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Giovedì 04 Marzo 2021

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GIOVANNI ARVEDI

Il Covid, la politica e quel pensierino all’Ilva…

Seconda parte dell’intervista all’uomo d’acciaio: «Ci attendono cambiamenti epocali. Sarò vecchio quando avrò perso l’entusiasmo di imparare cose nuove»

Il Covid, la politica e quel pensierino all’Ilva…

Durante i primi mesi della pandemia qualcuno eccepì sul fatto che le sue aziende non si fossero fermate. E si rivolse alle autorità che, dopo una serie di approfonditi controlli, arrivarono a un’importante conclusione: il posto più sicuro per non rischiare di prendere il Covid era l’Acciaieria. Come ci siete riusciti?

“A dire il vero, era un problema che seguivo da tempo, sulla base dei resoconti di nostri collaboratori e clienti che arrivavano dalla Cina. Ne discutevo spesso anche con i miei manager, perché il rischio implicava anche aspetti economici. Quando la pandemia è esplosa in Europa mio nipote Mario insieme ai nostri bravi medici, ai nostri sanitari, ai responsabili di reparto, ai responsabili del personale e un gruppo di operai ha preparato un protocollo sanitario per tutti i nostri dipendenti e per chiunque entrava nel nostro stabilimento. La qualità delle norme e la rigorosa severità nella loro applicazione hanno dato un ottimo risultato, tanto che Asl di altre città ci hanno chiesto copia del nostro protocollo. Siamo molto fieri e orgogliosi di essere stati d’esempio perché era in gioco la salute nostra e dei nostri lavoratori, i quali anche con l’aiuto del gruppo dei loro rappresentanti (RLS) hanno dimostrato una collaborazione e una partecipazione che rimarranno per sempre nei nostri cuori”.


Lei ha paura del Covid?

“Molta, cerco di ragionare”.


Fra «molta» e «cerco di ragionare» serve un «ma»?

“Bella domanda, che presupporrebbe una risposta molto ampia. Venerdì mi sono vaccinato, ma la paura resta, anche perché il virus è imprevedibile e muta di continuo”.


Il vaccino sembrava lontano e, invece, seppur in maniera lenta e faticosa, è già in distribuzione nel mondo e anche qui,  da noi: in base alla sua esperienza, l’economia italiana riuscirà a resistere fino alla cessata emergenza Covid, per poi risollevarsi e ripartire?

“Me lo auguro di cuore. Gli Italiani sono un popolo unico, capace di grandi espressioni.  Lo abbiamo visto chiaro anche nei tempi passati”.


La pandemia ha colpito più le piccole imprese, a partire da commercianti e artigiani, o la grande industria?

“Il mercato è globale e ha colpito ogni comparto: tutti hanno dovuto ridurre la produzione per effetto della riduzione dei consumi”.


Il Governo italiano secondo lei è stato all’altezza delle sfide imposte dalla pandemia?

“Forse nella prima parte, meglio della seconda”.


Se lei fosse il presidente del Consiglio, quale sarebbe il suo primo provvedimento per uscire dall’emergenza e rilanciare il Paese?

“Non è facile in Italia, ma io penso a un piano per uscire dall’emergenza Covid e contestualmente riformare la giustizia. Serve stabilità per ridare fiducia e c’è bisogno di un piano industriale e fiscale nazionale che individui e porti a soluzione rapida interventi a breve e medio termine con attenzione a Università, sostenibilità e digitale”.


La Cina è un modello, un’opportunità o una minaccia?

“Domanda complessa. In Cina abbiamo venduto molti impianti con la nostra tecnologia e sono stato in visita molte volte. È un Paese in cammino, in costante trasformazione, con grandi squilibri che hanno bisogno di tempo e di stabilità”.


Il progresso non è solo evoluzione tecnologica e rispetto per l’uomo e per l’ambiente, ma anche e soprattutto comunicazione. E lei è stato uno dei primi a capirne l’importanza, non a caso è stato azionista del Corriere della sera e oggi è anche editore, con una propria tv, Cremona1, un sito, CremonaOggi, e un giornale di carta, il settimanale Mondo Padano. Quali sono le prospettive in questo campo?

“L’umanità si sviluppa e tutte le rivoluzioni industriali si sono basate su due principali fattori: l’energia  e la comunicazione. La vicenda della Rizzoli e del Corriere  della sera fu al tempo stesso una passione e una sfida. A quel tempo la Rizzoli non la voleva nessuno: solo il bravo avvocato Guzzetti, allora presidente della Regione Lombardia, ed io non perdemmo le speranze che le famiglie milanesi avevano abbandonato. Vennero l’avvocato Agnelli, il professor Bazoli, poi il dottor Schimberni e si trovò una soluzione al salvataggio, con il supporto di Mediobanca. Fu un periodo molto interessante per me.  Sono e resterò sempre innamorato della carta, per poi poterne discutere con il mio prossimo guardandolo negli occhi”.


Non abbiamo citato i nuovi media: lei che rapporto ha con i social network? Come li giudica?

“Domanda per me difficile. Chi mi conosce sa da tempo come la penso. Per me si tratta di una tappa segnata dall’esplosione della comunicazione come fenomeno antropologico, sociale, economico, politico; un fenomeno che può rappresentare un certo salto di qualità per la conoscenza e nella prassi umana, ma che riduce l’uomo a una sua dimensione naturale che si allontana dal prossimo, si allontana da Dio, dalla vita e dalla sua bellezza. Nonostante tutto questo, ho fiducia. Per essere più chiaro: io sostengo che la creatività venga dallo spirito e non dalla logica, altrimenti faremmo qualcosa che esiste già. Lo spirito non si alimenta dalla tecnica e la fiducia smisurata nella scienza ha i suoi limiti: lo abbiamo visto purtroppo recentemente, basta un microrganismo per mettere il mondo in ginocchio”.


Suoi colleghi imprenditori che operano in provincia, nel polo della cosmesi di Crema, hanno compiuto grandi investimenti, hanno conquistato importanti quote di mercato a livello mondiale, ma hanno confessato che le sorti delle loro aziende dipendono anche dagli influencer, figure che hanno conquistato una tale popolarità da poter spostare incredibili quote di mercato. Abbiamo creato dei mostri, attribuendo così tanto potere a singole persone venute dal nulla?

“Devo tornare sul pensiero di prima aggiungendo che certo cambieranno modi di lavoro e stili di vita anche rapidamente. Nel mio ruolo e lavoro il potere, per me,  è ottenere la stima e la fiducia delle persone con cui si lavora, ben sapendo che la forza vincente viene dall’amore per il proprio lavoro e dall’umiltà con cui si opera, consapevoli che l’obiettivo è il bene comune, che poi è anche il bene nostro”.


Da questo punto di vista, è contento di aver sempre creduto nell’industria pesante?

“Il buon Dio mi ha dato questo indirizzo che ho cercato di coltivare e sviluppare. Mi piacerebbe rifare tutto da capo, anche se ho passato momenti molto difficili”.


A proposto di siderurgia: come finirà la partita dell’Ilva di Taranto?

“Ci penso, ma non mi pare il caso, visto che ora Taranto appartiene allo Stato e ai signori Mittal”.


Molti osservatori tifavano per un suo coinvolgimento nella partita...

“Abbiamo le nostre idee tecnologiche”.


Ora si va verso la statalizzazione: per voi privati, un’Ilva in mano pubblica può diventare un problema? Si può prevedere una distorsione del mercato?

“Certo. Ma mi pare che la Commissione Europea alla fine dovrà pronunciarsi in merito: in Europa non sono ammessi aiuti di Stato e l’antitrust vigila con attenzione.  E alla fine il mercato darà la sua risposta”.


Per essere competitivi servono visione chiara e unità d’intenti: Cremona, da questo punto di vista, talvolta ha peccato, finendo per sprecare le proprie potenzialità a causa di divisioni e personalismi: è d’accordo?

“Condivido: è un vero peccato. Ecco un argomento di cui vorrò occuparmi più da vicino, se ne avrò il tempo. Abbiamo grandi potenzialità che vanno coordinate per affrontare un mercato sempre più grande ed esigente”.


Confindustria, l’associazione degli industriali di cui fa parte, è sempre stata filogovernativa. Ma ultimamente i motivi di scontento sono aumentati: dalle tasse alla burocrazia, passando per misure improduttive come il reddito di cittadinanza, il Governo Conte non sembrava così amico delle imprese...

“Impresa, uomini e mezzi sono la risorsa vitale e sociale indispensabile al nostro sostentamento perché sono basate sulla centralità dell’uomo. Gli Italiani alla fine sanno bene quello che vogliono e sanno bene come vogliono vivere loro e domani i loro figli. Ora si entra in una nuova era”


In tanti anni lei ne ha visti passare tanti: qual è il presidente del Consiglio che ha apprezzato di più?

“Non sono all’altezza di giudicare”.


Lei ha conosciuto di persona i più importanti politici italiani degli ultimi cinquant’anni: si stava meglio quando si stava peggio?

“Ogni periodo ha la sua storia e a farla sono gli uomini. Certo, posso dire di avere dei buoni ricordi”.


Ora a Palazzo Chigi c’è Mario Draghi: secondo lei è la soluzione migliore o è giusto che i tecnici facciano i tecnici e che di politica si occupino i politici?

“Sulla persona, per quanto posso, non ci sono dubbi: è una garanzia.


Il cremonese Carlo Cottarelli può essere considerato un piccolo Draghi?

“È un’eccellente persona con la quale abbiamo ottimi rapporti. E un centro studi che produce buone idee”


Quanto vale oggi la competenza in politica? È ancora un fattore decisivo o conta di più la capacità di parlare alla testa o, ancor più, alla pancia degli elettori?

“La politica può e  deve essere una battaglia di idee, ma alla fine deve riuscire a dare fiducia agli investitori. Siamo in una fase di grandi cambiamenti per quanto riguarda la comunicazione e lo abbiamo visto nelle elezioni dei vari leader mondiali. Io ho fiducia alla fine nella saggezza del nostro popolo. Un esempio per chi si assume responsabilità: ad Einstein quando fu chiesto di partecipare a un consiglio rispose: “grazie, ma non ho le competenze”.


È vero che a livello politico il politico che stima di più è l’onorevole Luciano Pizzetti?

“Pizzetti è una persona di cui  ho grande stima”.


Ammetterà che tanta stima da arte di un capitano d’industria come lei per un ex comunista possa apparire sorprendente…

“La stima va al di là delle ideologie. In ogni caso, Pizzetti è sì un ex comunista, ma progressista, non radicale: diciamo socialdemocratico riformista…”


Una persona che raggiunge la sua età e la sua posizione ha più responsabilità o più motivi per essere felice?

“Posso essere in armonia sotto certi aspetti, ma la felicità  dipende dalla scelta di essere per gli altri. Quella vera e unica, poi, appartiene allo spirito, quando si alimenta con la profonda e costante preghiera che conduce a Dio”.


Se si volta indietro, ha qualche rimpianto?

“Certo, errori ne ho compiuti, ma è l’effetto della relatività della nostra vita: importante è saperli accettare e farne tesoro. Siamo veramente vecchi quando perdiamo l’entusiasmo di imparare cose nuove”.


La più grande soddisfazione della sua vita di imprenditore?

“Le nostre società hanno dirigenti, tecnici e operai eccezionali: la soddisfazione è avvertire che hanno fiducia e stima nel mio lavoro e sapere che questo è reciproco”.


Oggi c’è ancora spazio per la grande industria? O il futuro è nelle cosiddette start up, microimprese che crescono attorno a un’idea vincente senza richiedere grandi capitali da investire?

“Ripeto: siamo di fronte a grandi cambiamenti di vita e di lavoro, questo è un altro esempio, ma la cultura e le produzioni di base saranno sempre il punto di partenza del nostro sviluppo.

SU "LA PROVINCIA" DI DOMENICA 21 FEBBRAIO LA VERSIONE INTEGRALE DELL'INTERVISTA DEL DIRETTORE MARCO BENCIVENGA A GIOVANNI ARVEDI

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21 Febbraio 2021