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Sabato 30 Maggio 2020

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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Il diritto alla verità, il dovere della memoria

Il diritto alla verità, il dovere della memoria

Per tanti giorni, troppi giorni, vi abbiamo raccontato le storie dei caduti. Di chi non ce l’ha fatta. Di chi, contagiato dal Coronavirus, è morto dopo poche ore. O una lunga agonia. Qualcuno, suo malgrado, ha percorso tutte le fermate della Via Crucis: i primi colpi di tosse, la febbre, l’incapacità di distinguere odori e sapori, il respiro sempre più affannoso, la telefonata al numero d’emergenza, l’angosciante triage nella tenda blu o la corsa in ospedale a sirene spiegate, il ricovero in terapia intensiva, la degenza a pancia in giù, il buio. Qualcuno non ci è nemmeno arrivato, in rianimazione: è morto nel corridoio di un Pronto Soccorso, su una barella improvvisata, circondato da medici premurosi e da decine di altri malati, ma sostanzialmente solo. Senza speranza, disperato e solo. Altri, i più anziani, sono morti nel letto di una Rsa: isolati dal mondo, ma non dal virus assassino. I più «fortunati» sono morti a casa loro: senza medici ad assisterli, senza macchine per respirare, ma vicino ai propri cari. L’ultima consolazione. In 85 giorni di emergenza Coronavirus - la prima vittima cremonese, Angela Denti Tarzia, è morta il 23 febbraio - nella nostra provincia il Covid-19 si è portato via 1.072 vite. Mille e 72 persone, ognuna con la propria storia, il proprio volto, i propri affetti strappati. In Lombardia i lutti sono stati 15.450, in Italia 31.763, nel mondo oltre 300 mila. Questi, almeno, sono i numeri ufficiali. Sottostimati, come è stato chiaro fin dall’inizio, probabilmente per non generare il panico. In proposito, un interrogativo pretenderà risposta prima o poi: chi ha ordinato di nascondere la reale portata dell’epidemia? Chi l’ha deciso? E con quale autorità?

A guerra finita tutte le statistiche dovranno essere riscritte. Perché da tempo i conti non tornano: i decessi registrati dalle anagrafi comunali sono almeno il doppio, se non il triplo, delle vittime «certificate». Che differenza fa? Cosa cambia se i morti sono morti per il Coronavirus, con il Coronavirus o per altre ragioni? Le differenze sono almeno due: la prima è il dovere di trasparenza - il dovere della verità - da parte dello Stato e delle autorità sanitarie; la seconda è il dovere della memoria, l’impegno che tutti noi abbiamo - come singoli e come comunità - di ricordare chi non ce l’ha fatta - parenti, amici, conoscenti, personaggi pubblici o perfetti sconosciuti, uccisi dal virus o dalla cattiva gestione dell’emergenza - e che in gran parte dei casi non ha avuto neppure l’onore di un funerale, di una Messa, di un fiore. Un primo, simbolico, risarcimento è arrivato ieri mattina dalla preghiera che i rappresentanti di diverse religioni - cattolici, musulmani, metodisti, sikh... - hanno condiviso sulla scalinata del cimitero di Cremona. Un omaggio emozionante, reso solenne anche dalla presenza delle più importanti autorità laiche, dal prefetto al sindaco in fascia tricolore. Un bel gesto. Ma insufficiente. Per non dimenticare i caduti Covid servirà di più: un simbolo, una stele, un monumento. Uno spazio dedicato come i sacrari e i cimiteri di guerra, da Redipuglia alla Normandia; o come l’enorme buco nero di Ground Zero, con i nomi di tutte le vittime dell’attentato alle Torri Gemelle scolpiti nel marmo nero. Perché la storia è fatta di uomini e di simboli. E le vittime del Coronavirus non potranno essere dimenticate, come se niente fosse successo. Perché è vero che - fino a prova contraria - il virus è una malattia, quindi una causa di morte naturale. Ma il modo e i tempi in cui i singoli Stati e la comunità scientifica internazionale hanno reagito al contagio non sono dettagli insignificanti. Anzi, dovranno servire da lezione per il futuro. E vale la pena di ricordarlo proprio adesso, nel momento in cui la curva dell’epidemia si è stabilizzata verso il basso, il lockdown si allenta e si tenta di tornare alla normalità. Ieri in provincia di Cremona non si sono registrati nuovi decessi, ed è solo la terza volta che succede in quasi tre mesi di pandemia. Ma è presto per cantare vittoria, per dichiarare il cessato pericolo, per togliere la mascherina e riprendere a vivere come prima. La riapertura di fabbriche, chiese, bar e parrucchieri è un atto dovuto, un punto di svolta non più rinviabile, ma anche un passaggio estremamente delicato, come camminare sulla superficie di un lago ghiacciato, con il rischio di rompere la crosta, scivolare nell’acqua gelida e affogare. Non è detto che succederà, la speranza di tutti è che non succeda, ma nessuno può garantire che l’emergenza sia davvero finita. Ciò nonostante, dopo tanta paura è arrivato il momento di essere ottimisti; dopo aver raccontato per troppo tempo la storia dei caduti, è arrivata l’ora di raccontare la storia dei reduci: di chi ce l’ha fatta, di chi è guarito, di chi è uscito dalla terapia intensiva o dalla quarantena e può finalmente tornare a respirare, a vivere, a guardare al futuro. Perché «andrà tutto bene» era una bugia che nel momento più difficile ci siamo raccontati per farci coraggio. Ma ora è il momento di dire «va bene», al presente. Senza dimenticare chi non c’è più, ma con la speranza di esserci lasciati il peggio alle spalle. Forse. E finalmente.

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16 Maggio 2020

Commenti all'articolo

  • Antonio

    2020/05/18 - 09:42

    Va bene, è andata così, nessuno era preparato, alcuni hanno nascosto ( cinesi) ora bisogna ripartire, ma non dimenticare e bisogna far luce sull’origine, la non ce l’hanno raccontata giusta...

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