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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Il valore della vita, il peso delle parole

Marco Bencivenga

Email:

fpavesi@cremonaonline.it

26 Aprile 2020 - 07:47

Divisi davanti al virus: così ci giochiamo la credibilità

In troppi, prima della pandemia, erano convinti di essere invincibili, eterni, immortali. Ma è bastato l’arrivo di un virus invisibile per rimettere tutto in discussione e le cose a posto, ognuna nel giusto ordine di importanza. Vale per la vita, ma anche per gli altri valori che davamo per scontati dopo 75 anni di pace (in Italia) e di benessere diffuso (in gran parte del mondo) e che ora stiamo riscoprendo con un inspiegabile senso di meraviglia: il privilegio della libertà, il dono della salute, la forza della famiglia, l’importanza delle relazioni sociali, il piacere del tempo libero, la fortuna di avere un posto di lavoro, il gusto di una tavola imbandita e condivisa. Non meno significativa, in queste settimane di dolore e di quarantena, è la riscoperta del peso delle parole. Forse aiuta il silenzio, forse avevamo tutti bisogno di rallentare fin quasi a fermarci, fatto sta che da quando il tempo si è dilatato e il rumore di fondo si è attenuato prestiamo più attenzione a ciò che ascoltiamo o leggiamo. Così, se «prima» liquidavamo con un’alzata di spalle la battuta fuori luogo di un leader politico, ora non possiamo accettare che il presidente di una potenza mondiale come gli Stati Uniti proponga di iniettare disinfettante nelle vene dei malati per provare a sconfiggere il Coronavirus (Washington, 24 aprile 2020) o che il primo ministro di un Paese evoluto come il Regno Unito suggerisca l’immunità di gregge come unico antidoto all’epidemia, tanto da invitare milioni di famiglie a «prepararsi a perdere i propri cari» (Londra, 13 marzo). Come sia possibile che americani e inglesi abbiano affidato le proprie sorti a due simili scienziati resta un mistero, ma non è che da noi le cose vadano tanto meglio: con la raccolta delle frasi incaute pronunciate dai nostri politici durante questa maledetta pandemia si potrebbe riempire un intero giornale. E probabilmente non basterebbe. Ma certe parole pesano e fanno male più delle altre. Senza andar troppo lontano: dopo che i carabinieri sono entrati nella chiesa di Gallignano, per multare il parroco che stava celebrando la Messa alla presenza di alcuni fedeli «in contraddizione con le norme civili e le indicazioni canoniche» - come ha puntualmente riconosciuto il vescovo di Cremona - un altro sacerdote cremonese, don Paolo Tonghini, ha denunciato «arroganza e veemenza dell’intrusione delle forze dell’ordine» e ha paragonato la vicenda a «scene da dittature comuniste». Ancor più sopra le righe il giornalista Paolo Brosio («I vescovi hanno preso la tonaca e invece di consegnarla al Papa l’hanno consegnata al Governo, con un atteggiamento totalmente remissivo e prono al potere ateo», ha dichiarato) e il solito senatore Vittorio Sgarbi, lo stesso secondo il quale «l’epidemia non esiste, è solo una finzione, una presa per i fondelli» (Roma, 26 febbraio). «Neanche durante il nazismo e il fascismo ci si permetteva di interrompere le funzioni», ha tuonato il critico d’arte prima di invitare carabinieri e vescovo a «chiedere scusa», quasi che i colpevoli fossero loro, non il prete e i fedeli fuori posto. In realtà, i militari hanno fatto semplicemente il loro dovere (impedire un reato, per quanto di lieve entità) e monsignor Antonio Napolioni si è limitato a ricordare le norme in vigore. Che potranno pure non piacere, ma se sono state accettate perfino da Papa Francesco - costretto a celebrare la Via Crucis in una piazza San Pietro deserta - possono essere rispettate con buona pace anche da un amatissimo prete di campagna come don Lino Viola. Ecco: oggi più che mai non se ne può più di queste parole in libertà, eccessi verbali che troppo a lungo sono stati tollerati sulla scena politica e in tv, comprese le ultime, inaccettabili esternazioni di un guru dell’informazione come Vittorio Feltri, secondo il quale «i meridionali sono esseri inferiori» (del resto, cosa pensi di chi vive ancora più a Sud del mondo si sa da tempo...). Per questa affermazione, che fa seguito a molte altre di simile tenore, una delle più importanti firme italiane rischia giustamente di essere espulso dall’Ordine dei giornalisti, che così ribadirà l’importanza della sua funzione di garanzia dei diritti di tutti a chi da tempo ne chiede l’abolizione. Probabilmente Feltri griderà allo scandalo, alla censura. O liquiderà il tutto con uno dei suoi classici «che me ne frega...» anziché riflettere sulla responsabilità del suo ruolo e sulla gravità delle sue affermazioni. «Le parole sono pietre», ha ammonito Carlo Levi in uno dei suoi libri di maggior successo. Ed è a questa intifada verbale che bisogna ribellarsi. Perché come avvertivano i nostri avi «ne uccide più la lingua che la spada» Ma è ora di cambiare registro. Lo impongono la recente riscoperta dei valori fondamentali e l’assordante silenzio di questi giorni. In fondo, lo hanno sottolineato già molti secoli fa Dante Alighieri e Iacopo Badoer (il sommo poeta e il librettista cui la celebre frase viene alternativamente attribuita): un bel tacer non fu mai scritto.

 

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