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LA MEMORIA

Addio al partigiano Goruppi, sopravvissuto a Dachau

Ha raccontato a decine di migliaia di giovani la sua storia di ragazzo italiano sloveno diciassettenne, catturato insieme al padre

Ilde Bottoli

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rmaruti@laprovinciacr.it

04 Aprile 2021 - 10:00

Addio al partigiano Goruppi, sopravvissuto a Dachau

CREMONA (4 aprile 2021) - Il 31 marzo, a Trieste, si è spenta a 94 anni la voce di Riccardo Goruppi, testimone sopravvissuto alla deportazione nei Lager di Dachau, Kaufering, Leonberg. Riccardo ha raccontato a decine di migliaia di giovani la sua storia di ragazzo italiano sloveno diciassettenne, partigiano, catturato insieme al padre per una spiata, rinchiuso e brutalmente interrogato al carcere triestino del Coroneo e poi caricato sul convoglio che lo porterà col padre nel Lager di Dachau.
Nel 2011 gli studenti e i docenti delle scuole superiori di Cremona che parteciparono al Viaggio della Memoria a Dachau ascoltarono per la prima volta, nella grande sala del museo, la sua testimonianza sofferta, accolta da un silenzio intenso, con gli sguardi dei ragazzi più eloquenti di qualsiasi parola. Il racconto rievocava la sua vita di deportato diciassettenne privato di qualsiasi segno di umanità, del tormento della fame insaziabile e dei pidocchi. Ma fu la conclusione della sua terribile esperienza ad imprimere un suggello indelebile al suo racconto. Quando, dopo la sua liberazione ad opera degli americani, nel monastero di St. Ottilien dove era stato curato, violando il divieto che proibiva agli ammalati di aprire certe porte, vide dei tronchi umani gravemente mutilati: erano soldati tedeschi feriti in guerra. «Lì ho provato pietà: sono tornato un essere umano». L’anno successivo incontrerà di nuovo i ragazzi delle scuole superiori di Cremona, Crema e Casalmaggiore a Trieste, nel lager della Risiera di San Sabba, luogo-simbolo dei crimini nazisti e fascisti in Italia. Sarà nuovamente partecipe nell’aprile 2018 al Viaggio della Memoria degli 840 studenti e docenti cremonesi al Lager di Dachau e, davanti al cancello con la fatidica scritta Arbeit macht frei, evoca il suo arrivo al campo l’11 dicembre 1944. Alla sua domanda «Ma qui, che cosa c’è?», il repubblichino che lo sorvegliava rispose: «Tu da qui non farai mai ritorno»”. Gli studenti che varcano quel cancello non sono più gli stessi che sono scesi dai pullman, seguono i passi e la voce di colui che quell’inferno l’ha vissuto. Nel 2019 in occasione della Giornata della Memoria incontrò a Cremona, Crema, Vescovato e Pescarolo circa duemila studenti, docenti e cittadini, rappresentanti delle istituzioni locali che ascoltarono con grande commozione la sua testimonianza raccontata con profondo dolore, ma anche con grande speranza per il futuro. Le sue parole pacate, ma cariche di pathos, evocarono gli episodi che più avevano segnato la sua prigionia e la sua vita. Dal campo di Dachau, trasferito con il padre a Leonberg, sottocampo del KZ di Natzweiler-Struthof, lavorava al gelo nel tunnel dove i deportati erano costretti ad assemblare le ali dell’aereo a reazione della Messerschmitt, modello Me 262. Il padre si ammalò di polmonite a causa delle durissime condizioni di prigionia. Arrivò dalle SS l’ordine di disinfestazione di tutti i prigionieri. Riccardo si caricò il padre morente sulle spalle per deporlo, nudo, davanti alla baracca. «Tu devi tornare per raccontare...» Queste parole furono per Riccardo un lascito che onorò per tutta la vita. «Dopo pochi giorni, al suo rientro da una giornata di lavoro forzato, Riccardo corre alla baracca-ospedale e vede il giaciglio del padre vuoto. I suoi vicini di letto, italiani anche loro, gli dicono «tuo padre è là»”, indicando in direzione della fossa comune. Violando i severissimi divieti del campo, corre alla fossa comune ancora aperta e così la descrive: «Ho visto corpi scheletriti di europei che sembravano abbracciarsi e tra questi mi sembra di aver riconosciuto mio padre. Lì ho visto i pilastri della nuova Europa».
Il testimone instancabile degli orrori che l’odio aveva prodotto, si rivolgeva ai giovani con queste ultime parole: «Vi raccomando ragazzi parlate, confrontatevi, discutete ma non odiate perché l’odio, attraverso il nazismo e il fascismo, ha insegnato ai giovani a diventare feroci assassini». 

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