiamo scartato le informazioni sensibili, preferendo utilizzare dati non collegati, ma fortunatamente le previsioni di contagio si sono rivelate comunque di ottima qualità».

ALBERTO CAVALLARI
Dall’avvio della sua vita da pendolare, esattamente 20 anni fa, ha trascorso in treno 6133 ore, vale a dire 255 giorni. Così, per vincere la noia, l’architetto Alberto Cavallari ha estratto il suo sketchbook e ha iniziato a ritrarre i suoi (ignari) compagni di viaggio. Ad oggi ha collezionato 715 disegni, moltissimi descrivono la stessa realtà: persone di qualsiasi età «assorte nella contemplazione del display del proprio telefono», con gli occhi affondati nello schermo nero che connette e, allo stesso tempo, estrania. «Una penna esegue un’operazione anti-tecnologica — ha dichiarato Cavallari —. Dentro la nebbia della noia si trovano grandi occasioni».

BRUNA NAVA
«Nel novembre 2019, preparando questo TEDx, scrivevo: immaginate per un attimo se ci fosse impedito di avere relazioni dal vivo…». E un brivido corre lungo la schiena. Quasi due anni dopo Bruna Nava, psicologa del lavoro esperta di neuroscienze, si è trovata a ricucire i fili sparsi di uno strappo che dalla sfera immaginativa è scivolato in quella della realtà: «Durante un corso recente ho chiesto ai partecipanti di indicare un momento gioioso ed uno triste della loro vita lavorativa. La stragrande maggioranza delle risposte riguarda l’ambito del riconoscimento sociale». Una sorpresa solo a metà: «L’apparato del sistema della ricompensa è la benzina del cervello pensante, quello che gestisce la creatività e la performance. Allo stesso tempo c’è il social pain, che corre sugli stessi network del dolore fisico. Due meccanismi che ci fanno capire se siamo connessi o se ci stiamo disconnettendo».

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