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IL PUNTO DEL DIRETTORE

La pepita, l'occasione mancata e il futuro di Cremona

Marco Bencivenga

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cfrancio@laprovinciacr.it

05 Luglio 2020 - 07:30

La pepita, l'occasione mancata e il futuro di Cremona

Prima la Notte di Luce, appuntamento culturale che ha letteralmente riacceso i riflettori su Cremona come capitale mondiale della liuteria e della buona musica. Poi, l’annuncio di tre progetti ad alta tecnologia di Lgh che promettono di migliorare la qualità dei servizi ambientali ed energetici della città. In terza battuta il boom di nuovi nati all’ospedale Maggiore, capace di passare in pochi giorni da trincea del Coronavirus a culla d’Italia. In quarto luogo la nomina di una nuova governance per la Fiera, con il mandato di proporre nuove idee e varare un piano di autentico rilancio. In quinta istanza il via libera (non ancora formale, ma politico, addirittura bipartisan, quindi due volte significativo) alla costruzione di un nuovo polo sanitario per risolvere i problemi strutturali del presidio attuale, ormai inadeguato sul piano logistico e non più in regola con le ultime norme in materia antisismica, antincendio e di prevenzione degli infortuni. Un passo alla volta Cremona sta uscendo dall’emergenza e sta progettando la sua stagione post Covid, un domani da «città in cui vivere bene», grazie alla perfetta fusione di due valori assoluti: un passato fatto di concretezza, tradizioni gloriose, benessere diffuso, rispetto, solidarietà e buona cucina; e un futuro all’insegna dell’innovazione, dell’efficienza, della sostenibilità e delle tecnologie al servizio dell’uomo. In sole cinque parole una migliore qualità della vita. Se tutto questo sarà semplice rinascita o autentico rinascimento lo dirà il tempo.

Per ora, oltre ai cinque «primi passi» citati, sui due piatti della bilancia del rilancio pesano una pepita d’oro (in positivo) e un’occasione persa (in negativo). La pepita d’oro è rappresentata dall’apertura a partire dal prossimo ottobre (così almeno garantisce il sindaco) di un nuovo polo universitario nel ristrutturato complesso di Santa Monica. A distanza di quattordici mesi dall’ultima apertura al pubblico del grande cantiere di via Bissolati i lavori proseguono a pieno ritmo e qualche foto «rubata» svela il pregio dell’intervento di recupero urbanistico e funzionale dell’ex monastero e dell’ex magazzino militare destinati a diventare un bellissimo Campus per gli studenti sul modello americano. E l’invito ufficiale all’inaugurazione che è già stato inviato al presidente della Repubblica Sergio Mattarella - oltre che al presidente del Consiglio, al ministro dell’Istruzione e al governatore della Lombardia - conferma implicitamente che la nuova sede della Cattolica sarà pronta entro la scadenza fissata, in tempo per l’avvio dell’anno accademico 2020-2021, seppur non completo in ogni sua parte. Cremona si prepara dunque ad essere invasa dalla vitalità, dall’energia e dalla fame di conoscenza di almeno un migliaio di giovani provenienti dai Comuni limitrofi e da fuori provincia, mille teste pensanti che promettono di offrire alla città nuova linfa vitale, nuove idee e un più ampio respiro in cambio di strutture tanto moderne e di un programma di alta formazione decisamente all’avanguardia. Sull’altro piatto della bilancia, l’occasione persa è rappresentata dal mancato coinvolgimento della nostra provincia nella candidatura comune di Bergamo e Brescia a capitali italiane della Cultura per il 2023. Una candidatura che durante l’ultima campagna elettorale sembrava condivisa fra i sindaci dei tre capoluoghi - Gianluca Galimberti, Giorgio Gori ed Emilio Del Bono, legati dalla comune appartenenza al centrosinistra in una Regione governata dal centrodestra - e, invece, nella ripartenza post Covid si è ristretta alle due province più grandi (due milioni e mezzo di abitanti fra bresciani e bergamaschi) e ha perso per strada i 360 mila cittadini cremonesi. La proposta BB - anziché BBC - ha talmente innestato il turbo da essere stata inserita in un emendamento al Decreto Rilancio del Governo che è stato approvato venerdì dalla Commissione Bilancio della Camera dei deputati. Tale emendamento - catalogato come 8bis - prevede esplicitamente che «per l'anno 2023 il titolo di Capitale italiana della Cultura in via straordinaria (...) è conferito alle città di Bergamo e di Brescia, al fine di promuovere il rilancio socio-economico e culturale dell’area sovraprovinciale più colpita dall’emergenza sanitaria da Covid-19». Salvo contrordini (o crisi di Governo), dunque, stavolta l’attribuzione del titolo non avverrà attraverso il consueto bando, ma per «meriti speciali», d’autorità. Ed è un peccato che tale provvedimento non riguardi anche Cremona, non solo perché la nostra provincia è stata altrettanto colpita dall’emergenza sanitaria (anzi, di più, se si rapportano i numeri dei casi di contagio e dei lutti alla popolazione residente), ma perché la complementarità dei percorsi museali, le affinità storiche fra i tre territori, la comune sensibilità musicale (dal Festival Pianistico internazionale di Brescia e Bergamo al Festival Monteverdi di Cremona, dall’attività del Teatro Grande e del Donizetti alla tradizione del Ponchielli) e l’affinità dei tesori d’arte custoditi in chiese, palazzi e santuari delle tre province avrebbero rappresentato un ideale fil rouge a sostegno di una proposta comune, al pari del diffuso senso di fratellanza che proprio la tragica esperienza della pandemia ha risvegliato lungo il corso dell’Oglio, il fiume che nasce nella bresciana Ponte di Legno (non a caso residenza estiva di tanti cremonesi) e dopo 280 chilometri attraverso valli e pianure finisce nel Po, varcando i confini di Mantova, quarto vertice del quadrilatero della cultura che connette e impreziosisce la Lombardia orientale. Se la città di Virgilio era fuori dai giochi perché ha già issato autonomamente l’insegna di capitale italiana della Cultura nel 2016 (dopo Ravenna, Cagliari, Lecce, Perugia e Siena e prima di Pistoia, Palermo e Parma, a dimostrazione che non sono le dimensioni delle città a fare la differenza, ma i contenuti che custodisce, valorizza e sa proporre), Cremona potrà riprovarci da sola fra qualche anno. Non che siano indispensabili i gradi sulle spalline per fare un buon generale, ma è chiaro che il titolo di Capitale - oltre a mettere a disposizione un milione di euro cash - rappresenta un importante valore aggiunto sul mercato turistico nazionale e internazionale. Ma forse è proprio questo il punto focale della questione: Cremona ambisce davvero a diventare una meta turistica da grandi numeri o è già appagata dai dati soft attuali? Preferisce diventare capitale del turismo mordi e fuggi (come Firenze e Venezia) o del buon vivere (come Trento, Aosta, Bolzano)? La risposta sembra evidente: meglio essere invasi dagli studenti universitari che si integrano con la comunità che li ospita (come avviene per esempio a Urbino) piuttosto che da pullman di visitatori occasionali, che consumano un panino o un gelato e ripartono dopo poche ore verso la meta successiva, senza aver lasciato niente sul campo né aver impresso particolari ricordi nel cuore. Il tipico aplomb dei cremonesi sembra indicare una rotta precisa. L’importante è essere consapevoli che si tratta di una scelta, con i suoi pro e i suoi contro. In proposito, il dibattito è aperto. Chi volesse parteciparvi troverà sulle pagine de La Provincia tutto lo spazio che serve. Perché il futuro si costruisce anche così, con il confronto tra idee e opinioni diverse. Avanti, dunque. 

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