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LA TESTIMONIANZA DELL'INVIATA

Afghanistan: «Penso alle mie donne... e a quel cielo di aquiloni»

Le emozioni della giornalista del quotidiano La Provincia, a Kabul e a Herat nel 2006. «Ragionavamo di democrazia e ora osservo sconcertata quanto sta accadendo»

Francesca Morandi

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fmorandi@laprovinciacr.it

18 Agosto 2021 - 11:58

Afghanistan: «Penso alle mie donne... e a quel cielo di aquiloni»

CREMONA - Osservo, sconcertata, le drammatiche immagini che dall’Afghanistan rimbalzano in tv. Chissà se Humaira è tra quelle donne in fuga, è il mio primo pensiero ad alta voce. «Chi è Humaira?», mi chiede mia madre. Humaira l’ho conosciuta nell’aprile del 2006 ad Herat. Sono trascorsi quindici anni dal mio viaggio a Kabul prima, ad Herat poi, quando in Afghanistan la missione Isaf VIII era sotto l’egida italiana (lo era dal 4 agosto del 2005, al comando del generale Mauro Del Vecchio). Eravamo sette giornalisti ospiti dell’Esercito italiano.

Francesca morandi

Francesca Morandi a Herat nel 2006

Chi è Humaira? Il suo nome significa Aurora. Oggi Humaira è una donna. Allora aveva 24 anni. Liceo in Pakistan, laurea ad Herat, carattere tosto, era la direttrice di Radio Sahar, la prima radio delle donne. Sì, la radio delle donne, inimmaginabile in quell’Afghanistan martoriato da 25 anni di guerre, dove l’essere donna era ed è tremendamente difficile. Una condanna. Il regime dei taleban le aveva annientate. Vietato studiare, praticare sport, guidare. Donne stuprate, lapidate, buttate in carcere. Donne imprigionate nei burqa. 

Humaira
aveva 24 anni
quando
l’ho conosciuta
Il suo nome
significa Aurora
e dirigeva
Radio Sahar
la prima radio
delle donne
Quanto era bella
nella sua maglia
di paillettes
Conservo ancora
il suo biglietto
da visita
e mi chiedo
dove sarà adesso

Ma quanto era bella Humaira, nella sua maglia che brillava di paillettes. Conservo il suo biglietto da visita: manager. Ci credeva, nella radio delle donne, un ponte culturale sull’Occidente. E come lei, ci credevano i ragazzi della vicina università diretta dal professore S. Y. Hazin, capo del Dipartimento di giornalismo della Facoltà di letteratura. Avevano messo in piedi Youth Voice Radio, La voce della gioventù. Diffondevano musica inglese, europea. Nel 2007-2008, il professor Hazin voleva aprire un Dipartimento di italianistica «per gettare un ponte di scambio culturale verso l’Italia», il Paese che grazie ai nostri soldati stava aiutando la popolazione a tirarsi su. A ricostruire un Afghanistan democratico. Già, democratico.

Osservo in tv le drammatiche immagini della fuga di massa. Il pensiero corre alle «mie» bellissime bambine, capelli scuri e grandi occhi verdi, e ai «miei» bambini pazzi di gioia all’inaugurazione di una nuova scuola finanziata dall’Italia nel quartiere di Bagh Nazergan, a Herat. Le pareti gialle, le finestre incorniciate di azzurro. E io incantata mentre li guardavo accarezzare i banchi e le lavagne. Sino a quel giorno, la loro scuola era una tenda. Studiavano nel fango. Erano bimbi e adolescenti, quasi tutti saltati su una mina. Vivi, miracolosamente vivi. Ma mutilati: senza una gamba, un braccio. Eppure, così radiosi. «Non fate l’errore di donare una biro ad un bambino, altrimenti vi accerchiano in cinquanta e non vi mollano più», la raccomandazione. Io me ne fregai. Da Cremona avevo portato una sacca piena di pennarelli, biro, quaderni e album da colorare. Quel giorno, in un batter di ciglio fui travolta da una baby ondata di calore e felicità. Mi appartai in un angolo: giubbotto antiproiettile e occhiali scuri per nascondere le lacrime. Il mio tutor se ne accorse, capì, mi lasciò sola per pochi minuti. Questo era il mio Afghanistan.

Dopo la cerimonia, il pranzo in pompa magna in un caseggiato accanto. Si mangiava per terra, tutti che afferravano il cibo con le mani dallo stesso piatto. Un boccone e, di nuovo, le mani che affondavano in quel piatto. Vietato avere schifo. Del resto, avevamo fatto l’anti epatite, perché ci avvisarono: «In Afghanistan non ci sono le fogne, la gente defeca sui tetti delle casa, tutto si secca, ci pensa il vento a disseminare nell’aria». Alla cerimonia, feci colpo su un giovanotto. Aveva la metà dei miei anni. Io andavo per i 41. Voleva sposarmi. «Sono troppo vecchia per te!». I miei colleghi mi barattarono, ci provarono. La voce si sparse. Quante risate ci facemmo tutti, italiani e amici afgani. Anche questo era il mio Afghanistan. 

«In questa scuola insegneranno alle bambine i loro diritti, perché ne vengano rese consapevoli per un Afghanistan migliore», disse Sid Hosin Anvary, il governatore della provincia di Herat. Istruzione, cultura, diritti: i discorsi ufficiali ne erano intrisi.
Mentre in Afghanistan si sta consumando di nuovo un dramma, sto trascorrendo le vacanze nella mia amata Ponte di Legno. Sono una camminatrice. Passo dopo passo, raggiungo paradisi naturali in quota. Il mio pensiero corre ai campi profughi tra le crude montagne attorno a Kabul, dove d’inverno fa un freddo cane. Corre a quel giorno in cui sui blindati Lince raggiungemmo uno di quei campi. 

l mio pensiero
va alle bellissime
bambine
dai capelli scuri
e dai grandi
occhi verdi
e ai bambini
pazzi di gioia
all’inaugurazione
della scuola
finanziata
dall’Italia
Ero incantata
guardandoli
accarezzare
banchi e lavagne
Sino ad allora
studiavano
nel fango...

Durante il viaggio, lungo strade tortuose, teatri di attentati, i bambini e gli adulti gridavano «Italiani, italiani!» con il pollice all’insù. Era il loro grazie all’Italia. Quel giorno, i nostri soldati consegnarono stivaletti in gomma ai bimbi scalzi. Intorno, tende e desolazione. Non c’era nulla, non avevano nulla. Io aiutavo i piccoli ad infilare i loro piedini sporchi negli stivaletti. Mi sorridevano. E io, adesso, quei loro sorrisi li ho tutti marchiati nel cuore. Adesso e da quindici anni.

Il mio pensiero corre a quel venerdì, quando nel cielo azzurro sopra Kabul volavano gli aquiloni. Questo è il mio Afghanistan. «Fra quanti anni potremo tornare a Kabul e trovare una città di pace?», domandai al generale Del Vecchio. «I prossimi cinque anni non saranno sufficienti. Forse fra dieci anni, mi sembra più ragionevole». Era il 2006.

Agosto 2021. Che fine avrà fatto Humaira? Ci sarà una nuova aurora per lei? E i ragazzi dell’università? E i bambini della scuola e del campo profughi, oggi più che ventenni? Saranno tra coloro che si sono aggrappati all’aereo Usa in decollo? È spaventoso. Nel cielo sopra Kabul non volano più gli aquiloni. Guardo, con sgomento, quei puntini che precipitano giù, come vent’anni anni prima dalle Torri Gemelle. Orrore. Mille domande mi rimbombano in testa. Come se la caveranno le donne con le quali, grazie al professore che traduceva dall’italiano al pashtu, scambiai qualche parola al mercato o davanti all’ospedale di Herat (diretto da una donna), timide, ma incuriosite dalla mia macchina digitale, stupite nel vedersi subito in fotografia. Donne che, mi raccontarono, cominciavano ad assaporare un po’ di libertà. «Ho preso la patente», mi disse una di loro, con fierezza. Ricordo quel giorno al mercato: c’era un tizio che nella sua bottega voleva vendermi un burqa per dieci euro, come souvenir. Il burqa un souvenir? «Con i vostri burqa ci farei un enorme falò», gli risposi in italiano. Tanto non lo capiva. Mi guardò storto.

C’è chi ha il mal d’Africa. Io ho il mal d’Afghanistan. Il mio Afghanistan è fatto da tutte quelle mille splendide persone che ho incontrato quindici anni fa, quando si accarezzava il sogno di una democrazia, benché fossi consapevole che stiamo parlando di un Paese maledetto dalla storia. Questa nuova tragedia mi spezza il cuore. Le donne sono in fuga. Le bambine sopra i 12 anni sono bottino di guerra. I talebani hanno ripreso il controllo con tutto il carico di estremismo, di oscurantismo e di violenza di cui sono capaci. «Daremo serenità», hanno promesso. Balle! Ma vorrei essere smentita. E penso ancora ad Humaira.

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