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CORONAVIRUS. LA TESTIMONIANZA

Pasqua a distanza. E una telefonata diventa carezza

La mamma è ospite in una Rsa: il racconto e l’appello della figlia. «Ogni sera chiamata di mezz’ora per starle vicino malgrado tutto»

Francesca Morandi

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cfrancio@laprovinciacr.it

04 Aprile 2021 - 12:44

Pasqua a distanza. E una telefonata diventa  carezza

CREMONA (4 aprile 2021) - Ogni sera, dalle 19 alle 19.30, Laura non c’è per nessuno. Le sue amiche sanno che non devono chiamarla, perché quella mezz’ora lei la dedica alla sua mamma ospite in una Rsa. Una telefonata «intima» tra madre e figlia, «ma quando riattacco è devastante». Perché lì dove il contagio correva veloce, «oggi non si muore più di Covid, ma di solitudine. Bisogna che il Governo, la Regione, l’ Ats trovino delle soluzioni per riaprire le Rsa in sicurezza. Gli anziani sono stati tutti vaccinati con la seconda dose. Perché noi familiari non possiamo entrare dopo un tampone, con la mascherina, i guanti, tutti bardati?», si chiede Laura. La sua mamma Rossana compirà 82 anni il prossimo 7 giugno. Dall’ottobre scorso è nella casa di riposo di Castelverde. Qui non c’è la stanza degli abbracci e nemmeno il vetro da cui si possono vedere i propri cari. Quella telefonata è il loro unico legame.

«Che sia una situazione difficile, nella quale nessuno sa qual è la soluzione è ovvio — spiega la figlia —. Che il virus sia sconosciuto è ovvio. Sta di fatto che non possiamo guardare, secondo me, solo all’aspetto sanitario, anche se è primario. Riaprire il turismo, benissimo. Riaprire i cinema, i teatri, le palestre, i ristoranti, benissimo. Però vediamo anche di poter provare a riaprire, in sicurezza, le Rsa, perché i nostri anziani non si possono lasciare morire disperati, in solitudine totale». Perché «per quanto il personale si presti, per quanto vi siano l’animazione e i tablet per le video chiamate, non basta, anzi. Gli anziani sono già stati tutti vaccinati con la doppia dose. Hanno un giubbotto antiproiettile. Mi chiedo, in concreto, che rischio c’è che io possa danneggiare la mia mamma e tutta la comunità, se entro dopo avere effettuato un tampone e tutta bardata? È molto più rischioso chiudere bar e ristoranti con la gente che va comunque nelle case private. Fuori c’è pieno di gente nei giardini, sulle spiagge… Non ci vuole molto. Bisogna capire e mettersi nei panni di queste persone anziane». Se «agli adulti e ai bambini che certamente soffrono, puoi dire che hanno comunque una vita davanti, hanno i tempi supplementari, per gli anziani non è così. Ogni mese che passa, ogni giorno che passa è una chances in meno. Non hanno più niente, non hanno più la loro casa, non hanno più la libertà di fare quello che vogliono, di uscire per mangiare un gelato. La loro vita è tutta organizzata. Per carità, se da un lato questo è positivo, dall’altro i nostri anziani nelle Rsa hanno una vita blindata, limitata. L’unica cosa che hanno di veramente prezioso, perché ormai hanno perso tutto, sono l’affetto e l’amore dei propri familiari. Togliere questo a loro, vuol dire togliergli l’ossigeno. Questo vorrei che si capisse ed invece nessuno ne parla. Mia madre mi ha detto di sollevare il problema: ‘Dillo al parroco, chiama i giornalisti, fai pubblicare un articolo sul nostro bisogno di vedere i familiari con le necessarie precauzioni, perché non si muore solo di Covid’. Li hai vaccinati, li hai tutelati? Bene. Teoricamente, se la medicina e la scienza danno risposte accettabili, non possono più prendere il Covid, soprattutto se io ed altri familiari siamo negativi. Qual è il problema?», rilancia la figlia. «Io voglio gridare questa cosa, vorrei che qualcuno ci mettesse mano».

Ogni sera, Laura parla con la sua mamma al telefono fisso. «A lei non piace molto il tablet, perché c’è comunque l’infermiera che glielo deve tenere. La mia mamma vuole invece creare una clima di riservatezza». Laura si è organizzata così. «Le ho fatto pervenire un telefono fisso, ho memorizzato il mio numero, quello di mio figlio e delle persone care. L’infermiera schiaccia il nome che mia madre le dice e se ne va : ‘Rossana, quando hai finito mi chiami’».

Ogni sera, dalle 19 e per mezz’ora, Laura c’è solo per la sua mamma. «Ma non posso continuare a dirle. ‘Devi avere pazienza, c’è ancora il Covid, è ancora pericoloso, siamo ancora in zona rossa’. La mia mamma è diventata insofferente. Per lei è inaccettabile questo distacco così prolungato e senza che le diano una data». La figlia ci prova ad incoraggiarla. «Dai mamma, forza, mi raccomando, non scoraggiarti. Lei mi dice: ‘Non credo più a niente’. Non trova una via d’uscita. Se potessi andare là, adesso poi che c’è bel tempo, se me la portassero nel parco della Rsa, all’aria aperta. È devastante. Già tu hai un senso di colpa, anche se sai che hai fatto e fai tutto il possibile, per lo meno, il potersi rivedere anche per un tempo breve è fondamentale. È la loro vita, è una luce nel tunnel. Non togliamogliela, altrimenti i nostri cari anziani si spengono di infelicità, di apatia. Bisogna trovare una soluzione, qualcuno deve pensarci».
Ogni sera, alle 19 mamma Rosanna chiede all’infermiera di schiacciare il numero di Laura. «Ora le telefonate hanno un unico tema: mia madre mi implora, mi scongiura, mi chiede di poter fare una piccola uscita, di poterle parlare personalmente, di poter rivedere il cielo». Il cielo sopra il lago di Garda dove quarant’anni fa, Rosanna ed il marito, «l’adorato Bruno», acquistarono «una casetta». «Per i miei genitori era il paradiso, la mamma in giardino, il papà in barca a vela. Chissà se riuscirò a farla felice». Alla fine di ogni telefonata, Laura è «devastata dall’angoscia. Ho bisogno di tenerle le mani che mi hanno preso in braccio, lavato e accudito e che ora sono così fragili, tremanti ed insicure».

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