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IL PUNTO

Pessimismo e disfattismo più contagiosi del virus

Marco Bencivenga

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mbencivenga@laprovinciacr.it

14 Marzo 2021 - 07:35

Pessimismo e disfattismo più contagiosi del virus

Quando ero bambino, mio padre mi raccontava spesso una favola: «C’erano una volta... una giovane donna, il suo anziano padre e un asinello. Un giorno la ragazza, che aveva il pancione perché in dolce attesa, percorreva un sentiero a piedi, diretta in città. Al suo fianco l’asino, con l’anziano in sella. Alcune persone li videro e commentarono acidi: “Guarda che padre degenere: sua figlia è incinta e lui si fa portare dall’asino anziché cederle il posto...”. Sentita quella frase, il giorno successivo padre e figlia tornarono sulla stessa strada, ma si scambiarono i ruoli, per non esporsi più a critiche: lei salì sull’asino, lui la affiancò a piedi. “Guarda che figlia degenere: si fa portare dall’asino anziché cedere il posto al suo anziano genitore...”, commentarono quelli che si trovavano a bordo strada. Il terzo giorno i poveretti tornarono nuovamente in città: tutti e due a piedi, tenendo fra le mani le redini del quadrupede. “Guarda che stupidi - commentarono i soliti osservatori -: una è incinta, l’altro è vecchio, hanno un asino e... vanno a piedi!”. La lezione contenuta nella parabola era duplice: la prima era che per vivere sereni non bisogna farsi condizionare più di tanto dal giudizio degli altri; la seconda, ancora più profonda, era che qualsiasi cosa tu faccia, ci sarà sempre qualcuno pronto a criticarti. O che avrà qualcosa da ridire. A prescindere. E la doppia morale della favola mi è tornata in mente negli ultimi giorni di fronte ad alcune vicende della cronaca cremonese. Il primo caso risale alla scorsa settimana, quando la Regione Lombardia ha ufficialmente stanziato i 300 milioni di euro necessari per costruire il nuovo ospedale di Cremona, un annuncio importantissimo, che ovunque avrebbe suscitato entusiasmo e soddisfazione. Qui, invece, gli applausi sono stati pochi e da più parti si sono levate obiezioni: 1) sarebbe meglio ristrutturare il Maggiore (peccato che adeguarlo alle nuove norme antincendio, di risparmio energetico e di sicurezza costerebbe la stessa cifra, senza alcuna garanzia di miglioramento rispetto alle nuove necessità di medici e pazienti); 2) demolire la sede attuale produrrà una montagna di macerie e provocherà tanta di quella polvere da inquinare l’aria di mezza città; 3) anziché riorganizzare l’ospedale bisognerebbe puntare sulla medicina territoriale; 4) a nulla serve un nuovo ospedale se poi non ci sono i soldi per pagare dottori e infermieri (come se le due partite fossero alternative, anziché correre su due binari paralleli, ma distinti, nei bilanci di un’azienda sanitaria: da una parte gli investimenti, dall’altra la spesa corrente). Al netto della libertà di opinione - un diritto da riconoscere a chiunque e da difendere a ogni costo - il rumore delle obiezioni ha sorprendentemente superato quello dei consensi. La stessa cosa è successa mercoledì, quando la Regione ha siglato l’accordo con Confindustria e Confapi che renderà possibile a centinaia di migliaia di cittadini lombardi di vaccinarsi sul proprio posto di lavoro (aziende agricole comprese, grazie alla disponibilità delle associazioni di categoria). In piena terza ondata pandemica non poteva arrivare annuncio più bello e prezioso: la campagna vaccinale iniziata a velocità ridotta (per quanto l’hub di Cremona sia forse il meglio organizzato d’Italia) grazie a quell’accordo e alla moltiplicazione dei punti di vaccinazione potrà cambiare passo e prendere il volo, oltre a far risparmiare lunghi viaggi ai tanti cittadini ora costretti a presentarsi nei pochi hub attivi sul territorio. Commenti entusiastici? Fuochi d’artificio? Applausi? Macché! Il presidente Attilio Fontana e l’assessore Letizia Moratti non hanno fatto in tempo ad annunciare l’intesa che ai giornali è arrivata la nota stampa di un consigliere regionale d’opposizione: «Non ci faremo dettare le scelte di salute da Confindustria, Confapi o da altre associazioni che non rappresentano il mondo medico-scientifico: la Moratti venga a riferire in Consiglio per dirci chi le sussurra all’orecchio le strategie per tutelare i nostri cittadini, ha tuonato il pentastellato cremasco Marco Degli Angeli. Non bastasse, il giorno dopo a insorgere sono stati i sindacati confederali: «Non siamo stati consultati», si sono lamentati, anziché plaudire all’iniziativa dei datori di lavoro. Perché la forma, evidentemente, ai loro occhi conta più della sostanza. Il terzo caso ha preso forma giovedì, quando un opinionista digitale ha gettato un’ombra di sospetto e discredito sui volontari che da lunedì scorso garantiscono il corretto svolgimento della campagna vaccinale nel polo di CremonaFiere: un esercito di pensionati, studenti, professionisti, casalinghe, perfino quindici seminaristi e una squadra di boy-scout, che hanno deciso di dedicare parte del loro tempo alla collettività, accompagnando i vaccinandi lungo il percorso all’interno del padiglione 1, dall’accoglienza alla compilazione dei moduli necessari per ottenere la puntura salvavita, dall’ingresso nei box dell’anamnesi all’assistenza nella sala d’aspetto post vaccinazione. Un lavoro tanto umile quanto prezioso. Eppure, secondo il blogger Vittoriano Zanolli - già direttore di questo giornale - l’iniziativa, per quanto meritoria, «viene utilizzata da alcuni come scorciatoia per farsi vaccinare» perché «bastano tre ore di assistenza volontaria nell’arco di una settimana per ricevere l’iniezione», così che «capita che il volontario di turno arrivi, si faccia vaccinare e poi chi si è visto si è visto». Che un simile fenomeno possa essersi verificato dopo soli 4 giorni di attività dei volontari («i furbetti del vaccino», come li ha subito ribattezzati il bastian contrario) pare francamente difficile da sostenere e, ancor più, da dimostrare. Ma se anche si fosse verificato qualche isolato e rarissimo caso di italica furbizia, non si capisce il senso di tanto disfattismo di fronte a una simile, straordinaria dimostrazione di generosità e di altruismo da parte dei cremonesi. Ammesso e non concesso che qualcuno possa davvero provare o aver provato a fare il furbo, la stragrande maggioranza dei volontari non merita di essere esposta al venticello della calunnia. Semmai dovrebbe essere pubblicamente ringraziata, come i medici e gli infermieri che si sono immolati durante la prima fase della pandemia, se non addirittura essere solennemente premiata dalle massime autorità istituzionali della provincia: il prefetto, il vescovo, i sindaci... A valle di tutto, di fronte all’onda di critiche che ha sommerso le tre buone notizie – la costruzione di un nuovo ospedale, l’apertura dei nuovi punti di vaccinazione e lo slancio dei volontari: tre casi che fanno una prova, secondo la regola di Sherlock Holmes - alcune domande sorgono spontanee. La prima: perché spesso si preferisce guardare al dito, anziché alla luna? Perché deve sempre prevalere il pessimismo? Perché si guarda così di frequente alla bottiglia mezza vuota anziché gioire per la mezza piena? Perché si gode di più a criticare che a costruire? Possibile che la pandemia ci abbia incattiviti fino a questo punto? Possibile che l’invidia e il disfattismo siano diventati più contagiosi del Coronavirus? Con la parabola della donna incinta, del suo anziano genitore e del loro asinello mio padre mi aveva avvertito, è vero. Ma ancora fatico a rassegnarmi che debba per forza andare così. Post scriptum, non per farmene vanto, ma per trasparenza e per assoluta correttezza nei confronti dei lettori: prima che qualcuno lo scopra e mi accusi di essere in conflitto di interessi, confesso di aver fatto un turno da volontario, ieri pomeriggio, al polo vaccinale di CremonaFiere. Per tre ore ho assistito chi era in attesa del vaccino, l’ho accompagnato e rassicurato, l’ho aiutato a compilare i moduli: niente di eroico, sia chiaro. Ho svolto esattamente lo stesso servizio garantito da altre decine di «pettorine gialle». A fine giornata - ecco perché lo scrivo - sono anche stato vaccinato, perché - come ricorda Claudio Bodini, il presidente di «Siamo noi onlus» - è dovere e responsabilità dell’associazione di volontariato e dell’Ats Valpadana proteggere dal contagio chi opera a contatto con tante persone. Spero che nessuno possa per questo catalogarmi fra i «furbetti del vaccino», quelli che fanno un turno, lucrano la puntura e poi... chi si è visto si è visto. Nel dubbio, chi volesse verificare di persona mi potrà presto ritrovare in fiera: anche la prossima settimana saremo in tanti a indossare la pettorina gialla. Tanti, sempre di più, ma mai abbastanza. Un volontario in più sarà senz’altro il benvenuto.

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