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CREMONA. LA STORIA E l'APPELLO

«Nostro figlio con la distrofia è prigioniero nella sua casa»

Al terzo piano senza ascensore. Il padre: serve un alloggio al piano terra. Il Comune: conosciamo il caso

Andrea Setti

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asetti@laprovinciacr.it

21 Maggio 2021 - 06:48

«Nostro figlio con la distrofia è prigioniero nella sua casa»

CREMONA - «Ho assoluto bisogno di trovare un alloggio al piano terra: non lo dico per me ma per mio figlio Rayan, che soffre di distrofia muscolare e che da oltre un anno è prigioniero dentro un appartamento al terzo piano e senza ascensore». L’appello, toccante, è quello di un papà che le ha provate tutte ed è stato «costretto» a rivolgersi al quotidiano La Provincia per tentare di mettere fine al calvario che vive la sua famiglia.

Abdelaziz Jaouad, 47 anni, è arrivato nel nostro Paese dal Marocco nel 2006. Da allora una vita di lavoro — è impiegato come macellaio — e il sogno di crearsi una famiglia. C’è riuscito ma poi una terribile malattia ha colpito il primogenito. «Rayan soffre di questa grave patologia — spiega — che lo ha costretto a insistenti cure e sofferenze ma fino all’anno scorso siamo riusciti a gestire la situazione abbastanza bene. Nonostante i suoi problemi di deambulazione io e mia moglie, infatti, siamo stati in grado di aiutarlo a raggiungere il nostro appartamento al terzo piano».

Sessanta gradini che ogni giorno che passa diventano sempre più «maledetti». Le difficoltà si sono ingigantite con il lockdown imposto dalla pandemia sanitaria. «Mio figlio è stato costretto a stare in casa — aggiunge papà Abdelaziz che ha anche un’altra bambina di 6 anni — e ha fatalmente messo su un po’ di peso che piano piano lo ha portato a una quasi immobilità. Purtroppo, la mancanza di esercizio per persone come lui è causa di seri problemi che si aggiungono a quelli già causati dalla malattia».

Portarlo fuori anche solo per una boccata d’aria fresca è divenuto sempre più complicato; la madre non riesce più a sollevarlo e a portarlo su e giù per le scale. «Ci ha provato più volte — sottolinea il papà — ma poi la sua schiena ha manifestato i segni degli sforzi ripetuti e le ha creato disturbi che le impediscono di portare pesi eccessivi. La situazione è tale che quando io sono al lavoro Rayan è prigioniero in casa, nessuno può portarlo fuori. Così non si può andare avanti».

L’unica soluzione sarebbe quella di reperire un alloggio al piano terra in modo da non dover ogni volta sottoporsi alla fatica di caricarsi il figlio sulle spalle. E Abdelaziz ci ha provato. «Ci siamo rivolti ai Servizi sociali del Comune che ci hanno detto di partecipare ai bandi per le case popolari e di attendere la graduatoria. La domanda l’abbiamo fatta ma senza mai aver ottenuto risposte concrete. Nel frattempo, abbiamo cercato anche alternative nel settore privato. Del resto, anche adesso siamo in affitto da un proprietario privato e non avrei problemi a continuare se trovassi la soluzione giusta». Purtroppo, però, la casa non si trova. «Quando sentono che si tratta di una famiglia marocchina — dice il papà carico di amarezza — non vogliono affittare. Una cosa davvero brutta che pesa ancora di più in questa situazione. Nessuno ha voluto darci una possibilità». Poi torna sull’aiuto che si aspetta dal pubblico. «Con l’assistente sociale abbiamo incontrato l’assessore Rosita Viola che non ci ha dato risposte se non che occorre aspettare».

È la stessa Viola a confermare l’incontro. «Conosciamo bene la situazione della famiglia — spiega l’assessore — e la stiamo seguendo utilizzando tutti gli strumenti a nostra disposizione. Abbiamo indirizzato e aiutato il signor Jaouad a formulare la domanda per il bando per l’assegnazione degli alloggi Aler e comunali che si è aperto il 3 marzo e chiuso il 30 aprile. Credo che nel giro di poco tempo verranno pubblicate le graduatorie che vengono comunque stilate in base a normative precise che non si possono scavalcare. Capisco la grande difficoltà in cui si trova quella famiglia ma occorre rispettare la legge. Da parte mia e delle operatrici sociali resta la massima disponibilità ad aiutare nei limiti consentiti dalle normative».

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