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SETTIMANA LITURGICA

Le sfide del presente nelle relazioni di don Paolo Tomatis e don Paolo Carrara

Seconda giornata dell'evento nazionale con il saluto del vescovo Busca, presidente della Commissione liturgica della CEI

La Provincia Redazione

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24 Agosto 2021 - 14:08

 Le sfide del presente nelle relazioni di don Paolo Tomatis e don Paolo Carrara

CREMONA - La liturgia come specchio ed espressione della comunità e del tempo storico. Questo il grande tema affrontato nelle relazioni della seconda mattinata di lavori al convegno della 71ª Settimana Liturgica Nazionale che si sta svolgendo in questi giorni, dal 23 al 26 agosto, nella Cattedrale di Cremona ed è seguita anche da centinaia di partecipanti da remoto attraverso le dirette messe a disposizione sul canale Youtube ufficiale.

Dopo la celebrazione della preghiera delle Lodi presieduta da monsignor Daniele Gianotti, vescovo di Crema e delegato della Conferenza episcopale lombarda per la Liturgia, a guidare la riflessione in questa seconda giornata gli interventi di don Paolo Tomatis, sacerdote torinese, presidente dell’Associazione Professori di Liturgia, e don Paolo Carrara, bergamasco, docente di Teologia pastorale.

Presente, oltre al presidente del Centro di azione liturgica mons. Claudio Maniago e al vescovo di Cremona mons. Antonio Napolioni, anche monsignor Marco Busca, vescovo di Mantova e presidente della Commissione liturgica della CEI, che ha voluto salutare i partecipanti: «Siamo nel contesto della riflessione sulla liturgia – ha esordito – ovvero quella dimensione della vita di fede che ci offre la possibilità di essere la forma del Cristo che abita la storia». Non è mancato, poi, un riferimento alla situazione attuale: «Il corpo che formiamo, la Chiesa, non è mai perfetto, anzi, è spesso piagato. Il luogo in cui ci troviamo ce lo ricorda: quello di Cremona è un popolo che è stato duramente colpito», ma «quello stesso popolo può diventare il corpo pasquale di Cristo attraverso l’Eucaristia, che sana ogni ferita trasformandola in occasione di resurrezione».

In Cattedrale hanno assistito alla seconda giornata di lavori anche il vescovo emerito di Cremona, mons. Dante Lafranconi, e il vescovo emerito di Lodi, mons. Giuseppe Merisi, che intercettato a margine dell’incontro ha evidenziato come «Le relazioni proposte in questi giorni mi pare ci interpellino in modo molto concreto, mettendoci di fronte alla realtà. Una riflessione di questo tipo può fungere da stimolo alla riscoperta del valore dell’impegno nella comunità ecclesiale, attraverso relazioni costruttive e profonde. Tutto questo passa dalla testimonianza che ciascuno di noi può offrire, la testimonianza di una fede che non si spaventa davanti alle difficoltà, ma che le trasforma in risorsa per crescere e camminare insieme».

«La Chiesa ha bisogno di confrontarsi con la contemporaneità – ha introdotto la sua relazione Tomatis – perché innegabilmente la fede stessa è sempre contestuale. Questo non significa cedere alla tentazione di piegarsi alle mode dei tempi, bensì pensare la fede celebrata in modo non atemporale». Il liturgista torinese ha proposto un’ampia panoramica storica su come, nei 50 anni trascorsi dalla pubblicazione del Messale di Paolo VI, i mutamenti dei contesti ecclesiali, sociali e culturali abbiano ispirato e influenzato il modo in cui l’assemblea liturgica è stata presentata e proposta, per arrivare alle sfide del tempo presente: «Le nostre assemblee liturgiche – ha osservato – sono soggette ad un processo di invecchiamento, di restringimento e dunque di impoverimento di cui prendere atto e al quale porre rimedio».

In particolare il sacerdote ha guardato alla tendenza attuale della concentrazione delle assemblee liturgiche, spesso spinta dalla diminuzione dei sacerdoti presidenti oltre che dei fedeli: «La varietà di attese e di sensibilità – ha concluso – (più festosa, più intima, più sobria, più libera dall’orologio, più concentrata sulla Parola, più attenta alla varietà dei codici impegnati nel rito; più vicina a casa, più vicina alla propria spiritualità, più in sintonia con il sacerdote o la comunità celebrante) non è da condannare, ma da considerare attentamente, perché nella pluralità delle figure assembleari si cammini verso una sostanziale unità nel modo di celebrare».

Un processo di cambiamento che riguarda territori e comunità e che la pandemia, con la chiusura delle Messe al popolo durante il primo lockdown del 2020, la presa d’atto del “non ritorno” di molti fedeli alla celebrazione liturgica domenicale e l’attuale rischio di una «liturgia un po’ sterilizzata» da norme e timori. «La Chiesa – ha osservato il sacerdote lombardo – è sottoposta a un vero e proprio stress test» che tuttavia offre l’occasione per «tentare di recuperare valide alleanze soprattutto con quelle fasce sociali rispetto a cui il processo di sfilacciamento si mostra in tutta la sua forza: famiglie e giovani». In questo senso il sacerdote bergamasco ha richiamato proprio l’importanza delle relazioni come «linfa vitale della vita liturgica e pastorale della Chiesa». Non tutto di quanto è stato vissuto, dunque, rappresenta un mero problema, «anzi può essere letto come stimolo per proseguire quel cammino di riforma che ormai è avviato già da alcuni anni».

Concludendo, il relatore ha osservato il bisogno di acquisire una consapevolezza di fondo: «I singoli cristiani, spesso, faticano a mantenersi autonomamente in un cammino di fede maturo». Da queste considerazione emerge poi l’esigenza di una «azione volta all’integrazione dei vari campi della pastorale, con la liturgia che non si pone come dinamica sostitutiva di qualsiasi altra iniziativa, bensì come fonte della vita di fede di ciascuno», a condizione del recupero del desiderio di «unificazione e riconciliazione a livello ecclesiale. La comunità cristiana non ha bisogno di presbiteri lacerati, ma di pastori capaci di guidare, insieme, il gregge».

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