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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Il virus invisibile più diffuso del Covid

Marco Bencivenga

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dduchi@laprovinciacr.it

06 Settembre 2020 - 08:51

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Il direttore Marco Bencivenga

Esiste un «mondo di sotto» - oscuro, inconfessabile, nascosto - che i nostri occhi normalmente non vedono e che la nostra mente si rifiuta di considerare? La risposta è sì. Sotto la crosta del perbenismo e dell’apparenza, molto più spesso di quanto crediamo, attorno a noi c’è un universo di vizi, illegalità, piccole debolezze e irrefrenabili dipendenze. Per scoprirlo non servono i Ris: basta andare a cercare la polvere nascosta sotto il tappeto. O unire i puntini dei casi di cronaca che sempre più spesso finiscono sui giornali o nei tg e rappresentano la punta dell’iceberg, la piccola porzione visibile di un problema gigantesco. «Sabrina non era tossicodipendente, al massimo alzava un po’ il gomito», giurano i familiari della giovane cremasca scomparsa da Ferragosto. Secondo la Procura della Repubblica, al contrario, Sabrina è stata uccisa dal suo fornitore di droga. Che dal carcere ammette di averle dato fuoco, sì, ma solo «dopo che era morta a causa di un’overdose». Quale che sia la verità, fra le due ipotesi contrapposte, dagli atti dell’inchiesta emerge una sola certezza: quella notte - a notte fonda, quasi all’alba - nell’appartamento della ex di Alessandro Pasini, lo spacciatore accusato di omicidio, ci fu un party a base di eroina e cocaina. Le stesse droghe, mescolate con anfetamine e benzodiazepine, quattro giorni più tardi alle porte di Brescia hanno bruciato la vita di Francesca, una ventiquattrenne che gli amici hanno lasciato morire - anziché chiamare il 112, quando ha iniziato a star male - perché anche loro erano strafatti.

Nell’unico momento di «lucidità», secondo quanto emerge dall’inchiesta, i compagni di festino l’avrebbero fatta sdraiare nella vasca da bagno della casa in cui si trovavano e l’avrebbero ricoperta di ghiaccio, pensando che così si sarebbe ripresa, perché questo viene suggerito (fra le varie misure di primo soccorso, prima fra tutte la telefonata al Numero unico d’emergenza) se si ricerca su internet «overdose, cosa fare». Il malore, in realtà, era talmente grave che la mattina successiva, quando gli amici si sono ripresi dallo sballo, hanno trovato Francesca senza vita, nella sua tomba di ghiaccio. Un terzo caso sconvolgente arriva da Bologna: qui otto fra imprenditori e professionisti locali sono indagati perché avrebbero avuto rapporti sessuali con una minorenne (all’epoca dei fatti) disposta a tutto pur di avere una dose di cocaina. Un’eccezione? No, la regola di «Villa Inferno», una tenuta sui colli emiliani che, secondo i pm, il proprietario avrebbe trasformato in luogo di perdizione, teatro di orge e festini a cadenza settimanale, fra uomini maturi e ragazzine pronte a prostituirsi in cambio di una dose. Tre storie diverse, un unico comun denominatore: la droga. Banditi i facili moralismi (in fondo, ognuno è libero di autodistruggersi come vuole), il problema è collettivo: una bomba sociale, un’emergenza sanitaria, un fenomeno criminale. Un buco nero della nostra società che non può e non deve essere ignorato. In fondo, basterebbe porsi una domanda: se nel 2018 (ultimo dato disponibile) in Italia le forze dell’ordine hanno sequestrato oltre 123 tonnellate di sostanze stupefacenti che si consumano in dosi inferiori al grammo - e i sequestri naturalmente rappresentano solo una piccola parte della droga presente sul mercato - quanti sono i tossicodipendenti in Italia? La risposta anche in questo caso è semplice: molti, ma molti di più, di quanti ne possiamo immaginare. Secondo l’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (l’Emcdda, un’agenzia dell’Unione Europea), addirittura, la cocaina è stata provata almeno una volta nella vita dal 6,9 per cento degli italiani di età compresa fra i 15 (quindici!) e i 64 anni. In tutta Europa, solo gli inglesi (10,7 per cento), gli spagnoli (10,3) e gli irlandesi (7,8) fanno peggio (la media Ue è del 5,4 per cento). Poco meglio va con l’ecstasy (provata almeno una volta nella vita da un italiano su 37) e con le anfetamine (provate in media da un italiano su 25: significa uno dei vostri colleghi di lavoro o uno dei compagni di classe di vostro figlio). Meno diffusa, per fortuna, è l’eroina, la droga del «buco», con ago e siringa, che ha fatto migliaia di morti negli anni ‘80 e ‘90: secondo l’ultimo report, l’ha provata «solo» un italiano su 200, bambini e anziani esclusi. Sono numeri spaventosi e angoscianti. Del resto, non è un caso se più di un terzo della popolazione carceraria italiana è detenuta per reati droga-correlati, come testimonia la Relazione annuale al Parlamento del Dipartimento per le politiche antidroga della Presidenza del Consiglio. Il fenomeno, insomma, è noto. Sotterraneo, dissimulato, negato. Ma noto. Eppure, non si fa abbastanza per risolverlo. O quantomeno per contrastarlo. Tanto che un dubbio sorge spontaneo: quante vite salveremmo, se combattessimo il consumo di droga con lo stesso impegno, le stesse regole e la stessa severità con cui da sette mesi contrastiamo il contagio da Coronavirus? Siamo sicuri che l’unica emergenza degna di attenzione e di mobilitazione generale sia il Covid-19? Forse, la differenza sta nella percezione del pericolo: mentre il flagello arrivato da Wuhan minaccia ognuno di noi, a prescindere dalla nostra volontà (ma non dai nostri comportamenti), le dipendenze da cocaina, eroina, anfetamine e droghe sintetiche sembrano sempre un problema d’altri, un fatto lontano, che non ci riguarda. E invece, senza neppure che lo sospettiamo, il «virus invisibile» della tossicodipendenza può toccare i nostri familiari, i nostri amici, i nostri vicini di casa o di scrivania. Perché qualcuno che conosciamo ci deve pur essere in quel 6,9 per cento di italiani che risulterebbe «positivo» al narcotest, se gli fosse imposto, come il tampone del Coronavirus. Infrangere questo tabù potrebbe essere il primo passo per accendere un faro sul mondo di sotto, illuminare l’oscurità che frutta miliardi di euro ai narcotrafficanti di tutto il mondo e trasformare i vizi inconfessabili di qualcuno in un problema da risolvere tutti insieme, come comunità. Se non siamo ancora pronti a provarci, iniziamo per lo meno a pensarci.

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