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Mercoledì 21 Ottobre 2020

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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Giochi virtuali, rischi reali

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Il direttore Marco Bencivenga

Chissà se è colpa dei videogame... Lì, in quella realtà virtuale in cui troppo spesso i nostri figli si divertono e rifugiano, non si ha una vita sola, ma quattro, cinque, dieci, in alcuni casi addirittura infinite. E se proprio finiscono, con pochi euro le «vite» si possono ricomprare. Per continuare a giocare. Nella realtà è diverso: nel mondo reale abbiamo una sola possibilità, un solo gettone per salire sull’autoscontro, e dobbiamo cercare di farlo durare più a lungo possibile. Senza certezze, senza scudi, senza alcuna possibilità di «ricomprare» la vita perduta. Perfino gli uomini più ricchi del mondo (uno su tutti, il fondatore di Apple, Steve Jobs, stroncato dal cancro a soli 56 anni pur avendo 8 miliardi di dollari in cassaforte) hanno dovuto prendere atto della più antica verità: di fronte a certe diagnosi letali i soldi servono a poco. Possono garantire le cure migliori, i medici più preparati, l’assistenza più qualificata e comfort di ogni tipo, ma se il verdetto è inappellabile neppure una montagna di denaro può permette all’uomo di «acquistare» l’immortalità. O una nuova vita. Forse, sarebbe il caso di ricordarlo più spesso alle giovani generazioni, ai troppi ragazzi che - anziché incontrare gli amici dal vivo (distanziamento Covid permettendo), costituire una band e andare a suonare in un garage o giocare a calcio sul campetto dell’oratorio - trascorrono ore e ore, se non addirittura intere giornate, davanti a un video, isolati, con un joystick fra le mani.

Sorvolando sulla violenza di alcuni videogiochi, che si sviluppano in scenari di guerra o infernali - con combattimenti sanguinari, avversari da distruggere, nemici da sterminare, rivali da soffocare con un sacchetto sulla testa, addirittura ignari passanti da investire con la propria auto! - è il concetto stesso di «vita» proposto dai videogame a portare fuori strada milioni di ragazzi, facendo perdere loro il contatto con la realtà. Oltre al venir meno delle principali figure educative di riferimento - dai genitori alla scuola, troppo amici i primi, troppo permissiva e accondiscendente la seconda - forse si può spiegare anche così la deriva autodistruttiva di troppi giovani, nel mondo, ma anche qui, nelle nostre case, nella placida e protettiva provincia di Cremona.

Gli studi delle autorità sanitarie rivelano che l’età della prima sbronza si è abbassata fino ai 12 anni, la dipendenza da droghe e alcol è al primo posto fra le emergenze del Garante dell’Infanzia (l’infanzia! Quella in cui solo un paio di generazioni fa le bambine giocavano con le bambole e i maschi con le macchinine...), svelano che soprattutto nei week end i pronto soccorso sono più affollati da giovanissimi in coma etilico che da anziani colpiti da infarto, come sarebbe naturale; rivelano che il consumo di cocaina e sostanze sintetiche fra i minori è in costante e vertiginosa ascesa. Non bastasse, i più recenti casi di cronaca segnalano allarmi che non è più possibile ignorare: solo nell’ultima settimana La Provincia ha dedicato quattro intere pagine al «cupio dissolvi» (letteralmente: al desiderio di sparire, dissolversi, morire) che affligge molto giovani e giovanissimi. Giovedì abbiamo approfondito il fenomeno «Ultimo Challenge», la folle sfida che induce all’autolesionismo. Falsi profili dal nome Jonathan Galindo chiedono l’amicizia social agli adolescenti, per poi coinvolgerli in giochi pericolosi e sfidarli in assurde prove di coraggio, come incidersi l’iniziale del proprio nome sul ventre con una lama affilata. Probabilmente il motivo che ha spinto al suicidio un ragazzino napoletano di soli 11 anni. «L’immersione continuativa nel virtuale può determinare dipendenza e incapacità di distinguere l’immaginario dal reale», ha commentato il dottor Roberto Poli, direttore del Serd dell’Asst di Cremona. Come volevasi dimostrare. Forse, quando si parla di sanità, bisognerebbe riferirsi anche a queste nuove emergenze: per intercettare il disagio dei più giovani servirebbero strutture adeguate, più presenti sul territorio e più capillari. Per cogliere determinati segnali servirebbero genitori più attenti, ma anche servizi sanitari specifici. Basti pensare che nella fase più delicata della crescita, l’adolescenza, troppi ragazzi finiscono in una terra di nessuno, una sorta di limbo clinico: troppo grandi per il pediatra, troppo «sani» per il medico di base o di famiglia, se non affetti da altre patologie. E da quando è stato abolito il servizio militare non esiste più neppure la visita di leva, unico screening di massa previsto dal sistema sanitario nazionale, seppur limitato (ai tempi) alla popolazione maschile.

A poche ore di distanza dall’allarme «Ultimo Challenge», ecco il caso di Trescore Cremasco: una baby gang (una baby gang? Fa paura solo a scriverlo. E ci si domanda: ma dove sono i genitori mentre i figli costituiscono una baby gang e si trasformano in bulli e violenti a danno di coetanei e persone fragili?) ha teso un filo d’acciaio ad altezza d’uomo fra due pali della segnaletica stradale, rischiando di provocare un gravissimo incidente, se non addirittura di decapitare un ignaro motociclista di passaggio. «Poteva uccidere», ha opportunamente sintetizzato il sindaco Angelo Barbati, cui va il merito di aver denunciato il caso, merito da condividere con l’automobilista che lo ha allertato. Qui si è ben oltre il confine della bravata o dello scherzo: qui si sconfina nella follia, nel rito di iniziazione criminale Gomorra style, nella trasposizione reale delle logiche e delle dinamiche del più pericoloso mondo virtuale. Peccato che qui - nel mondo vero - non ci siano vite da ricomprare o tasti «reset» da schiacciare, per poter ricominciare. Magari varrebbe la pena fermarsi a parlarne, approfondire il tema, mobilitare istituzioni, scuola e famiglie, organizzare incontri e momenti di confronto, anziché azzuffarsi sempre e soltanto per una precedenza non data, quando siamo al volante della nostra auto, o per un rigore non concesso alla squadra del cuore. In fondo, la pandemia, con il suo carico di lutti e le certezze che ha sgretolato, dovrebbe averci insegnato quali sono le priorità, le cose che contano, i veri valori della vita. Già: dovrebbe...

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10 Ottobre 2020