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CREMOSANO

La storia ritrovata del deportato Arturo

Morì a Dachau il 23 febbraio 1945: la scoperta della nipote

Nicola Arrigoni

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rmaruti@laprovinciacr.it

23 Aprile 2021 - 06:50

La storia ritrovata del deportato Arturo

CREMONA (23 aprile 2021) - L’archivio cittadino di Bolzano ha ricevuto in questi giorni un piccolo regalo. Si tratta di documenti riguardanti Arturo Bettinelli, che, nel settembre del 1944, è stato prelevato dai nazisti e deportato nel campo nazista di Bolzano. Più tardi è stato trasportato nel campo di concentramento di Dachau. Teresa, la nipote di Bettinelli, ha regalato alla città di Bolzano sette documenti sulla vita e sulla deportazione dello zio per la conservazione nell’archivio cittadino», si legge sul Dolomiten (traduzione a cura di Andrea Grassi). «La storia di Bettinelli termina a Dachau», racconta Carla Giacomozzi, responsabile del dipartimento dell’archivio cittadino di Bolzano. Il suo nome era da tempo tra quelli delle vittime cremonesi morte a Dachau, ma la famiglia ne era all’oscuro.
«Il 5 ottobre ha lasciato il campo di Bolzano su un carro bestiame. Morì a Dachau il 23 febbraio 1945 – con il numero di matricola 113.204 – a 30 anni. La sua famiglia, in particolare la nipote Teresa che ci ha contattato quest’anno, ha scoperto solo ora dove e quando è morto Arturo. Come ringraziamento la famiglia ha deciso di regalare la documentazione all’archivio cittadino di Bolzano, in modo che il suo ricordo possa continuare a vivere nelle generazione future». Ed è proprio Teresa Bettinelli a raccontare la storia dello zio Arturo, primo di sette fratelli, originario di Cremosano. «È stato proprio grazie agli studi di Carla Giacomozzi che sono riuscita a sapere che mio zio, il più grande di sette fratelli è morto a Dachau – racconta -. La famiglia di mio padre e dei suoi fratelli era una famiglia di contadini che lavoravano nelle cascine fra Crema e Lodi, erano quelle famiglie che ogni anno facevano sanmartino, chiamati a lavorare dai vari padroni». La storia di Arturo e della sua morte è storia di famiglia e per Teresa è un quadro con la fotografia dello zio, alcuni ritagli di giornale con la sua grafia e due lettere che il tempo sta sbiadendo: «Da piccola quella foto e quei documenti erano per me il piccolo tesoro di famiglia, qualcosa di misterioso, come misteriosa era la morte di quello zio a Bolzano – racconta -. Ho deciso per questo di fare le mie ricerche, di mettere insieme i racconti di famiglia e poi ho scritto all’Archivio di Bolzano e a Carla Giacomozzi che si è occupata a lungo del lager di Bolzano. È stata lei a chiudere la vicenda di mio zio Arturo, grazie al numero di matricola e al blocco in cui era rinchiuso. Mio zio scrisse dal lager il 29 settembre 1944 dando notizie di lui, poi più nulla. Dal campo di Bolzano scrisse un’altra lettera, non di suo pugno, probabilmente scritta da un partigiano o da persone che aiutavano chi doveva comunicare con casa. Poi più nulla. È grazie alle ricerche di Giacomozzi che sono venuta a sapere che ai primi di ottobre mio zio venne prelevato dal lager di Bolzano, fatto salire su un treno merci e mandato a Dachau dove è morto nel febbraio 1945, aveva solo trent’anni».
Mentre racconta, Teresa fatica a trattenere l’emozione. «Questa storia ha segnato la mia famiglia, la sua risoluzione ci dà se non pace, ragione di una vicenda che ha visto coinvolto un uomo semplice, orfano di genitori e sottratto ai fratelli nel pieno della sua vita per l’ordine del padrone della cascina che volle mandarlo a Genova per recapitare una lettera al figlio – prosegue -. Oggi questa storia ha una sua fine. Ho voluto donare i documenti di mio zio all’Archivio di Bolzano nella consapevolezza che possano avere più utilità lì che non in casa. Staccarmene è stato difficile per me. Si tratta di sette documenti e della foto dello zio…». Teresa si ferma e poi con pudore afferma: «Mio zio Arturo in quella foto assomiglia incredibilmente a mio figlio Danilo che oggi ha la sua età – afferma Teresa -. Si tratta di una somiglianza che tutte le volte mi stupisce e mi emoziona. È come se in Danilo ci fosse un po’ di Arturo, dai racconti di mio papà anche il carattere non deve essere molto diverso. Danilo gioca a pallanuoto e lavora a Crema, siamo legati a questo territorio. Mia figlia insegna e durante la Giornata della memoria ha raccontato la storia dello zio, i ragazzi erano incantati e molto colpiti, forse è questo fare memoria. Ciò mi conferma che è stato corretto consegnare le carte all’archivio della città di Bolzano». 

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