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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Un'Italia senza equilibrio né misura

La gazzarra Grillo-Conte e l’atteggiamento contradditorio dello Stato italiano sul tema della giustizia

Marco Bencivenga

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mbencivenga@laprovinciacr.it

04 Luglio 2021 - 06:00

Un'Italia senza equilibrio né misura

Il direttore de 'La Provincia' Marco Bencivenga

Il problema dei problemi, nella passionale Italia più che nel resto del mondo, da qualche tempo è diventato una grave patologia: l’assoluta mancanza di equilibrio. Dalla politica allo sport, dalle scelte collettive ai comportamenti individuali, dalle discussioni nei bar alle trasmissioni tv, in ogni campo sembra scomparso il senso della misura: sempre più spesso si esagera, si esaspera, si estremizza. La moderazione è diventata un valore fuori moda: esistono solo i buoni e i cattivi, gli amici e i nemici, il bianco e il nero. Bandite le sfumature, esclusi i mezzi toni, cancellata la tavolozza dei colori. Non la pensi come me? Via! Sparisci! Sei espulso dal mio campo di gioco, dalla mia vita, dal mio partito, perfino dal movimento nato all’insegna dell’uno vale uno, del non statuto, della democrazia diretta, della mancanza di strutture, quello in cui nessuno comanda, perché comandano le idee, le battaglie ideali, la maggioranza che di volta in volta si esprime e si forma spontaneamente, senza forzature né costrizioni. Finché si fa propaganda, funziona benissimo: l’utopia è la stella polare, il magnifico traguardo cui tendere tutti insieme. Se si scende dalle barricate e si entra nelle istituzioni, però, prima o poi l’utopia si scontra con la realtà. Con le leggi. Con gli altri. A quel punto anche i diversi, i duri & puri e gli irriducibili se vogliono partecipare al gioco della democrazia devono venir giù dalle nuvole, confrontarsi, sporcarsi le mani. E invece no: qualcuno pretende di restare forza d’opposizione anche mentre sta al governo, rivoluzionario anche se viaggia sull’auto blu, ribelle anche se ormai gestisce il potere.

Ha scritto bene Paolo Franchi sul Corriere della sera, commentando l’indegna gazzarra mandata in scena in settimana da Beppe Grillo e Giuseppe Conte: «I partiti nascono, vivono più o meno a lungo, e nel tempo cambiano, se ci riescono, anche in profondità. Ma non possono cambiare fino a trasformarsi in qualcosa di totalmente altro rispetto al motivo per cui sono nati. Se questo viene meno, i partiti possono provarle tutte, in pubblico o nelle private stanze, e magari anche guadagnare un po’ di tempo per prolungare la loro agonia. Ma alla fine muoiono. Semplicemente perché non hanno più ragione di esistere». O perché non hanno saputo evolversi. Che non significa mettersi comodi nel Palazzo che promettevano di aprire come una scatoletta di tonno (ah, come sono comode le poltrone in velluto di Montecitorio e Palazzo Madama, se si ha avuto la possibilità di provarle…) ma significa trovare il giusto equilibrio fra slanci ideali e pratica quotidiana, diversità proclamata e uniformità sostanziale, ambizioni autarchiche e necessità di contaminazione e confronto, se non addirittura di alleanza con chi è indispensabile coinvolgere per arrivare alla fatidica soglia del 50% dei consensi più uno.

Il M5S, in effetti, ha provato a integrarsi, al punto da formare un governo dapprima con la Lega di Salvini; poi con il suo esatto contrario, il già odiato Pd, e alla fine (oggi) addirittura con Mario Draghi, l’uomo simbolo del potere delle banche un tempo così ferocemente avversato. Il M5S, insomma, dopo aver avuto il merito e la capacità di intercettare

Grillo è sempre rimasto se stesso, uguale e coerente. A cambiare sono stati i compagni di cordata, non lui, che resta l’Elevato, il signore del «vaffa»

l’insoddisfazione e la voglia di cambiamento di milioni di cittadini, qualche sforzo di integrazione l’ha fatto. Il problema è che un movimento è per definizione magmatico, un insieme di forze eterogenee, un mix di buone intenzioni e spontaneismo. Ma lo «stato nascente» teorizzato fin dagli anni ‘70 dal sociologo Francesco Alberoni alla lunga non regge: o si fa istituzione o si dissolve. E oggi il movimento capace di diventare la prima forza politica del Paese è più vicino all’implosione che al consolidamento. Con qualche rischio non solo per sé, ma per la tenuta del Governo e dell’intero Paese. Colpa di Grillo o di Conte? Di entrambi e di nessuno. All’ex comico una virtù va riconosciuta: è sempre rimasto se stesso, uguale e coerente. A cambiare sono stati i compagni di cordata, non lui, che resta l’Elevato, il signore del «vaffa», il giustizialista forcaiolo (basta che le indagini della magistratura non riguardino suo figlio, naturalmente). Chi oggi lo definisce «padre padrone» del movimento che ha fondato a sua immagine e somiglianza scopre soltanto l’acqua calda. Cosa credeva? Dove pensava di essere capitato? In questo, Conte si è rivelato ingenuo, arrogante e irriconoscente allo stesso tempo: davvero sperava di spodestare l’inventore del grillismo e di traghettare tutti i cinque stelle nella nuova Dc? Davvero si illudeva di poter scippare il Movimento al leader che da una cattedra universitaria lo ha proiettato a Palazzo Chigi e alla Presidenza del Consiglio?

I giochi non sono ancora conclusi, i pontieri stanno cercando di ricucire lo strappo fra i due leader, consapevoli che la sconfitta di uno potrebbe diventare la sconfitta di tutti, ma i margini di manovra sembrano ormai ristretti. Proprio come lo spazio di questo Punto, che non voleva restringere il ragionamento iniziale sulla mancanza di equilibro alla guerra fratricida tra Conte e Grillo, ma ambiva a citare a mo’ di esempio, fra i tanti possibili, la contraddittorietà dell’atteggiamento dello Stato italiano sul tema della giustizia: da una parte l’eccesso di buonismo che consente di tornare libero a un pluriomicida diventato collaboratore di giustizia - meglio: a un boss mafioso che ha confessato di aver ucciso i giudici Giovanni Falcone e Rocco Chinnici, di aver sciolto nell’acido un ragazzo di 13 anni e di aver personalmente ordinato o commesso altri 150 delitti, prima di «pentirsi» -; dall’altra l’invio di una squadra speciale della Polizia Penitenziaria nel carcere di Santa Maria Capua Vetere per «riprendersi l’istituto» dopo che il giorno precedente i detenuti avevano inscenato una protesta, temendo di essere contagiati da un compagno di cella positivo al Covid. L’inchiesta che conta 117 indagati ha portato alla luce un’incredibile serie di soprusi, umiliazioni e violenze da parte di agenti e funzionari che mentre sferravano calci, pugni e manganellate ai detenuti

L’eccesso di tutela a volte può produrre effetti surreali, se non addirittura rovesciare la percezione della realtà

inginocchiati per terra urlavano «Lo Stato siamo noi». Solo chi è entrato in un carcere può capire quanto sia duro e difficile il lavoro della Polizia Penitenziaria. Ma nulla può giustificare simili comportamenti da parte di uomini in divisa. No, lo Stato non sono loro, non possono essere loro, i picchiatori di Santa Maria Capua Vetere. Ma non può essere neppure quello che, nella campagna sociale in programmazione in questi giorni su radio e tv, definisce i detenuti «persone private della libertà individuale». Una definizione illuminata, moderna, rispettosa ed estremamente civile: tutte buone ragioni perché possa essere apprezzata e condivisa. Ma anche una definizione un po’ ambigua e pelosa, perché finisce per dare la sensazione che quei cittadini «privati della libertà personale» siano vittime di qualcosa o qualcuno, magari di un sistema sbagliato che nega loro un diritto fondamentale, anziché i carnefici, o quantomeno i responsabili del reato per cui sono finiti dietro le sbarre. L’eccesso di tutela a volte può produrre effetti surreali, se non addirittura rovesciare la percezione della realtà. No assoluto a ogni forma di violenza, dunque, ma no anche all’eccesso di retorica del politicamente corretto. Altrimenti, tutto diventa mancanza di equilibrio. E non si sa più a quale certezza aggrapparsi.

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