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IL PUNTO DEL DIRETTORE

La guerra in Europa e il nemico interno

Marco Bencivenga

Email:

cfrancio@laprovinciacr.it

19 Luglio 2020 - 07:28

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I fondi europei arriveranno. Non tutti, non al cento per cento rispetto alle previsioni e non tutti a fondo perduto. Ma il braccio di ferro fra i 27 Paesi dell’Unione europea sulle modalità di erogazione degli aiuti post-Covid alla fine farà contenti tutti, Italia compresa. Ogni partner rinuncerà a qualcosa (chi a una fetta della torta, chi a un paletto, chi al diritto di veto cui ambiva), ma nessuno a conti fatti perderà la faccia né l’onore. E sarà un grande risultato, al termine di un vertice che si annunciava ad alto rischio, delicatissimo per il futuro stesso della scricchiolante casa comune europea. Come nelle migliori famiglie, la convivenza è tanto più difficile quanto più è affollata. Ma è al momento in cui c’è qualcosa da dividere (in genere l’eredità del capostipite) che emergono gli istinti peggiori. Così rischiava di finire l’Unione europea a Bruxelles. Invece, anche se ancora mancano la fumata bianca e l’annuncio ufficiale, per una volta la capacità di mediazione si rivelerà più forte degli egoismi. D’altra parte, perché stupirsi? In casi simili, si sa, tutti tirano la corda a proprio vantaggio, ma a nessuno conviene che la corda si spezzi davvero. Il problema, semmai, è un altro: come verranno spesi da ogni singolo Paese i miliardi di euro messi a disposizione dal Recovery Fund? Chi lo farà meglio avrà un duplice vantaggio: non solo eviterà di farsi tirare le orecchie dai partner più virtuosi, ma potrà rinascere su nuove basi dopo la terribile esperienza del Coronavirus (ammesso e non concesso che l’emergenza sia finita). Dall’Atlantico al mar Nero, dal Polo Nord a Lampedusa, negli ultimi settant’anni nessun Governo ha mai dovuto affrontare una pandemia tanto grave, ma neppure ha mai potuto contare su risorse tanto ingenti per ripartire.

L'occasione, dunque, è storica: i Paesi ben governati faranno un salto nella modernità, migliorando infrastrutture e servizi; quelli meno avveduti si perderanno in clientele, mance elettorali e misure assistenzialistiche, condannandosi nel giro di pochi anni a ingrossare le fila del terzo mondo anziché rafforzare la propria posizione politica ed economica fra le grandi potenze. A quale gruppo appartiene l’Italia? Ognuno può dare la sua risposta. Di certo non è più l’ora delle divisioni. O delle false promesse. La mancata proroga delle scadenze fiscali di luglio e agosto - annunciata venerdì «con rammarico» dal sottosegretario al Tesoro Alessio Villarosa che solo pochi giorni fa aveva dato il rinvio dei pagamenti per certo - non depone a favore del Governo, perché costerà ben 8,4 miliardi di euro a quattro milioni e mezzo di partite Iva già alle prese con le enormi difficoltà post Covid. Significativo in proposito è l’allarme che sempre venerdì è stato lanciato dalla Direzione investigativa antimafia nazionale nella sua relazione semestrale inviata al Parlamento: se lo Stato non interverrà tempestivamente e con efficacia - ha ammonito la Dia - la paralisi economica prodotta dalla pandemia «potrà aprire alle mafie prospettive di arricchimento ed espansione paragonabili solo a un periodo post bellico» ed è forte il rischio che la criminalità organizzata allarghi il suo ruolo di «player affidabile ed efficace», mettendo le mani anche su aziende di medie e grandi dimensioni in crisi di liquidità. Una prospettiva aberrante, ma tutt’altro che teorica: ‘ndrangheta, camorra e mafie varie hanno già allungato i loro tentacoli sul settore del turismo, particolarmente danneggiato dall’emergenza Coronavirus. «La diffusa mancanza di liquidità espone molti commercianti e operatori turistici all’usura, con un conseguente rischio di impossessamento delle attività economiche con finalità di riciclaggio e di reimpiego dei capitali illeciti» avverte la Dia, elencando tra i più esposti gli alberghi, i ristoranti, i bar, i bed and breakfast, le case vacanze, i centri benessere e le agenzie di viaggi. Ma le mafie cercheranno di intercettare anche e soprattutto il fiume di danaro in arrivo dall’Europa per finanziare le grandi opere e gli investimenti in sanità. Secondo la Dia, «non è improbabile che alcune aziende possano essere indotte a sfruttare la generale situazione di difficoltà, per estromettere antagonisti al momento meno competitivi, facendo leva sui capitali mafiosi» o che «aziende in difficoltà ricorrano ai finanziamenti delle cosche». Il problema è che questi «finanziamenti» in genere partono come prestiti e si concludono con l’espropriazione di ogni attività e quota societaria. Non meno a rischio è il settore sanitario: «La semplificazione delle procedure di affidamento degli appalti, in molti casi legate a situazioni di necessità ed urgenza, potrebbe favorire l’infiltrazione delle organizzazioni criminali negli apparati amministrativi pubblici», avverte la Dia, senza dimenticare il pericolo della contraffazione dei prodotti sanitari e dei farmaci. Altro che troika e pericoli nascosti in Europa e nelle pieghe del Mes: i veri nemici l’Italia li ha in casa. Estirpare questo cancro - più letale perfino del terribile virus partito da Wuhan e arrivato in tutto il mondo - è la vera sfida per l’Italia del terzo millennio, ma non è «cosa d’altri»: riguarda tutti, le istituzioni, il Governo (di qualunque colore sia), ogni singolo cittadino. La speranza è che il premier Giuseppe Conte, dopo aver esibito i muscoli in Europa - mostrandosi più risoluto di tanti duri, come succede alla maggior parte dei miti - decida di cambiare passo anche sul fronte interno, a partite da due riforme sempre più ineludibili: fisco e giustizia. Perché solo tasse più eque, una reale lotta all’evasione e la certezza della pena per chi non rispetta le regole possono portare l’Italia fuori dal pantano e vicino ai Paesi più evoluti. Tutto il resto verrà di conseguenza. I soldi? Per quanto i 27 dell’Ue stiano litigando a Bruxelles per come spartirseli, alla fine sono un dettaglio, se non l’ultimo dei problemi. Come ammonisce un vecchio proverbio indiano «Quando l’ultimo albero sarà abbattuto, l’ultimo fiume seccato, l’ultimo pesce catturato, solamente allora scoprirete che il denaro non si mangia».

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