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L'INTERVISTA

Con l'ambasciatrice Zappia un ponte tra l’Italia e gli Usa

Nata a Viadana, è la prima donna a ricoprire questo incarico. «Papà era un ufficiale dei Carabinieri, mi porto dentro le immagini dei filari di pioppi e del Po»

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pboldrini@laprovinciacr.it

18 Giugno 2021 - 08:35

Con l'ambasciatrice Zappia un ponte tra l’Italia e gli Usa

Mariangela Zappia con Antonio Guterres

NEW YORK - Mariangela Zappia, 61 anni, nata a Viadana, dal primo luglio rappresenterà l’Italia negli Usa.

Partiamo da lontano, per Viadana e più in generale per i mantovani è un onore avere una concittadina del suo rango, arrivata ai vertici dell’ambasciata italiana negli Stati Uniti. Che ricordo ha dei suoi primi anni di vita a Viadana e dei suoi genitori?
«Mi lasci innanzitutto dire che è davvero un piacere per me che il mio luogo di nascita, pur casuale, mi consenta di mantenere un legame con una regione che amo quasi più intuitivamente che per esperienza vissuta. Ho passato a Viadana solo i primissimi anni di vita, figlia di un ufficiale dei Carabinieri che comandava allora la Tenenza. Più che ricordi veri e propri si tratta di immagini, sensazioni che ancora oggi mi legano ai silenzi della pianura padana, alle case sugli argini del Po, ai filari di pioppi, alle nebbie avvolgenti. Qualcosa di profondo e inconsapevole che fa parte della persona che sono oggi». 

Lei è stata la prima donna nominata ambasciatrice alle Nazioni Unite e adesso a Washington, forse le due sedi più prestigiose della diplomazia italiana. Vuol dire che le donne hanno raggiunto la parità di genere alla Farnesina o c'è ancora strada da percorrere?
«Sono orgogliosa di ricoprire un incarico di grande responsabilità e di essere la prima donna a farlo. Sento la responsabilità di essere un modello per tante giovani che aspirano a questa bellissima carriera, ma anche di essere una testimonianza di un’Italia impegnata sul tema dell’empowerment femminile. L’uguaglianza di genere è una pietra angolare del programma nazionale di ripresa e resilienza e della nostra presidenza del G20. Il presidente Draghi ha sottolineato la necessità di creare parità di condizioni competitive tra generi. Anche qui a New York, il segretario generale dell’Onu Guterres ne ha fatto una sua priorità di mandato raggiungendo risultati importanti. Alla Farnesina, negli ultimi anni molte giovani donne sono entrate in carriera diplomatica. Tuttavia rappresentiamo ancora solo meno del 25% di tutto il personale diplomatico attualmente in servizio. E la quota femminile è più rarefatta man mano che si sale nei gradi. Ma anche qui a New York, le donne ambasciatrici sono circa il 25% del totale, mentre a Washington, su oltre 160 ambasciate solo una trentina hanno una donna quale capo missione. La verità è che nessun Paese al mondo può affermare oggi di aver raggiunto la parità. A livello globale e in tanti settori, sono ancora troppi i colli di bottiglia che impediscono una piena ed effettiva partecipazione delle donne, a detrimento della società intera. C’è bisogno di un’azione corale proattiva, di dati disaggregati per genere così da studiare meglio da dove si parte, di politiche e investimenti mirati». 

Sento la responsabilità
di essere un modello
per tante giovani
che intraprendono
questa carriera L’uguaglianza
di genere è una pietra
angolare del programma
della presidenza G20

La rappresentanza permanente alle Nazioni Unite è un osservatorio privilegiato delle dinamiche geopolitiche mondiali. Ha visto cambiamenti nel ruolo dell’Italia e nella considerazione di cui gode il nostro Paese nel mondo?
«A New York, in questi ultimi anni così complessi sul piano internazionale l’Italia ha rafforzato ulteriormente la propria reputazione di costruttrice di ponti di dialogo e mediazione. Si tratta di una qualità pregiata largamente riconosciuta al nostro Paese. Da addetta ai lavori, ritengo sia un patrimonio di credibilità e prestigio dovuto non solo all'azione diplomatica dell’Italia stricto sensu, ma più in generale anche all’approccio inclusivo che ci guida e ispira. Portare molteplici e diversi attori allo stesso tavolo, è nel Dna del nostro Paese, per ragioni storiche e politiche. A livello internazionale, le ragioni e l’opportunità di farlo sono evidenti. Le fratture esistenti non sono solo politiche ma socio-economiche, ambientali, digitali. Dal clima ed energia alla salute e sicurezza alimentare, dai diritti umani all’accesso a internet. Quando parliamo di beni pubblici globali, dovremmo ricordare che essi possono essere assicurati alla collettività solo includendo nell’equazione tutti gli attori pertinenti e che hanno interessi in gioco. Aziende, società civile, enti locali, comunità accademica e scientifica: tutti dovrebbero poter fornire il proprio contributo. Possiamo guardare al tema anche dalla prospettiva di una provincia italiana come Cremona. L’Onu ha varato la strategia di localizzazione dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Il presupposto è che gli obiettivi non possono essere raggiunti senza il coinvolgimento attivo degli enti territoriali e altri attori sul campo. Anche gli enti locali in Italia possono e devono, quindi, fare la loro parte. Così come le imprese: anche qui, l’impegno e la proiezione internazionale dell’Italia si sono moltiplicati. Abbiamo oltre 400 aziende italiane che sono membri del Global compact delle Nazioni unite e che sono riconosciute quali campioni di innovazione, sostenibilità, trasparenza. È stata sviluppata da una start-up italiana - ne siamo orgogliosi - la app ufficiale scelta dall’Onu per combattere il cambio climatico attraverso gesti quotidiani che generano un impatto positivo. Le priorità della nostra presidenza G20, “Persone, Pianeta, Prosperità”, sono sinergiche e interagiscono con l’agenda complessiva Onu e con gli obiettivi di Sviluppo sostenibile».

Arriverà a Washington in un momento cruciale per la ripresa economica e post-pandemica, e al contempo pieno di speranza con l’inizio della presidenza Biden. Quali sono le sue preoccupazioni e le sue speranze per il futuro e in particolare per i rapporti tra Stati Uniti, Italia ed Europa?
«Il momento non potrebbe essere più propizio. L’ abbiamo visto anche dalla prospettiva onusiana: gli Stati Uniti sono desiderosi di collaborare e lavorare insieme con i propri partner, fra cui l’Europa e l’Italia in primis, in questa fase di ricostruzione e ripartenza globale. Ne sono manifestazione il rientro di Washington negli Accordi di Parigi sul cambiamento climatico, nell’Organizzazione mondiale della salute e nel Consiglio diritti umani dell’Onu, la ripresa dei finanziamenti a Unwra (Agenzia per i rifugiati palestinesi), e gli sforzi di rivitalizzazione del Jcpoa (Accordo sul nucleare iraniano), per citare alcune delle decisioni prese nei primissimi giorni di questa nuova amministrazione. L’annuncio dei giorni scorsi della donazione di nuovi 500 milioni di vaccini anti-Covid ai Paesi a basso reddito, è l’ultimo di una serie di impegni davvero importanti da parte degli Usa. Nel 2021 si celebra poi il 160mo anniversario delle relazioni diplomatiche fra Italia e Stati Uniti, il mio impegno sarà quello di interpretare e valorizzare ulteriormente quanto siano inossidabili la stima reciproca, l’amicizia e l’alleanza che legano i due Paesi. Non è un caso che in aprile, la visita del ministro Di Maio sia stata la prima in assoluto di un dignitario straniero a Washington dall’insediamento dell’amministrazione Biden. Forte di questa relazione privilegiata, l’Italia può portare un contributo particolarmente significativo nello scacchiere dei rapporti fra Washington e Bruxelles, a beneficio e rafforzamento del dialogo transatlantico.

Gli Stati Uniti sono
desiderosi
di collaborare
con i partner europei
in questa fase
di ricostruzione
e ripartenza globale
Dobbiamo lavorare
tutti insieme

Dopo lo scoppio della pandemia più volte ha ricordato l’importanza dell’alleanza tra Paesi diversi per raggiungere un obiettivo comune. Ha funzionato o hanno prevalso gli egoismi?
«Sono e resto una convinta fautrice del multilateralismo, che poi significa lavorare insieme a soluzioni condivise di problemi che toccano tutti. Lo sono con ancor maggiore convinzione nella fase che stiamo vivendo e malgrado le tensioni e le difficoltà di dialogo che abbiamo vissuto. Per l’Italia esso è uno dei valori fondanti: lo ha sottolineato anche il presidente Mattarella nel suo recente, bellissimo discorso in occasione della Festa della Repubblica. In uno scenario internazionale ulteriormente polarizzato dallo scoppio della pandemia, il virus ha chiarito una volta per tutte che di fronte a minacce globali l’unica strada è quella della cooperazione internazionale. L’Italia ha sostenuto fin dal principio questa impostazione e invocato una risposta coordinata di stampo multilaterale. L’azione europea, anche grazie al nostro contributo, si è mossa lungo gli stessi binari, sia nel delineare la strategia della ripresa sia nel porsi alla guida della mobilitazione internazionale per la ricerca, produzione ed equo accesso al vaccino e a favore di un’assistenza rafforzata per i Paesi in via di sviluppo. Ma restiamo tutti consapevoli del fatto che il sistema multilaterale è perfettibile. Per certi versi è anche anacronistico. Basti pensare alla struttura del Consiglio di sicurezza dell’Onu (principale organo responsabile della pace e della sicurezza mondiale), che non viene riformata dal lontano 1963. In sintesi: sì a una riforma complessiva della governance globale, per un multilateralismo di tutti e per tutti e che sia veramente efficace, ma no al disimpegno, no alla delegittimazione delle istituzioni multilaterali e del metodo multilaterale, strumenti di cui non possiamo privarci proprio nel momento in cui ne abbiamo più bisogno».

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