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EMERGENZA SANITARIA

Coronavirus, Gallavotti: 'Le nostre paure, le migliori alleate della pandemia'

Diffusione e difesa: l’analisi della giornalista scientifica fra le autrici di Super Quark e Ulisse di Piero e Alberto Angela

Nicola Arrigoni

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fpavesi@cremonaonline.it

20 Aprile 2020 - 19:23

Coronavirus, Gallavotti: 'Le  nostre paure, le migliori alleate della pandemia'

CREMONA (20 aprile 2020) - «È incredibile come quasi tutti i Paesi colpiti da Covid-19 abbiano inizialmente sottostimato la necessità di rallentare il contagio – osserva Barbara Gallavotti, giornalista scientifica, fra le autrici di Super Quark e Ulisse di Piero e Alberto Angela e autrice del volume «Le grandi epidemie. Come difendersi» pubblicato da Donzelli Editore -. Ad esempio la Svizzera, non è riuscita a decidere di chiudere subito ai 600 mila frontalieri, anche se la Lombardia era interessata pesantemente dal Covid e questo ha favorito molto la diffusione del virus in Ticino ».

Ma perché tutto questo?
«Credo che all’origine di tutto ci sia il fatto che siamo esseri umani, e quindi di fronte a quella che si prospettava come una catastrofe, la tentazione di tutti, anche fra i governanti, sia stato di rimuovere il problema. Si è cercato di credere che l’epidemia da Coronavirus fosse una cosa lontana, che sarebbe rimasta confinata in Asia, ed è rimasta una minaccia lontana, anche quando magari era nella nazione confinante».

Cosa ci potrebbero insegnare le epidemie recenti?
«Diciamo che questa è la prima epidemia importante della contemporaneità. Certo c’è stata e c’è l’epidemia di Aids, ma l’Hiv è un agente infettivo che si diffonde diversamente, e dunque non richiede chiusure. Il caso della Spagnola con i suoi 100 milioni di morti sembra appartenere a un altro tempo, sia per diffusione che per conoscenza».

Cosa intende dire?
«La Spagnola si è diffusa tra il 1918 e il 1919: c’era la guerra, non si aveva modo di individuare l’agente infettivo all’origine dell’epidemia, eravamo disarmati. Era un altro mondo. Nel caso del Coronavirus alla rilevazione del primo caso in Cina, ai primi di dicembre, ha fatto seguito, a inizio di gennaio, la sequenza genetica del virus. La velocità della conoscenza del problema e della sua condivisione è parallela alla diffusione velocissima dell’epidemia che in poche settimane si è trasformata in pandemia».

Eppure, viene da pensare, che questa conoscenza sia sì importante, ma non ci protegga dalle fake come quelle del virus creato in laboratorio e del collegamento col 5G.
«I nostri atteggiamenti non sono tanto differenti da quelli assunti nel passato. Trovare un colpevole visibile da l’impressione di poter meglio affrontare il virus e la malattia, o almeno spiegarci il perché accade, che già è una consolazione. Nello sgomento che viviamo la tentazione è quella di cercare soluzioni semplici a questioni complesse: nel ‘600 la risposta alla catastrofe erano le azioni degli untori, oggi il colpevole è individuato dalle fake news di turno. Il segreto del successo delle fake news è che forniscono risposte in qualche modo rassicuranti, solo che nulla hanno a che fare con la realtà».

E gli esperimenti nel laboratorio di Whuan nel 2015 come si spiegano?
«Nel 2015 è stato condotto uno studio da ricercatori americani e cinesi che cercava di indagare come Coronavirus di diverse specie potessero mescolare i loro patrimoni genetici e divenire pericolosi per gli esseri umani. Si cercava di giocare d’anticipo, perché era chiaro che un virus come quello che ci minaccia ora sarebbe prima o poi comparso. Così chiaro che per anni è stato in corso anche un altro progetto che si chiamava Predict. In sostanza diversi ricercatori battevano le foreste tropicali alla ricerca di agenti infettivi potenzialmente in grado di fare il salto di specie e passare dagli animali, come i pipistrelli, all’uomo. Sia nel caso dell’esperimento del 2015 che in quello di Predict, si cercava di guardare nel futuro, rendendo la sfera di cristallo un po’ meno opaca. Quanto avvenuto dimostra che si sarebbe dovuto proseguire con più energia su quella strada».

Le grandi epidemie del passato cosa ci possono insegnare?
«Oggi gli agenti infettivi non conoscano frontiere e dunque è illusorio poterli fermare. Le nostre paure sono i loro migliori alleati, perché ci spingono ad affrontare male il problema, magari a nascondere persino a noi stessi il fatto di essere a rischio e di aver bisogno di proteggerci».

Come nel caso di Wuhan?
«Wuhan non è solo una metropoli, ma è un luogo altamente connesso col resto del mondo ed è industrializzato. Non dimentichiamo che la grande peste del 1348 arrivò in Europa portata dai mercanti genovesi. I genovesi fuggirono da Caffa, in Crimea, sotto l’assedio dei Mongoli che usarono come armi corpi di uomini appestati lanciati nella città con le catapulte. Da quei mercanti in fuga ebbe inizio tutto. Ancora oggi i legami commerciali, ma anche il turismo, sono i veicoli privilegiati della diffusione dei virus molto più delle migrazioni. I virus non conoscono confini e se dal profondo di una foresta possono arrivare in una megalopoli, fanno il loro lavoro: si moltiplicano, trovano uno scenario inaspettato e sconfinato in cui muoversi».

Perché la Cina è così spesso fonte di epidemie? Le grandi pestilenze arrivano da lì, la Sars è arrivata dalla Cina…
«Non è in realtà così. Hiv ed Ebola arrivano, a esempio, dall’Africa. Diciamo che luoghi molto ricchi di specie diverse, ma sotto la pressione dell’antropizzazione, sono spesso i punti di partenza di virus. E allora in questa geografia dei virus ci sono, oltre all’Asia, l’Africa e il Sud America. I virus amano le zone tropicali e quelli con forte biodiversità. La minaccia per l’uomo emerge più forte laddove specie selvatiche entrano in contatto con l’uomo. In Cina anche la coesistenza di allevamenti intensivi di polli e maiali, gli uni contigui agli altri, ha portato al salto di specie dai polli e dai maiali, all’uomo».

Che cosa ci insegna la condizione che stiamo vivendo?
«Dobbiamo cominciare a preoccuparci di più del futuro. Come specie non lo abbiamo mai fatto, di fronte alle minacce abbiamo sempre temporeggiato, pensando che il flagello di turno non ci avrebbe toccato. Partendo da questa consapevolezza di guardare al futuro, dobbiamo poi affinare la convinzione che i problemi globali si risolvono tutti insieme. Mi sono molto piaciute le parole di Papa Francesco: Non possiamo vivere sani in un pianeta malato».

In questo momento tutti dicono che alla fine saremo cambiati. Condivide questo pensiero?
«Lo condivido, sarà così, ma con una sottolineatura. Dobbiamo abituarci a un periodo di transizione che siamo chiamati ad affrontare. Sarà il periodo di convivenza con il virus e di riapertura di parte delle attività. Intendo dire che dovremo abituarci al distanziamento sociale, dovremo adottare comportamenti differenti. Anche lavorare a distanza sarà la normalità, oltre che una necessità. Dovremo cambiare il modo di lavorare e far diventare l’emergenza la normalità. La tecnologia c’è, bisogna adeguare la nostra mentalità».

E chi dice che usciremo migliori?
«Credo che questa esperienza ci insegni che siamo fragili e che la nostra comune fragilità chiama in causa la solidarietà sociale, ovvero la necessità di sviluppare un atteggiamento di comunanza con gli altri. C’è poi una fragilità che riguarda l’economia».

E la fragilità economica che riflessione impone?
«Non mi è mai piaciuto sentir dire che il patrimonio artistico è il petrolio dell’Italia, perché sottintende che si tratti di qualcosa da consumare. Ma in questa situazione ci rendiamo anche conto che il turismo è comunque una risorsa estremamente fragile, anche se molto importante. Dobbiamo puntare a sviluppare di più le competenze che abbiano un valore anche nei tempi in cui le persone non possono o non vogliono fare turismo. Se agli inizi degli anni ’80 non ci fosse stata l’esigenza di condividere, a distanza e in tempi brevi, le conoscenze scientifiche e non si fosse investito su questo oggi non avremmo il Web. Dalle competenze di ognuno, dalla capacità di essere solidali e dalla consapevolezza che i problemi complessi necessitano di soluzioni articolate, da qui forse si può ripartire».

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