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Domenica 11 Aprile 2021

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CORONAVIRUS. LA STORIA

«Ero uno straccio nella corrente: così mi hanno salvato»

Cremona, Ernestino Gastaldi e la cronaca semiseria di 27 giorni «al fronte» un anno dopo

«Ero uno  straccio nella corrente: così mi hanno salvato»

Ernestino Gastaldi, colpito dal Covid un anno fa

CREMONA (6 aprile 2021) - Una cronaca fedele dei 27 giorni passati in corsia all’ospedale Maggiore a combattere con la malattia a e sperare di uscirne indenne: a un anno dal ricovero per Coronavirus, Ernestino Gastaldi, ex ristoratore oggi in forza al Cantinone di via Ghinaglia, ha inviato in redazione a La Provincia lo scritto che pubblichiamo di seguito. Il tono è semiserio e a tratti ironico nel racconto delle fasi più drammatiche eppure reali di una avventura che non avrebbe mai voluto vivere.

IL RICOVERO E L'OSSIGENO
«Dopo una settimana praticamente a digiuno in casa perché solo l’odore del cibo mi disturbava e senza assaggiare un goccio di vino (!!!) la situazione cominciò ad apparirmi seria, mi sentivo sempre più debole ma ostinatamente continuavo a negare a me stesso di essere malato. Questo fino alla mattina del 31 marzo, quando finalmente con il poco fiato che mi rimaneva chiamavo il medico di fiducia che si rese subito conto della situazione e mi disse di contattare al più presto il 118. Piccola indagine telefonica e decisione dei sanitari di ricovero per accertamenti: mi hanno colpito subito educazione e gentilezza, due doti che magari ripeterò spesso, perché riscontrate in tutto il personale ospedaliero. Quindi in tuta come mi trovavo e bello coperto perché sentivo sempre freddo venivo accompagnato (senza sirene per fortuna) da due infermieri splendidi in ambulanza fino al Pronto Soccorso e sistemato su una barella in attesa di essere visitato. Eravamo un bel manipolo di persone quel giorno in accettazione, l’impressione è stata come vedere tante formichine organizzate con pochi fronzoli e poca voglia di parlare perché il lavoro da fare era parecchio. Dopo un paio d’ore, il medico mi disse con grande tranquillità che mi ricoverava perché risultavo affetto da polmonite interstiziale. Non disse la parola Covid ma non mi interessava indagare, mi sentivo già in ottime mani. Quindi corridoi, ascensore, infermiere/i bardate/i come personale militare, parola d’ordine, altolà chi va là ed entravo nel magico mondo del Coronavirus! Gran bella stanza a due letti, quinto piano, vista magnifica. Iniziarono subito con i buchi, gli esami, le pastiglie e le flebo, mi diedero una maschera per l’ossigeno, comoda, respiravo già meglio. Tutto qui? pensavo, ma ero debolissimo. Fu in quei momenti che provai la sensazione di essere come uno straccio in mezzo alla corrente di un fiume impetuoso, di essere stato agguantato per tempo prima di scomparire tra i flutti e di essere finalmente messo ad asciugare al sole in attesa di tornare quello che ero in precedenza. Venne un dottore, mise dentro la testa in stanza e mi disse che il giorno dopo avremmo cominciato con dosi di ossigeno più corpose e una maschera più tosta. Manco sapevo di cosa stesse parlando ma naturalmente quella notte non dormii, e nemmeno le 25 notti a venire.

THEY MUST BE HEROES…
La maschera per l’ossigeno che mi hanno messo la mattina successiva al ricovero si chiama CPAP ho scoperto in seguito, e la toglievo solo poche ore di giorno per i pasti mentre di notte dalle 22 alle 7 me la cuccavo no stop. Non c’è un vero dolore da sopportare, bisogna armarsi solo di tanta tanta pazienza nel sentirsi imprigionati bocca e naso per ore e soffrire tantissima sete praticamente da quando la metti a quando la togli. La mia unica vera paura in quei giorni era quella di finire intubato a pancia in giù semicosciente e non svegliarmi più senza nemmeno aver salutato parenti e amici. Ancora non ho speso parole sufficienti per ringraziare tutte le persone, infermieri, OSS o medici che fossero, che mi hanno avuto come ospite nella loro struttura. Ne citerò a random solo alcuni di quelli che ricordo che mi hanno curato, supportato e sopportato. Con qualche distinguo, non tutti perfetti, com’è normale che sia. Per esempio due giorni prima delle dimissioni mi ha fatto il tampone uno spilungone frettoloso rude e un po’ schizzato mentre Arianna, l’infermiera che me l’ha fatto il giorno dopo con più calma, mi ha spiegato tutto correttamente e con gentilezza. Nel mini girone dei rimandati potrei aggiungere al massimo 3 o 4 casi e una invece proprio bocciata e maldestra venuta da sola ben due volte a cambiarmi l’ossigeno senza saper bene cosa svitare o avvitare facendo anche dei danni alle attrezzature; dopo la seconda volta non l’ho più vista, penso l’abbiano messa a tagliare l’erba dietro l’ospedale, a mano. Quelli da podio invece sono stati tantissimi. Di notte c’era spesso Gabriele da Arezzo, col suo inconfondibile accento toscano, che quando mi metteva la flebo dell’antidolorifico per la pancreatite (un simpatico regalo extra che mi sono beccato dopo una settimana di soggiorno) poi passava sempre a sentire come stavo. Di Cremona ricordo Michele: moglie e due figli, molto colto, con lui si parlava di musica impegnata. Di giorno c’erano Raffaele e Glenda, sempre di buon umore: quando mi davano the e biscotti me li facevano sembrare una colazione da Grand Hotel. Gentilezza a nastro e professionalità ancora in notturna da Emanuele, e da Mina, ago rapido e indolore. Di un ragazzo campano non ricordo il nome: aveva giù la morosa che produceva Aglianico e Falanghina, abbiamo parlato spesso di vini, mi sa che ad oggi avrà provato anche qualche Nebbiolo dopo che l’ho intortato per bene. Col cognome cito solo il dottor De Gennaro, uno dei comandanti di Fort Medicina Apache, una persona brillante e anche ironica che mi ha riconosciuto subito perché poche settimane prima era venuto a mangiare al Cantinone, e mi ha sottolineato quanto fossi deperito da allora, in effetti 13 kg persi in tre settimane forse si facevano notare, ma mi ha rincuorato spesso sul decorso della malattia. La dottoressa Ilaria invece la devo ringraziare per il suo ottimo lavoro e per un sorriso e una battuta in più di incoraggiamento nelle mattinate più critiche e pesanti. Si, ce ne sono state. Non dimenticherò nessuno di loro, men che mai il dottor Lodovico da Brescia, quello che tutte le sere quando era di servizio prima di staccare entrava un minuto a comunicarmi gli esiti dell’Emogas, e non sempre erano belle notizie (sigh). E poi……tutti/e quelli/e che mi misuravano la febbre, e buongiorno e buonasera e grazie e prego e scusi tornerò e chi mi portava le pastiglie, e il Lexotan la notte perché sono poco ansioso, chi mi provava la pressione e la saturazione, e ogni tanto il cardiogramma, e fuori reparto due Tac e due Ecodoppler con contrasto e tanti prelievi e tanti stracazzi non preventivati. Eh, insomma, ho fatto 2 conticini: in poco meno di un mese devo essere costato alla sanità tipo un elicottero Agusta. E non ho neanche lasciato la mancia!

SIRENE E VIOLINO
C’è gente che ancora oggi, a distanza di mesi, non ha superato il ricordo di quei giorni in reparto Coronavirus, non tutti reagiamo allo stesso modo e non tutti eravamo inguaiati allo stesso modo, ma una cosa bisogna dirla con chiarezza, se manca il respiro manca tutto. La verità è che più o meno tutti soffrivamo di una motivata apprensione perché in marzo/aprile non è che si sapesse ancora molto di quella infida malattia e quindi si cercavano delle risposte, delle speranze di guarigione un po’ in tutti i modi, dagli sguardi o dalle poche parole delle nostre fedeli truppe mascherate che ci curavano incessantemente, alle notizie che ci davano i nostri parenti/amici da fuori. Per esempio uno dei primi che mi ha contattato e mi ha dato consigli, perché ricoverato già da giorni, è stato il mio amico Paglio di Castagnino; che conoscevo bene c’era anche Marco di Cremona, professione vetraio, sempre affabile e allegro nella vita; e il signor Carlo, così si chiamava ho scoperto poi, un anziano sopra gli 80 non in buone condizioni con anche delle patologie che non gli permettevano di essere intubato. Pochi giorni dopo se ne è andato senza che mai gli togliessero la maschera dell’ossigeno, coccolato dal personale, davvero curato al meglio, lavato e accarezzato come un bambino. L’esercito di contatti continuava a crescere incessantemente. Una menzione d’onore tra i partecipanti per il Beppe, oste e cantastorie della Costa, sempre con la battuta tagliente pronta: ricordo anche un servizio sui quotidiani dove recensiva il menù della mensa ospedaliera, che ha elogiato con consueta ironia.

A NON RIVEDERCI GRAZIE
E già siamo quasi al giro di boa: era il 31 marzo dell’anno scorso e mi avevano arruolato controvoglia per il fronte. Io volevo imboscarmi per la verità, pochi giorni prima ero lì bello tranquillo al lavoro che mi destreggiavo tra una carbonara e una bottiglia di Shiraz quando cominciarono ad arrivare le prime notizie di una strana influenza che veniva dalla Cina. Una bestiaccia che ha preso forma, e noi lì ad aspettare che il temporale passasse. E incredibilmente non se ne è ancora andato, anzi. Ma non aggiungo altro in merito. Voglio solo raccontare di quanto sia stato bello uscire dall’ospedale dopo quasi un mesetto di permanenza. Passava il tempo ma non mi mollavano mai, ostentavo serenità. Con i medici non mi mostravo mai impaziente, indifferenza apparente ma orecchie sempre dritte per catturare frasi incoraggianti o deprimenti nel loro confabulare fuori dalla porta durante la visita mattutina. La notte poi facevo i conti con me stesso, ogni tanto toglievo l’ossigeno per provare la respirazione, mettevo giù le gambe col rischio di cadere, bevevo tanto come se l’acqua mi servisse a smaltire le scorie avvelenate. Finalmente una mattina venne il boss De Gennaro a confermarmi le dimissioni. Il percorso in auto del ritorno mi è piaciuto di più di quello dell’andata: tutto era più colorato, era piena primavera, era il 26 aprile, giusto dopo la liberazione, anche la mia quindi. Dopo i convenevoli di rito col parentado la mia soddisfazione più grande è stata quella di entrare in sala e trovarmi sul tavolo, come da accordi telefonici con la Patty, uno dei miei piatti preferiti, un superpanino al salame con un bicchiere di buon rosso a fianco. Sono sempre un ragazzo di campagna. E mentre da solo e in silenzio gustavo il mio impareggiabile agognato premio, mille pensieri mi hanno travolto, ogni boccone leniva una ferita, in sostanza quell’onda che mi aveva risucchiato mi ha poi risputato a riva sano e salvo e io non ero certo di essermelo meritato, penso si chiami culo, o destino, quien sabe, so solo che ho bevuto un sorso abbondante di nettare, l’ho assaporato bene, come si assapora la vita, ho messo un cd dei Queen, ho guardato la foto dei miei genitori appesa alla parete, ho chiuso gli occhi e ho pianto».

© RIPRODUZIONE RISERVATA DI TESTI, FOTO E VIDEO

06 Aprile 2021

Commenti all'articolo

  • la talpa

    2021/04/06 - 15:00

    Letto in un baleno bravo sig, Ernestino ha descritto con ironia arguzia questo incubo virus .....ha ricordato e ringraziato i suoi<Angeli > senza essere melenso ma spiritoso come si addice ad una persona che riconosce di essere stato fortunato e curato da tutto questo personale medico che lei cita.infiniti auguri per la sua salute ad a venire .

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    • GASTALDI

      2021/04/06 - 18:59

      Gentilissimo, grazie davvero.

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  • roberto

    2021/04/06 - 11:35

    Tutto molto bello, ma se invece di negare l'evidenza si fosse curato da SUBITO, a CASA, avrebbe evitato l'ospedalizzazione e questa storiella edulcorata.

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    • GASTALDI

      2021/04/06 - 18:58

      Gentile signor Roberto, non tutti sono GENI come lei , la ringrazio del consiglio, la prossima volta chiamo lei invece del mio medico. Buona vita, senza zucchero.

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    • gianluca

      2021/04/06 - 15:33

      a marzo 2020 non c'era cura ospedaliera, figuriamoci domestica.

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      • GASTALDI

        2021/04/06 - 19:02

        Grazie per la comprensione davvero.

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