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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Condannato un folle, non l'uomo nero

Marco Bencivenga

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dduchi@laprovinciacr.it

16 Luglio 2020 - 07:37

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Con la vita non si scherza. Lo hanno riaffermato ieri i giudici del Tribunale di Milano infliggendo 24 anni di carcere a Ousseynou Sy, l’autista che il 20 marzo dell’anno scorso dirottò uno scuolabus e poi gli diede fuoco, rischiando di uccidere 50 studenti, due insegnanti e una bidella della scuola media «Vailati» di Crema. Quella mattina la strage fu evitata grazie al coraggio e alla prontezza di spirito dei ragazzi, che riuscirono a lanciare l’allarme in tempo reale e a fuggire alla prima distrazione del loro sequestratore. Ma il lieto fine non è stato sufficiente a sollevare l’imputato dalle sue responsabilità. Perché, appunto, con la vita non si scherza. Aver terrorizzato gli ostaggi, averli minacciati con una pistola e aver versato una tanica di benzina fra i sedili del pullman sono stati considerati reati gravissimi in sé, come giusto. A nulla è servito all’autista di origine senegalese «fare il matto» in aula, arrivando addirittura ad accusare i pm di essere «complici di Salvini contro l’Africa e gli immigrati», pur di confondere le acque e di trovare una giustificazione politica al suo ingiustificabile comportamento. I giudici non sono caduti nella trappola del gesto dimostrativo - ammesso e non concesso che avrebbe potuto essere considerato un attenuante – e hanno emesso una «sentenza esemplare», come l’hanno subito definita i genitori dei ragazzi, i docenti, il presidente della Regione Lombardia e molti leader politici. «È la vittoria dello Stato di diritto: non una vendetta, ma una condanna equilibrata che riafferma interamente i nostri valori, il primo dei quali è il rispetto della vita», ha commentato il sindaco di Crema Stefania Bonaldi, non certo una simpatizzante leghista, che si era costituita parte civile nel processo, al fianco delle vittime.

Una bella pagina per la giustizia italiana, la cui immagine è troppo spesso sgualcita dalle faide per una nomina fra i magistrati, dai tempi infiniti dei processi e dall’uso distorto del prescrizione (in teoria un principio di civiltà giuridica, in realtà la prova provata dell’inefficienza del sistema). «Ho fiducia nella giustizia» di solito lo dice chi è accusato di qualche reato, per ostentare la propria serenità, in attesa di dimostrare la sua innocenza. Stavolta, invece, possiamo dirlo tutti: di questa giustizia possiamo e dobbiamo avere fiducia. La sentenza è severa, ma non sproporzionata rispetto alla gravità dei reati contestati; i tempi del processo sono stati congrui, ma non hanno intaccato il diritto alla difesa dell’imputato; l’autonomia dei giudici ha disinnescato sul nascere la potenziale, strisciante accusa di razzismo, per l’uso della mano pesante contro un immigrato. Ai tempi del caso Floyd – l’inaccettabile uccisione di un afroamericano di Minneapolis da parte di un agente di polizia che, infrangendo ogni regola, lo ha soffocato schiacciandogli la gola con il ginocchio per ben 8 minuti e 46 secondi - non è un particolare da poco. No, i giudici di Milano ieri non hanno condannato l’Uomo Nero, ma un cittadino che ha confuso le giuste rivendicazioni di un intero continente – l’Africa, da sempre sfruttata, depredata e condannata alla povertà - con il delirio di onnipotenza. Il riscatto di un popolo con la possibile morte di 53 innocenti. La giustizia «fai da te» con la giustizia vera, quella con la G maiuscola, che rispetta tutti e i diritti di tutti. Davvero una bella boccata d’ossigeno in un mondo avvelenato dall’odio e dalle divisioni, non bastasse l’incubo del Coronavirus.

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