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Mercoledì 14 Aprile 2021

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GIOVANNI ARVEDI

Il cavaliere lascia la presidenza dell'Acciaieria

Intervista esclusiva rilasciata al direttore de ‘La Provincia’ Marco Bencivenga: la storia, la mission, il futuro. Senza presunzione, ma con grande orgoglio

Il cavaliere lascia la presidenza dell'Acciaieria

CREMONA (21 febbraio 2021) - A sei mesi dagli 84 anni che compirà il 28 agosto, Giovanni Arvedi si racconta, gioca a carte scoperte, e affida a La Provincia un importante annuncio. Solo un anno e mezzo fa, il 14 ottobre 2019, aveva ‘aperto’ il Consiglio di Amministrazione del gruppo industriale che porta il suo nome e nominato amministratore delegato suo nipote Mario Caldonazzo. Sedici mesi e una pandemia dopo, compie il secondo passo e completa il passaggio generazionale ufficializzando un passo indietro preparato da tempo. “Perché sono fatto così – spiega il Cavaliere, quasi con imbarazzo -: non amo gli imprevisti, preferisco guardare sempre avanti e programmare.  L’Acciaieria Arvedi, dopo anni di investimenti, ottimizzazione tecnologica, ristrutturazione industriale, formazione professionale e solidità finanziaria ora ha raggiunto la piena autonomia gestionale, come tutte le altre imprese del Gruppo create da campo verde. Mio nipote Mario è in Acciaieria da quasi trent’anni, così come gli altri miei nipoti e manager: sono tutti professionalmente preparati e hanno dimostrato un grande impegno e una grande capacità di lavoro, contribuendo allo sviluppo dell’Acciaieria. Le persone indipendenti al Gruppo fanno parte del CdA della società Finarvedi e sono persone di affermata alta qualità professionale”.

Sta dicendo che lascia la presidenza dell’Acciaieria che ha fondato 48 anni fa, nell’ormai lontano 1973?

“Sì. Il Consiglio di amministrazione è già stato informato. Il dado è tratto”.

Lei cosa farà, adesso? È difficile immaginarla inattivo... 

“Non resterò inattivo, rimango presidente di Finarvedi e continuerò a seguire da vicino il consolidamento della struttura gestionale dell’Acciaieria”.

Quando iniziò a costruirla aveva solo 36 anni, anche se la sua famiglia era attiva nel commercio e nella lavorazione dei metalli già da molto tempo: secondo  Wikipedia, addirittura dal 1715. Fu una pazzia o già allora un’idea ponderata?

“I miei avi, in verità, lavoravano il rame già nel 1650: avevano una piccola miniera in Val di Sole, vicino al fiume Foce, località Fucine, non a caso. Dal Trentino scesero a Casalbuttano: lo zio Fortunato costruiva impianti lattiero-caseari. L’idea di costruire l’Acciaieria a Cremona era tutto, meno che una follia, perché in campo siderurgico non si può improvvisare. Come per le rotative dei giornali e i cementifici, se uno sbaglia a progettare gli impianti è meglio che li chiuda e li venda. Le intuizioni nascono dalla cultura e dall’entusiasmo. Il mio obiettivo non era produrre acciaio, ma produrlo in modo nuovo. Avendo visitato tantissimi impianti nel mondo, dal Giappone agli Usa, dall’Unione Sovietica alla Germania, mi ero reso conto che già allora erano superati. Anche perché ogni impianto era, di fatto, una grande città: aveva bisogno di 30-40 mila persone per funzionare, servivano case, scuole, mense… Un po’ ciò che è successo a Taranto e a Trieste, qui da noi”.


Quale fu il primo mattone?

“Per capirlo bisogna ricordare che l’uomo ha iniziato a lavorare dietro l’animale. Poi è salito sull’animale. Poi ancora ha sorpassato l’animale. E sono arrivate le macchine. Ma il vero scatto in avanti è stato un altro: usare le macchine con il cervello, anziché con le mani e con i piedi. Oggi basta schiacciare un bottone per spostare il mondo: è un miracolo. Ed è tutto merito del microprocessore, il software che sostituisce l’operatività dell’uomo. Negli anni ’70 sono stato il primo a installare il microprocessore su una macchina, la colata continua, perché intuii che solo quello mi avrebbe assicurato la ripetitività che l’uomo non può garantire. E l’indispensabile rapidità di esecuzione”.       


Chi la conosce bene rivela che la sua nuova passione è l’agricoltura: è vero che in provincia di Cremona sta realizzando la più bella azienda agricola d’Italia? 

“Io penso che l’agricoltura del futuro avrà bisogno di ingenti investimenti per soddisfare le disposizioni di sostenibilità fissate dalla Comunità Europea. Le mie aziende sono centri di profitto e grazie ai miei bravi collaboratori ottengono risultati soddisfacenti. Ora cercheremo, con umiltà, di fare un nuovo passo verso la soluzione di problemi di base comuni a tutta la nostra importante zootecnia”.

 

Lei ha sempre avuto il “pallino” della qualità: se una cosa si può fare, si deve fare al meglio…

“Sì, perché spesso costa anche meno: come dice il proverbio, alla distanza chi più spende, meno spende. Prima di tutto, però, ci sono la priorità della cultura e della partecipazione personale e il ringraziamento per i talenti ricevuti, ognuno per i suoi. Io credo che la qualità si possa ottenere quando l’uomo offre il meglio del suo spirito e del suo intelletto”.


Il futuro del mondo, non solo dell’economia, si racchiude in una parola: sostenibilità. Sostenibilità ambientale, innanzitutto, ma anche etica e sociale, una sfida che va dal rispetto dei diritti di tutti alla diversità di genere. Da grande capitano d’industria del Novecento, come giudica queste nuove sensibilità del Terzo Millennio?

“È  fuori di dubbio che il fondamento dell’etica è la persona umana: come nel sociale, se non si dà giustizia non si promuove il bene comune. Mi pare che la situazione del nostro pianeta sia chiara a tutti in modo ineludibile. Le priorità in un mondo che ha raggiunto stati di benessere soddisfacenti cambiano come cambieranno molti altri metodi e attività di lavoro. Quello che deve rimanere sempre fermo e presente è il rispetto per la natura, dei valori umani e della dignità della persona. Abbiamo soddisfatto le nostre esigenze, ora è urgente soddisfare quelle del nostro pianeta”.


Lei ricorda sempre che ambisce ad essere «un buon cristiano» prima che un grande imprenditore: come si conciliano i valori del Vangelo con le logiche del business?

“Io credo, come premessa, che Dio sia presente nella realtà e che tutte le cose siano un suo dono; noi non possediamo niente di nostro, solo le buone idee rimangono.  Penso che un compito dei cristiani sia cercare di inserire la loro fede nel mondo che li circonda e oggi ancora più nel mondo della tecnica; quando prevale l’assolutizzazione della tecnica si realizza una confusione di fini e di mezzi. I cristiani è bene che cerchino di vivere la loro vita come un meraviglioso dono di Dio e ringraziarlo con le loro opere al meglio delle loro possibilità. L’imprenditore cristiano viene sorretto e guidato dalla fede. Certo, la fede è un atto interiore e personale, ma suppone qualche cosa di esterno e di oggettivo. “La fede senza le opere…”. Io penso che dobbiamo operare nell’interesse delle nostre imprese, della comunità in cui viviamo, per il nostro Paese, nel solco dei preziosi insegnamenti del Vangelo, senza danneggiare mai il nostro prossimo, dove  vediamo la presenza di Dio. Se io sapessi che il mio lavoro fa male al mio prossimo, smetterei. Per parlare di cose pratiche in 60 anni e più di lavoro le mie aziende non hanno mai distribuito dividendi: ho sempre cercato non di accumulare ricchezza, ma di investire nelle aziende e di creare posti di lavoro”.


Il suo modello di riferimento è Adriano Olivetti, l’imprenditore che negli anni Cinquanta seppe trasformare la fabbrica nella “casa” dei suoi dipendenti, ma oggi quel modello è ancora possibile?

“Nel giusto rapporto, mi pare possa essere la migliore soluzione per tutti. Ma non è facile. Personalmente ho iniziato alla fine degli anni 60 ad avere responsabilità industriali di un certo rilievo. A quei tempi Milton Friedman, uno dei più autorevoli economisti del mondo, scriveva un famoso articolo sul New York Times “The social responsability of business is to increase its profits?” La responsabilità sociale degli affari è incrementare il loro profitto? Dopo 50 anni non mi sembra la migliore teoria, io fin da allora ho pensato e agito diversamente”.


Non bastassero tasse e burocrazia, si può essere competitivi anche garantendo ai propri dipendenti un ambiente di lavoro sano, un buon welfare aziendale e un salario adeguato? Tutti questi obiettivi possono essere raggiunti nonostante la concorrenza internazionale di chi ha meno vincoli, meno regole da rispettare e un costo del lavoro più basso?

“Io sostengo da tempo, da sempre, che lavorare nella sicurezza e nel rispetto dell’ambiente va a beneficio anche dell’azienda stessa. Quello che sa creare l’uomo può e deve essere gestito e controllato saggiamente dall’uomo culturalmente preparato e disponibile agli investimenti. L’eccezione è quando l’uomo crea qualche cosa al di fuori delle leggi fisiche della natura, per esempio le scorie nucleari.  Per quanto riguarda la concorrenza nel mercato internazionale c’è una forte aggressività dai Paesi asiatici: l’Europa deve reagire, ma le specifiche esigenze non solo economiche di ogni Paese sono un grave e vero problema. Non bastasse, alcuni Paesi extra europei svalutano  la loro moneta per essere più competitivi all’esportazione, per non parlare del carbon border adjustment, che è di fatto una concorrenza sleale. Mio nipote Mario come vice presidente di Eurofer partecipa a riunioni a Bruxelles in cui questi problemi vengono affrontati, certo non senza difficoltà, in quanto i Paesi della nostra comunità sono 27 e ognuno con diverse priorità”.


Quanti dipendenti ha oggi il Gruppo Arvedi?

“Circa 4000 diretti”.


Li conosce tutti personalmente?

“Ora purtroppo non più, in passato passavo volentieri le mie domeniche mattine in azienda, proprio per vedere gli impianti e per parlare con i miei operai. Allora li conoscevo tutti e questo, sento, che mi manca un po’. Oggi mi devo accontentare di avere il piacere di salutarci, sempre con il reciproco rispetto”.


Oltre alla sostenibilità, oggi la parola più alla moda in economia è innovazione. E il Gruppo Arvedi spicca anche in questo campo, non a caso la più significativa commessa che ha ricevuto negli ultimi anni non riguarda il prodotto, ma la tecnologia necessaria per realizzarlo. Quante persone lavorano nel reparto ricerca di Finarvedi?

“Non siamo in molti, ma abbiamo studiato e lavorato per anni con centri di ricerca e università tedesche e americane e siamo partner tecnologici di società giapponesi ed austriache.  Sembrerà strano, ma la nostra tecnologia prende le sue radici dalla natura, nell’umile rispetto delle sue leggi fisiche.  Nel nostro processo di lavorazione partiamo da un prodotto di base solido per fonderlo a liquido e per poi lavorarlo a solido: la simmetria nel cambiamento di stato e l’equilibrio degli impianti di lavorazione generano omogeneità e costanza di qualità del prodotto.  Quando vuole ne parliamo più a fondo: se vuole un esempio semplice guardi una foglia. Tutto nella natura è equilibrio e simmetria, non potrebbe essere altrimenti”.


Quanto manca per la progettazione di un’acciaieria a impatto zero?

“Dovremmo smettere di respirare, viaggiare, vivere comodamente etc. Chiediamolo ai nostri operai che sono al lavoro da 25/30 anni o alle istituzioni cremonesi: Arpa, Asl, etc. Come più volte verificato accesa o spenta la nostra Acciaieria non influisce sulla situazione del clima di Cremona. Purtroppo Cremona è in una sacca e riceve, quello che non vorremmo, dalla città limitrofe.  Crediamo di aver ottenuto un risultato esemplare, certificato da Emas, oltre ad essere impegnati nella decarbonizzazione e nell’economia circolare. La nostra cultura è  frutto del convincimento che inquinare è un danno verso noi stessi e verso il nostro prossimo ed un’offesa verso Dio.


Cosa si sente di dire ai suoi dipendenti? Quale futuro avrà l’Acciaieria Arvedi senza più la guida del Cavalier Arvedi?

“Lascio la presidenza in buone mani.  L’Acciaieria è nel mio cuore, come le altre aziende nate da un campo verde e poi diventate esempio di performance industriali non solo italiane ed europee per la qualità di dirigenti e operai che da anni dimostrano tutta la loro alta professionalità e partecipazione: a tutti va la mia profonda gratitudine e il mio sincero affetto. I miei operai sono tutti nel mio cuore e non li abbandonerò mai, grazia permettendo fino a quando il mio Dio e Signore me lo consentirà”.

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21 Febbraio 2021