Cerca

Eventi

Tutti gli appuntamenti

Eventi

IL PUNTO DEL DIRETTORE

Il sogno di vivere in un mondo a colori

Nell’era dei simboli che rappresentano il tutto è singolare che la bandiera nata per unire sia in realtà diventata un motivo di divisione.

Marco Bencivenga

Email:

mbencivenga@laprovinciacr.it

27 Giugno 2021 - 06:00

Il sogno di vivere in un mondo a colori

Il direttore de 'La Provincia' Marco Bencivenga

Il blu rappresenta l’Oceania, il nero l’Africa, il verde l’Europa, il giallo l’Asia, il rosso le Americhe. Lo impariamo fin dalle elementari, quando la maestra ci spiega che i cinque colori così affiancati formano la bandiera Olimpica, quella che rappresenta l’unione dei popoli e che fra meno di un mese, dal 23 di luglio, sventolerà a Tokyo, sede dei Giochi 2020 che l’anno scorso furono rimandati a causa della pandemia e, così, saranno finalmente recuperati.

Se al vessillo ideato nel 1913 da barone Pierre de Coubertin si sostituiscono i cerchi con le strisce, si cambia il nero con il viola, e si aggiungono azzurro e arancione la bandiera olimpica diventa la bandiera della Pace, un altro simbolo di umana fratellanza. La stessa che intendeva perseguire Gilbert Baker, l’artista che nel 1978 capovolse l’insegna pacifista e, dopo aver tolto l’azzurro, trasformò la bandiera anti-razzismo nel simbolo di un’altra forma di rispetto reciproco, la parità di genere, un principio che in origine significava pari diritti e opportunità per l’uomo e per la donna e oggi afferma invece la parità a 360 gradi, quale che sia l’identità sessuale (o l’orientamento sessuale) di ogni persona.

Nell’era dei simboli che rappresentano il tutto (una mela per identificare un computer, un’ala per distinguere le scarpe sportive più alla moda, un cavallino rampante per riconoscere l’auto più desiderata del mondo) è singolare che la bandiera nata per unire sia in realtà diventata un motivo di divisione.

Un simbolo di parte anziché un valore condiviso. A trovarsi su posizioni contrapposte sono destra e sinistra, naturalmente. Ma da qualche giorno anche l’Italia e la Città del Vaticano, i due Stati che dal 1929 (quando furono siglati i Patti Lateranensi) convivono pacificamente dentro e attorno Roma. L’influenza sulla vita degli italiani del più piccolo Stato del mondo, da due millenni sede papale e culla del Cristianesimo, è inversamente proporzionale alle sue dimensioni. Ma era dagli anni ’70, mezzo secolo fa, ai tempi della legge sul divorzio, che i rapporti fra le due sponde del Tevere non erano tanto tesi.

Neppure la legge sull’aborto («interruzione volontaria di gravidanza» nel linguaggio medico, «omicidio volontario» per i difensori della vita fin dal suo concepimento) aveva contrapposto Parlamento italiano e Santa Sede come è successo in settimana, a causa della nota ufficiale che il Vaticano ha inviato al Governo italiano per richiamarlo al rispetto del Concordato, a suo dire minacciato dal disegno di legge Zan, l’insieme di norme contro l’omofobia e ogni forma di discriminazione sessuale che da novembre è in agenda davanti alla Commissione Giustizia del Senato, primo firmatario l’omonimo senatore Pd, dichiaratamente contrari Lega e Fratelli d’Italia, perplessa Forza Italia («Il Governo deve fare le riforme, non il ddl Zan», ha tuonato nelle ultime ore Silvio Berlusconi spiazzando anche molti dei suoi). 

Lo Stato Italiano dice no ad a ogni forma di intolleranza. La Costituzione italiana sancisce il principio di uguaglianza fra tutti i cittadini e la ferita inferta alla singola persona offende la libertà di tutti

Bene ha fatto il presidente del Consiglio a ricordare al Vaticano che «l’Italia è uno Stato laico» e che nessun disegno di legge minaccia l’indipendenza e la libertà d’espressione della Chiesa. Il peccato originale, semmai, è stato trasformare la battaglia arcobaleno sui diritti di tutti in una sfida fra i diversi colori della politica. Ancor più caricare le norme anti-discriminazioni di corollari divisivi che tutto complicano ed estremizzano le opinioni. Perché è chiaro che il diritto di amare e di vivere la propria sessualità come si preferisce non può avere contrari: neppure il Papa ha mai condannato in assoluto l’omosessualità o altre forme di affettività, aprendo la strada al dialogo e alla comprensione, oltre i confini della famiglia tradizionale. E lo stesso presidente della Repubblica non più tardi di due mesi fa ha chiarito in maniera esplicita qual è la posizione nazionale sul tema: «Lo Stato Italiano dice no ad a ogni forma di intolleranza», ha tuonato Sergio Mattarella, che non è certo un estremista, prima di ricordare che «la Costituzione italiana sancisce il principio di uguaglianza fra tutti i cittadini» e, di conseguenza, che l’eventuale «ferita inferta alla singola persona offende la libertà di tutti».

Sui principi di fondo l’Italia si conferma dunque culla di civiltà e di tolleranza: alcuni valori - come il rispetto della vita, della persona, delle diversità e delle libertà individuali - nel nostro Paese non sono negoziabili, anche se in altre parti del mondo e perfino d’Europa (dall’irriducibile Orbán ai fondamentalisti islamici la lista dei retrogradi è lunga) c’è chi li mette in discussione. È su tutto il resto che le strade si dividono. E lo scontro si fa rovente. Come se ne esce, allora? Con buon senso ed equilibrio, che significa evitare forzature e steccati ideologici, da una parte e dall’altra.

La premessa generale, insindacabile, è che siamo tutti uguali, abbiamo tutti gli stessi diritti e nessuno può essere discriminato per il colore della sua pelle, il suo credo politico o religioso, o per il suo orientamento sessuale. Questo è e deve essere il punto di partenza condiviso, il caposaldo, il primo comandamento. Se non ci intendiamo su questo, tutto il resto non conta. Certo, se questa è la premessa, una domanda sorge spontanea: perché è necessario fare una legge che ribadisce una cosa scontata? La risposta è semplice: perché sulla carta siamo tutti buoni, bravi e illuminati. Ma nella realtà quotidiana c’è chi non rispetta questi valori universali, c’è chi discrimina, chi offende, chi emargina, addirittura chi uccide. E allora serve una super tutela per riaffermare e difendere quel principio di convivenza civile. Ma ancor più servono una crescita culturale collettiva, la cancellazione di ogni pregiudizio, una nuova sensibilità e un nuovo modo di pensare. Solo così potremo vivere in un mondo davvero aperto, solidale, inclusivo, rispettoso, in grado di promuovere e garantire la felicità di tutti. In una sola parola, in un mondo arcobaleno, anziché in un inferno di un solo colore, fatto di divieti, intolleranza e discriminazioni.

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su La Provincia

Caratteri rimanenti: 400