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Martedì 20 Ottobre 2020

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IL PUNTO DEL DIRETTORE

La libertà degli inglesi, la serietà degli italiani

La libertà degli inglesi, la serietà degli italiani

Il direttore Marco Bencivenga

Essere liberi è una virtù (oltre che una grande fortuna) o è più importante essere seri? La domanda sorge spontanea dopo il botta e risposta fra Boris Johnson e Sergio Mattarella su quale sia il sistema più efficace per contrastare la diffusione del Coronavirus. Secondo il pittoresco premier inglese - già noto per aver teorizzato l’«immunità di gregge» come antidoto al Covid 19, tanto da mettere in preventivo di sacrificare milioni di connazionali, prima di finire lui stesso in terapia intensiva - la pandemia ha avuto pesantissime conseguenze sul Regno Unito non a causa delle sue politiche scellerate, ma perché gli inglesi sono irriducibili «amanti della libertà». Sottinteso: tutti gli altri popoli della terra, invece, preferiscono essere comandati, dominati, sottomessi (magari non dalla corona inglese, l’ex impero coloniale più grande del mondo). Il bizzarro concetto sociologico è stato spiegato da Johnson non in un pub, davanti a una pinta di birra, ma alla Camera dei Comuni, in risposta a un’osservazione del laburista Ben Bradshaw: secondo il deputato dell’opposizione, rispetto al Regno Unito «la Germania e l’Italia hanno tassi Covid molto più bassi perché i loro servizi funzionano meglio». Una critica implicita al sistema sanitario inglese, che il primo ministro ha respinto alla sua maniera: «C’è una differenza importante tra il nostro Paese e gli altri Paesi del mondo, ed è che il nostro Paese ama la libertà», ha sentenziato Johnson con lo stesso sciovinismo che lo ha portato al potere sull’onda della più grande dichiarazione d’indipendenza della storia inglese.

E cioè l’uscita dall’Unione Europea di cui solo fra qualche anno i suoi sostenitori capiranno le reali conseguenze. «Se si guarda alla nostra storia negli ultimi 300 anni - ha aggiunto Johnson - praticamente ogni progresso - dalla libertà di parola alla democrazia - è arrivato da qui», da Londra. Per questo, ha sostenuto, «è molto difficile chiedere alla popolazione britannica di obbedire in modo uniforme alle linee guida Covid nel modo in cui è necessario». Sorvolando sulle scarse conoscenze storiche di Mister Brexit (mai sentito parlare della Rivoluzione Francese, di Martin Luther King o di Nelson Mandela, solo per restare agli ultimi trecento anni?), il ragionamento fa acqua nel momento in cui confonde libertà e democrazia, due valori che vanno sì a braccetto, ma non sono affatto sinonimi. Perché la libertà è per definizione la possibilità per ogni individuo di pensare, agire e comportarsi senza costrizioni. Ciò nonostante, ha un limite ben preciso: finisce dove inizia la libertà degli altri. È illimitata a livello individuale, per ogni eremita che decide di andare a vivere da solo sul cucuzzolo di una montagna, ma smette di esserlo nella vita di comunità, quando invade l’altrettanto legittima libertà altrui. Proprio per questo si accompagna alla democrazia, letteralmente il potere del popolo, ovvero l’arte di coniugare gli opposti interessi, trovare il punto di mediazione fra le diverse opinioni, ridurre i conflitti, stabilire regole condivise garantendo a ogni cittadino pari opportunità e pari possibilità di esprimere il proprio parere.

Nel concreto, restando Oltremanica: un automobilista di Manchester o di Stoke on Trent è libero di guidare tenendo la destra (come fa il resto del mondo), ma così facendo - mentre tutti i suoi connazionali tengono la sinistra - finirà soltanto per provocare incidenti, mettendo a rischio la propria e l’altrui incolumità. Se, al contrario, rispetta le regole di guida democraticamente scelte dalla comunità di cui fa parte, arriverà a destinazione senza intoppi. Più sicuro, non meno libero. Lo stesso concetto vale per il rispetto delle precauzioni anti-Covid: chi non indossa la mascherina o non osserva con scrupolo il distanziamento sociale si sentirà forse più «free», ma fa torto alla sua intelligenza e alla sua salute, non alla sua libertà. In realtà è solo un irresponsabile, non si può neppure dire che sia un furbo, perché potrebbe essere lui stesso a pagare le conseguenze di un comportamento troppo «liberal», come proprio Johnson ha provato sulla sua pelle.

«Libertà non significa far ammalare gli altri», aveva ammonito Sergio Mattarella lo scorso 31 luglio incontrando i giornalisti durante l’annuale cerimonia del Ventaglio. Johnson, probabilmente, non l’aveva ascoltato. Così, giovedì il Presidente della Repubblica ha fatto il bis: da Sassari - dove si trovava per commemorare Francesco Cossiga a dieci anni dalla scomparsa - alla richiesta di un commento alla temeraria teoria del premier inglese Mattarella ha risposto: «Anche noi italiani amiamo la libertà, ma abbiamo a cuore anche la serietà». Con poche parole - com’è nel suo stile - il Capo dello Stato ha zittito Johnson, ha risollevato l’orgoglio italico e ha inviato un avvertimento forte e chiaro ai negazionisti della prima e dell’ultima ora: contro il Covid - è la sostanza del messaggio - è stata vinta una battaglia, non la guerra. Dopo gli errori e i ritardi iniziali, le nostre misure rigide ci hanno protetto.

«Ma l’equilibrio è fragile», come avverte il professor Massimo Galli, primario di Malattie Infettive all’ospedale Sacco di Milano, commentando i dati dell’Istituto superiore di sanità, secondo i quali le positività in Italia sono in aumento da ben otto settimane consecutive. Ancor più preoccupanti i segnali che arrivano dal resto d’Europa e del mondo: i casi di contagio sono tornati a moltiplicarsi a ogni latitudine, le vittime a livello globale hanno ormai raggiunto la fatidica quota di un milione, nuovi focolai stanno spuntando ovunque, Paesi come la Francia e la Spagna non escludono un nuovo lockdown e, in attesa di varare la misura più drastica, hanno disposto restrizioni locali nelle aree di Madrid e della Costa Azzurra. «La situazione attorno a noi è allarmante», ammette Galli. Non a caso il Governo sta valutando di estendere la lista nera dei Paesi di provenienza dei viaggiatori ai quali imporre l’obbligo del tampone all’arrivo in Italia: dopo Francia, Spagna, Croazia, Grecia (fra gli altri), sono nel mirino Belgio, Regno Unito e Repubblica Ceca.

E mentre la Commissaria Ue alla salute, Stella Kyriadikes, indica le misure anti-Covid italiane e tedesche come modello da seguire per tutti (per una volta siamo noi il Paese virtuoso in Europa, anziché la solita maglia nera), Boris Johnson che fa? Con un indice di contagio (Rt) abbondantemente superiore ad uno, ordina il coprifuoco a pub, bar e ristoranti a partire dalle 22, vieta la pratica degli sport al chiuso e fissa a 15 persone il numero massimo dei partecipanti a un matrimonio. Limiti inderogabili, ammonisce. Sempre che, seguendo le sue teorie, gli inglesi ancora una volta, non antepongano la propria libertà individuale alla sicurezza collettiva, come pare sia nel loro esclusivo Dna. Nel caso, cosa succederà? Il premier dalle mille contraddizioni non lo dice. Probabilmente, vuole tenersi le mani libere.

© RIPRODUZIONE RISERVATA DI TESTI, FOTO E VIDEO

26 Settembre 2020

Commenti all'articolo

  • renzo

    2020/09/28 - 13:33

    Serietà degli italiani, si in buona parte... Dai non italiani (indiani a parte) meno....

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